20.1 C
Firenze
venerdì 3 Aprile 2026
Segnala a Zazoom - Blog Directory
spot_img

Le alternative alla Nato: cosa può fare l’Europa se Trump abbandona l’Alleanza?

Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump porterà davvero gli Usa fuori dalla Nato, che opzioni avrà l’Europa, che sull’Alleanza e sull’ombrello americano ha fondato la propria sicurezza per quasi 80 anni? Il capo della Casa Bianca ieri un’intervista esclusiva al quotidiano britannico The Telegraph si è detto “disgustato” dagli alleati, aggiungendo di stare seriamente valutando il ritiro dalla Nato, ritenendola inutile. Questo dopo che nessun Paese ha accolto il suo appello a dargli man forte per riaprire il vitale Stretto di Hormuz, la cui chiusura da parte dell’Iran in risposta all’attacco congiunto Usa-Israele del 28 febbraio rischia di provocare la più grossa crisi energetica della storia e di innescare una recessione globale.

Trump può uscire dalla Nato?

Ma Trump può abbandonare la Nato? Il trattato dell’Alleanza prevede all’articolo 13 che un Paese possa recedere, dando un anno di preavviso, a decorrere dalla notifica formale di denuncia agli Stati Uniti. A questi ultimi spetta informare gli altri membri. Finora nessuno è mai uscito.

Il punto fondamentale per il tycoon è un altro: questa decisione non può essere presa dal presidente degli Stati Uniti senza l’approvazione dei 2/3 del Senato o una legge del Congresso: requisiti che ironicamente fu il suo segretario di Stato Marco Rubio (insieme al senatore democratico Tim Kaine della Virginia) a far inserire nell’annuale legge di bilancio della Difesa nel 2023. Lo stesso Rubio martedì in un’intervista a Fox News ha parlato della necessità per gli Usa di “riesaminare questa alleanza, che ha servito bene il nostro Paese per un certo periodo. Dovremo capire se stia ancora assolvendo al suo scopo o se sia diventata una strada a senso unico”.

Attualmente, il tycoon gode ancora di una maggioranza parlamentare, ma la situazione potrebbe cambiare con le elezioni di midterm del prossimo novembre. E se sulla carta potrebbe fare in tempo, i tempi non sono comunque larghissimi. Va anche detto che Trump prende spesso ha ‘scavalcato’ il Congresso, prendendo decisioni che poi spesso sono state bloccate in tribunale.

In ogni caso, le continue invettive della Casa Bianca stanno minando la credibilità non solo degli Usa ma anche della stessa Alleanza, di cui gli americani sono il pilastro principale. Dunque, indipendentemente da come andranno le cose, l’Europa deve pensare a delle alternative.

Cosa può fare l’Europa

Allo stato attuale non esiste una struttura europea già pronta a sostituire in blocco tutto ciò che la Nato rappresenta e ha rappresentato finora: garanzia di difesa collettiva, integrazione politico-militare, standard comuni, pianificazione, catena di comando e deterrenza. Di conseguenza se davvero gli Stati Uniti uscissero dall’Alleanza, l’Europa si troverebbe a dover concretizzare e combinare una serie di più strumenti parziali.

Questo, tenendo conto che la ragion d’essere della Nato è contenuta nell’articolo 5 del Trattato che la istituisce: un attacco armato contro un membro è considerato un attacco contro tutti, e ogni alleato è tenuto a intervenire con le misure che ritiene necessarie, anche militari.

Il pilastro europeo della Nato

La prima e più realistica alternativa per l’Europa, almeno nell’immediato, sarebbe una Nato senza Usa, basata su un pilastro europeo di cui si parla già da tempo. In questa direzione qualche segnale esiste già: a febbraio 2026 gli Usa hanno redistribuito alcune responsabilità di vertice nella struttura di comando, assegnando agli europei un ruolo più importante nella leadership militare dell’Alleanza.

Nello stesso solco si inserisce la formula evocata ieri dal presidente finlandese Alexander Stubb parlando al telefono con Trump: sta prendendo forma una “more European Nato”, non a caso all’ordine del giorno del vertice annuale dell’Alleanza in Turchia il prossimo luglio.

Il vantaggio di questa soluzione è che permetterebbe di conservare il trattato, le procedure, l’interoperabilità e la cultura strategica già costruite in oltre settant’anni: l’Europa non dovrebbe reinventare da zero la sua difesa. Inoltre questa formula terrebbe dentro attori che non appartengono all’Unione ma militarmente essenziali come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Canada.

Ma una Nato più europea può reggere politicamente solo se gli europei riempissero il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: intelligence strategica, sorveglianza, trasporto aereo e marittimo, rifornimento, capacità di strike a lungo raggio, difesa aerea integrata, industria e soprattutto ombrello nucleare. Stime del think tank Bruegel parlano, solo per una deterrenza convenzionale credibile contro la Russia, di circa 300mila militari aggiuntivi e di almeno 250 miliardi di euro annui in più nel breve periodo.

È la migliore opzione ‘tampone’ e la più plausibile nei primi 2-5 anni. Ma da sola non basta.

