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Operazione Gamechanger, fondi bloccati all’Ucraina e controllo sulla stampa: 16 anni di Orbán a 10 giorni dal voto

Le prossime elezioni in Ungheria potrebbero cambiare radicalmente la storia del Paese e dell’Unione europea. Mancano solo dieci giorni al 12 aprile 2026, una data che rappresenta un bivio storico: per la prima volta dopo sedici anni di dominio incontrastato, il primo ministro Viktor Orbán affronta una sfida interna senza precedenti, mentre il suo isolamento a Bruxelles raggiunge il punto di rottura.

Non è solo una contesa elettorale, ma il culmine di un conflitto decennale sullo Stato di diritto che ha trasformato l’Ungheria nel caso diplomatico e finanziario più spinoso del continente.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban
Il primo ministro ungherese Viktor Orban a Bruxelles (Afp)

Sedici anni di “sistema Ner”

Dal suo ritorno al potere nel 2010, Orbán ha edificato il cosiddetto Ner (Nemzeti Együttműködés Rendszere), un Sistema di Cooperazione Nazionale progettato per concentrare ricchezza e influenza nelle mani di una cerchia ristretta di fedelissimi. Questo modello ha trasformato lo Stato in un volano economico per il partito di governo, Fidesz.

I numeri descrivono una deriva autoritaria sistematica:

  • Dal 2018, la stragrande maggioranza di radio, tv e giornali è confluita nella fondazione Kesma, che risponde direttamente agli interessi del governo. Il pluralismo è quasi inesistente: Fidesz riceve il 73% del tempo di parola nei notiziari pubblici, con copertura quasi esclusivamente positiva.
  • Il sistema giudiziario è stato scosso da pensionamenti forzati e nomine politiche, minando l’indipendenza dei tribunali.
  • Tra il 2024 e il 2025, il 69% delle gare d’appalto ha visto la partecipazione di un solo offerente, una pratica ad altissimo rischio corruzione sotto la lente di Bruxelles.

Secondo il rapporto Liberties 2026, l’Ungheria è oggi all’ultimo posto tra i 27 Paesi Ue per rispetto dello Stato di diritto ed è l’unico Paese membro classificato come “parzialmente libero” da Freedom House.

Presidente Ungheria Viktor Orban Afp
Il presidente ungherese Viktor Orban al Parlamento europeo (Afp)

La guerra dei fondi e l’emorragia finanziaria

Il braccio di ferro con l’Europa ha assunto una dimensione economica brutale. Si stima che dall’inizio dell’era Orbán l’Ungheria abbia ricevuto tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti di fondi Ue. Tuttavia, Bruxelles ha iniziato a chiudere i rubinetti. Circa 20 miliardi di euro restano bloccati dal 2022 a causa delle violazioni sui diritti Lgbtqi+, sulle università e sulla restrizione del diritto d’asilo.

L’Ungheria, inoltre, sta affrontando un’emorragia finanziaria di un milione di euro al giorno, sanzione inflitta dalla Corte di Giustizia Ue per il rifiuto di riformare il sistema di asilo politico. Questa multa si aggiunge a una sanzione una tantum di 200 milioni di euro. Bruxelles sottrae queste somme direttamente dai fondi comunitari destinati al Paese.

Di tutta risposta, Orbán ha usato sistematicamente il potere di veto per ottenere lo sblocco di fondi, come i 10,2 miliardi ottenuti nel 2023 in cambio del via libera ai negoziati Ue per l’Ucraina. Attualmente, Budapest sta paralizzando un prestito europeo da 90 miliardi per Kiev.

