(Adnkronos) – Ancora bassa percezione del rischio idrico: il 56,4% delle aziende italiane opera in aree a stress idrico a fronte di 1 impresa su 3 (34%) che considera l’acqua una criticità per la continuità del business. E’ quanto emerge dai risultati dell’indagine sulla Water Smart Economy presentata da Un Global Compact Network Italia (Ungcni) – la Fondazione che rappresenta in Italia il Global Compact delle Nazioni Unite, l’iniziativa speciale del Segretario Generale dell’Onu volta a promuovere la più ampia iniziativa globale per la sostenibilità d’impresa. La ricerca è stata realizzata da Un Global Compact Network Italia in partnership con The European House – Ambrosetti, con il supporto di Edison Spa.
La ricerca analizza approccio a gestione, prospettive e governance dell’acqua da parte delle aziende nell’ambito dei Paesi dell’Area Euro-Mediterranea. Nel contesto attuale segnato da climate change e siccità dei territori, l’acqua rappresenta una variabile economica cruciale per lo sviluppo dei sistemi economici e la loro sostenibilità. Le previsioni al 2050 stimano una riduzione del 10% del Pil mondiale dovuta alla scarsità di acqua con impatti fino al 19% nei Paesi a medio-basso reddito. Si tratta di un dato ancora più allarmante se si considera il costo economico sostenuto dall’Italia a causa della crisi idrica, pari a 13,4 miliardi di euro l’anno, il doppio rispetto alla media europea, equivalente a 2,5 giorni di fermo dell’economia italiana. Dall’acqua dipende complessivamente in Italia un’economia di 384 miliardi di euro, pari a un quinto del Valore Aggiunto nazionale.
L’indagine prende a riferimento per l’Italia 94 aziende, aderenti a Ungcni, dislocate su tutto il territorio nazionale appartenenti ai principali settori merceologici, tra cui energia, utility e servizio idrico (20,2%), moda, lusso e tessile (17%), infrastrutture, trasporti e costruzioni (11,7%), pharma, chimica e materiali (9,6%), alimentare e bevande (7,4%), manifattura e componentistica (6,4%). I risultati dell’indagine relativi all’Area Euro-Mediterranea si basano, invece, sui dati delle Communication on Progress (CoP) 2025 di Un Global Compact per i Paesi di Francia, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia e Egitto e su focus che hanno coinvolto 33 aziende in settori chiave per la risorsa idrica.
Secondo la ricerca, le aziende del sistema Paese sono altamente esposte al rischio idrico, con il 56,4% che opera in aree di stress per la carente disponibilità di acqua. Tuttavia, la percezione del rischio risulta ancora limitata: solo 1 azienda su 3 (34%) considera la risorsa idrica ad alta o estremamente alta criticità per la continuità del proprio business. Tra le imprese che attribuiscono alla risorsa idrica un livello di criticità ‘alto’ o ‘estremo’, il 65,6% è suddiviso tra i comparti energia, utility e servizio idrico (46,9%) e alimentare e bevande (18,8%). I fattori principali che contribuiscono alla sottovalutazione del water risk delle aziende sono i costi idrici ridotti, rilevati dalle imprese, e la limitata presenza di impatti finanziari. L’acqua viene ancora considerata una voce di costo marginale per la maggioranza delle aziende: per il 52,3% di queste l’approvvigionamento, il trattamento e lo scarico incidono meno dell’1% sui costi operativi totali e solo per l’11,4% il costo supera il 15%. Negli ultimi 3 anni l’incidenza dei costi idrici è rimasta sostanzialmente stabile.
La ricerca evidenzia la necessità di un rafforzamento della governance aziendale della risorsa idrica; la difficoltà nel creare una Water Smart Economy non dipende dalla mancata maturità gestionale delle imprese sui temi ambientali bensì dallo sviluppo di competenze specialistiche in materia di risorsa idrica. Solo un ristretto 8,5% delle aziende prevede una supervisione diretta da parte del top management o del board (energia, utility e servizio idrico per il 62,5% e alimentare e bevande per il 25,%), con Kpi legati alla gestione dell’acqua e un approccio verticale rispetto ai più ampi temi ambientali. Il 40,4% delle imprese non prevede alcun obiettivo quantitativo sulla gestione idrica e solo il 4,3% dispone di target science-based o allineati a framework internazionali. La maggioranza delle imprese ha ancora obiettivi interni o in fase di definizione. Le azioni di governance intraprese ad oggi dalle aziende si limitano all’efficienza e riduzione dei prelievi idrici (22,2%) e alla rendicontazione e trasparenza (22,2%), ambiti in cui le imprese hanno già maturato esperienza operativa. Le priorità future ampliano il perimetro della gestione idrica verso azioni di efficientamento/efficienza, circolarità.
I benefici percepiti dalle aziende italiane nella gestione idrica sono in primo luogo di reputazione/brand image (18,3%) seguiti dalla riduzione dei costi operativi (17,6%) e dalla compliance normativa (16,8%). Innovazione di prodotto/processo (9,9%) e accesso a nuovi mercati o capitali (rispettivamente 3,1% e 2,3%) sono benefici considerati marginali dalle aziende a testimonianza di una visione più legata alla compliance nella gestione della risorsa idrica. A tali dati fanno da specchio gli scarsi investimenti idrici operati dalle aziende italiane; circa il 29,5% delle aziende non investe nella gestione idrica e il 31,8% vi destina meno del 5% degli investimenti totali. Nei prossimi 3 anni solo il 5% delle aziende stima un aumento significativo degli investimenti mentre 1 impresa su 4, pari al 30% circa, prevede ancora di non misurare i propri investimenti idrici, a conferma della mancata o scarsa percezione della crisi idrica. L’innovazione al servizio della gestione idrica viene sottovalutata con il 34,1% delle aziende che le attribuisce un ruolo marginale a fronte di un esiguo 15,9% che la considera strategica per trasformare il modello operativo.