Una difesa comune europea

E qui entra in gioco la seconda alternativa, o meglio il secondo pilastro, che sarebbe comunque di medio periodo: una difesa europea costruita dentro l’Unione. Sul piano giuridico, l’Ue possiede già una clausola di assistenza reciproca, l’articolo 42(7) del Trattato Ue, simile all’art. 5 dell’Alleanza: il Servizio europeo per l’azione esterna la descrive come compatibile con la Nato, che rimane il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri. L’Ue, d’altronde, non ha ancora una struttura politico-militare unitaria. E la sua realizzazione è tutt’altro che lineare.

Dove l’Unione può diventare decisiva è sul terreno industriale, finanziario e logistico. La Commissione europea parla ormai apertamente di una “true European defence union” e insiste sul fatto che gli Stati membri resteranno “in the driving seat (al posto di guida)”, ma all’interno di un quadro comune capace di coordinare investimenti, produzione, mobilità militare e procurement. Il piano Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro; lo strumento Safe mette a disposizione fino a 150 miliardi in prestiti per investimenti nelle capacità di difesa; la roadmap europea prevede anche un’area di mobilità militare a scala Ue entro il 2027, con regole armonizzate e reti per muovere truppe e materiali più rapidamente nel continente.

Anche la Rapid Deployment Capacity dell’Ue non basterebbe da sola a sostituire la Nato: si tratta infatti di una forza d’intervento in stand-by permanente composta da 5.000 uomini, che può essere schierata in tempi brevi per gestire crisi al di fuori dei confini dell’Unione. Insomma, non potrebbe certo replicare l’intera architettura di deterrenza e difesa territoriale dell’Alleanza.

Un ombrello nucleare franco-britannico

Il terzo asse è quello franco-britannico. Se l’ombrello americano venisse meno, la questione nucleare diventerebbe subito centrale e in Europa passerebbe inevitabilmente per Parigi e Londra, gli unici due Paesi del Vecchio Continente a possedere armi di questo tipo. I due governi hanno già formalizzato un salto di qualità nella cooperazione: nel luglio 2025 hanno ribadito che le rispettive deterrenze restano indipendenti ma possono essere coordinate, e hanno deciso di istituire un Nuclear Steering Group per coordinare politica, capacità e operazioni. Nello stesso periodo, la dichiarazione dei loro leader ha collegato apertamente questa cooperazione alla difesa dei partner europei e degli alleati Nato.

Solo un mese fa, il 2 marzo, il presidente francese Emmanuel Macron ha introdotto una nuova tappa della dottrina di deterrenza francese, indicando che Parigi è disponibile a garantire l’Europa, mantenendo allo stesso tempo il potere di decidere sull’eventuale attraversamento della soglia nucleare.

Il problema qui è che la deterrenza non nascerebbe da Bruxelles, ma da una progressiva ‘europeizzazione della deterrenza’ tra Francia, Regno Unito e partner continentali. La decisione ultima sull’uso dell’arma nucleare infatti resterebbe nazionale. In questo senso, l’asse franco-britannico potrebbe coprire una parte decisiva del problema strategico, ma non creerebbe automaticamente una garanzia collettiva identica a quella americana. Anche perché, ad esempio, in Francia il mandato di Macron scade nel 2027 e non è affatto detto che il suo successore prosegua sulla stessa via.

Ultimo aspetto, la deterrenza nucleare non risolve da sola il problema della guerra convenzionale: servono comunque più difesa aerea, ISR, strike a lungo raggio e forze terrestri.

Coalizioni minilaterali

Accanto a questi tre livelli ce n’è poi un quarto, più regionale: le coalizioni minilaterali del Nord e del Baltico. La Joint Expeditionary Force riunisce dieci Paesi del Nord Europa con forze ad alta prontezza, configurate per rispondere rapidamente alle crisi. A marzo i leader hanno ribadito il suo ruolo come strumento flessibile di dialogo, deterrenza e difesa nel Nord Europa. In parallelo, Nordefco punta a rafforzare la difesa nazionale nordica, l’interoperabilità e la capacità di agire insieme anche in crisi o conflitto, non solo in tempo di pace.

In una fase di disimpegno Usa, questi blocchi potrebbero essere i primi a funzionare davvero, soprattutto dove la minaccia russa è percepita come più immediata. Un vantaggio che è anche un limite: non coprono tutta l’Europa, non offrono da soli una deterrenza nucleare estesa, non sostituiscono un comando continentale, e non hanno il peso politico-industriale per sostenere un confronto strategico prolungato su scala europea.

Insomma, se Washington dovesse davvero sganciarsi dall’Alleanza, l’Europa non potrebbe limitarsi a scegliere un’alternativa. Dovrebbe costruirla, pezzo per pezzo, usando strumenti in parte già esistenti e in parte ancora incompleti.

Sicurezza

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

spot_img

Notizie correlate

Firenze
cielo sereno
20.1 ° C
20.8 °
18.2 °
32 %
5.1kmh
0 %
Ven
19 °
Sab
23 °
Dom
22 °
Lun
20 °
Mar
21 °

Ultimi articoli

SEGUICI SUI SOCIAL

VIDEO NEWS

Video news