Viktor Orban e Donald Trump
Il presidente ungherese Viktor Orban stringe la mano al presidente Usa Donald Trump al Board of Peace durante il World Economic Forum (Afp)

Il triangolo energetico: tra Putin e l’esenzione di Trump

L’Ungheria gioca una partita vitale anche sull’energia, dipendendo dalla Russia per il 74% del gas e l’86% del petrolio. Budapest e Bratislava sono gli unici esentati dalle sanzioni europee sull’acquisto di idrocarburi russi. In questo scenario si inserisce il ruolo cruciale del presidente statunitense Donald Trump. Nel 2025, durante una visita alla Casa Bianca, Trump ha concesso a Orbán una deroga di un anno sulle sanzioni secondarie americane, permettendo all’Ungheria di continuare i suoi rapporti economici con Mosca.

In cambio, Orbán si è impegnato a sottoscrivere contratti per 600 milioni di dollari per l’acquisto di gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti. Parallelamente, il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni su istituti russi coinvolti nella costruzione della centrale nucleare Paks 2 in Ungheria, affidata a Rosatom e finanziata dalla russa Gazprombank.

Vladimir Putin e Peter Szijjarto
Il presidente russo Vladimir Putin e il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto (Ipa/Fotogramma)

La “talpa” russa e il caso Szijjártó

Ad un quadro così variegato, si aggiunge un’inchiesta condotta dal giornalista Szabolcs Panyi per il quotidiano indipendente Vsquare, la quale ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “filo diretto” tra Budapest e il Cremlino. Una registrazione del 30 agosto 2024 ha catturato il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, mentre rassicurava il russo Sergej Lavrov sul suo impegno per far rimuovere dalla lista nera Ue Gulbakhor Ismailova (sorella dell’oligarca Usmanov), promessa effettivamente mantenuta sette mesi dopo.

Più grave ancora è la rivelazione del Washington Post secondo la quale Szijjártó avrebbe riferito a Lavrov dettagli riservati delle discussioni avvenute durante il Consiglio Affari Esteri Ue, spifferando le posizioni dei colleghi europei. Szijjártó ha persino concluso la chiamata dichiarandosi “sempre al vostro servizio” verso Mosca. La Commissione Ue, tramite l’altra rappresentate per gli affari esteri Kaja Kallas, ha ricordato duramente che le deliberazioni del Consiglio sono riservate e non devono essere divulgate a terzi.

Interferenze e “The Gamechanger”

Mentre Orbán tenta di distogliere l’attenzione dai problemi economici denunciando minacce esterne, fonti di intelligence hanno rivelato un piano dei servizi segreti russi,  l’Svr, denominato “The Gamechanger”. Il piano suggeriva di inscenare un finto attentato contro Orbán per spostare il consenso elettorale su temi emotivi come la sicurezza nazionale e la stabilità, distogliendo gli elettori dalle questioni socioeconomiche. Nel frattempo, Mosca ha inviato a Budapest agenti del Gru per interferire nel voto con campagne social, deepfake e disinformazione volta a dipingere l’opposizione come un “partito della guerra”.

Il leader dell'opposizione ungherese Peter Magyar
Il leader dell’opposizione ungherese Peter Magyar del partito Tisza, Rispetto e Libertà (Afp)

Lo sfidante: Péter Magyar

Ma non tutto è perduto: a far tremare il sistema di potere di Orbán è l’ascesa di Péter Magyar, leader del partito Tisza. Magyar non è un oppositore tradizionale, ma un ex insider di alto livello, ex marito della ministra della Giustizia Judit Varga. Conoscendo i segreti del regime, Magyar sta girando il Paese villaggio per villaggio, promettendo di smantellare la corruzione del Ner e superando Orbán nei sondaggi.

Mentre presidenti internazionali come Donald Trump e Giorgia Meloni e le leader dei partiti di destra di Francia e Germania, Marine Le Pen e Alice Weidel, ma anche il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, hanno espresso sostegno a Orbán, l’Europa attende con ansia il 12 aprile per capire se l’Ungheria resterà un “rifugio illiberale” o tornerà ad essere un partner affidabile nel solco dei valori democratici. Con il 40,9% ai sondaggi per Orbán, contro il 48,6% per il partito avversario: così Budapest si prepara alle urne.

Politics

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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