Costi di investimento elevati, complessità regolatoria e autorizzativa e incertezza sul ritorno economico (Roi) sono considerati i principali ostacoli per la transizione verso la Water Smart Economy. Il quadro normativo è giudicato poco o per nulla adeguato a supportare gli investimenti da oltre un terzo delle aziende (36,4%), frenato da frammentazione tra territori, poca tempestività autorizzativa e linee guida tecniche insufficienti. Per far decollare la Water Smart Economy le aziende chiedono soprattutto incentivi fiscali e accesso al credito agevolato, seguiti da una tariffazione idrica che rifletta il costo reale della risorsa e da una maggiore semplificazione normativa e autorizzativa.
In conclusione, dall’indagine sull’Italia emerge “l’urgenza di creare competenze specialistiche nella gestione dell’acqua che facciano tesoro dell’expertise acquisita, più in linea generale, a livello ambientale mirando a una governance strategica e non solo operativa della risorsa, attuata in prima linea dai vertici aziendali. Occorre puntare su investimenti e innovazione quale volano per lo sviluppo delle imprese sul fronte della gestione idrica e in attuazione della transizione verso la Water Smart Economy”.
Nell’ambito della ricerca, i dati emersi dalle Communication on Progress (CoP) 2025 di Un Global Compact per i Paesi di Francia, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia e Egitto hanno preso a riferimento un campione complessivo di 2.180 aziende, di cui il 52,9% costituito da Pmi. Dall’analisi emerge come la rilevanza attribuita all’acqua dalle imprese dell’Area non sia omogenea bensì assuma un rilievo diverso nei Paesi considerati. La quota più elevata si registra in Turchia, con il 61%, seguita da Grecia (49%) e dall’Egitto (48%). L’Italia si posiziona con il 41% a testimonianza dell’importanza attribuita al tema da una quota significativa di imprese pur in un contesto di bassa percezione del rischio idrico.
Nell’Area Euro-Mediterranea, la maggioranza delle aziende non rileva impatti negativi collegati all’acqua nei diversi Paesi oggetto di indagine. La Grecia si classifica al 1° posto (87%) seguita da Italia (86%), Portogallo (84%), Turchia (82%), Francia (75%) ed Egitto (71%). Le aziende che dichiarano di aver identificato impatti negativi ma di non aver posto in campo misure di rimedio rappresentano il 12% in Egitto a fronte di un esiguo 4% di Grecia, Portogallo e Turchia e del 2% in Italia. Il 17% delle aziende egiziane afferma di aver identificato impatti negativi e previsto misure di rimedio, seguito da Francia (13%), Portogallo e Grecia, rispettivamente per il 12%, Turchia (11%) e Italia (8%). Nel bacino Euro-Mediterraneo prelievi e consumi di acqua in aree caratterizzate da stress idrico elevato o estremamente elevato variano significativamente da Paese a Paese con conseguenti livelli di esposizione diversi al water risk.
“I risultati emersi dall’indagine mostrano con evidenza la necessità di un cambiamento di approccio in Italia nel contesto dei Paesi dell’Area Euro-Mediterranea che apra la via allo sviluppo concreto della Water Smart Economy – ha dichiarato Daniela Bernacchi, Executive Director di Un Global Compact Network Italia – E’ fondamentale attivare una strategia di azione che coinvolga pubblico e privato predisponendo interventi mirati a tutela dell’acqua per evitare la dispersione idrica delle reti e garantire la resilienza dei bacini. Inoltre, si vede necessario potenziare la consapevolezza rispetto al prezzo dell’acqua che non corrisponde al momento, al valore potenziale della risorsa all’interno della strategia aziendale dedicata. Di conseguenza, si potrebbero aumentare gli investimenti in attività mirate di mitigazione per potenziare, così, i business case e la competitività. La governance della risorsa idrica è innanzitutto una questione di strategia di lungo periodo per garantire la futura crescita delle imprese; come sistema Paese è cruciale cogliere già oggi le opportunità legate allo sviluppo dell’economia dell’acqua, prendendo a modello best practices internazionali per rispondere adeguatamente alle sfide originate dal cambiamento climatico e da una scarsità idrica sempre più urgenti”,
“Nell’ambito del proprio mandato, Un Global Compact Network Italia manifesta un commitment di primo piano nella promozione a livello nazionale di iniziative a sostegno della governance sostenibile della risorsa idrica, tema cruciale nel contesto del climate change – ha dichiarato Filippo Bettini, presidente di Un Global Compact Network Italia – A questo proposito siamo impegnati in prima linea nella mission promossa dal Ceo Water Mandate: l’iniziativa, istituita nel 2007 dall’Onu e da Ungc, mira a mobilitare i leader aziendali a livello internazionale nell’attuazione di politiche di gestione della risorsa idrica sostenibili e responsabili, coniugandole con gli obiettivi aziendali. Sono oltre 700 le aziende, tra cui realtà di primo piano nei comparti utilities, energia e costruzione, che hanno aderito a livello internazionale al Ceo Water Mandate impegnandosi nella riduzione del rischio idrico, nel ripristino di bacini esistenti e nella diffusione di modelli di efficienza e innovazione per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile”.
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