29.7 C
Firenze
martedì 11 Agosto 2026
Segnala a Zazoom - Blog Directory
spot_img

Cane e padrone, la somiglianza non è un caso: lo legge come un libro aperto

(Adnkronos) – Lo chiamiamo “il migliore amico dell’uomo”, e prove millenarie supportano questo appellativo: i cani sono stati ritrovati sepolti accanto a esseri umani in tombe risalenti a 14.000 anni fa. Compaiono nell’arte antica di ogni continente e sono presenti nella mitologia, nella religione e nel folklore di praticamente ogni cultura. Le prove archeologiche dimostrano che ci hanno aiutato a cacciare, a proteggere le nostre case, a trasportare i nostri averi, a radunare il bestiame e a farci compagnia per tutta la durata della storia documentata. E oggi il numero di cani che vivono con gli esseri umani è superiore a quello di qualsiasi altro periodo storico. Si contano centinaia di razze specializzate, dai mini chihuahua che stanno dentro una borsetta agli alani che arrivano all’altezza della vita. La convivenza è stata così stretta che i cani si sono evoluti in modo diverso in tutto il mondo per adattarsi ai tratti umani, sviluppando caratteristiche distintive in diverse regioni, rispecchiando i diversi stili di vita dei loro partner ‘bipedi’. Fido non è solo lo specchio del padrone, è anche il suo ‘psicologo’, straordinariamente bravo a interpretare risate, espressioni corrucciate e lacrime. Sia gli scienziati che gli appassionati dei cani lo sanno da tempo. Ma la biologia alla base di questa capacità è rimasta in gran parte inesplorata finora. Così come resta aperto un interrogativo: come sono emerse così tante razze durante questi 15.000 anni di coevoluzione?  

 

A queste domande provano a rispondere due studi. Il primo è il lavoro di un archeologo, Peter Mitchell, che nel suo nuovo libro (‘First Dogs: Hunter-Gatherers and their Canine Companions from Prehistory to the Present’) rivela come la domesticazione del cane sia stata un processo complesso in cui sia gli esseri umani che i lupi probabilmente hanno partecipato – almeno inizialmente – come partner alla pari, e come le comunità di cacciatori-raccoglitori siano state assolutamente centrali in questo processo, molto prima che altri animali o piante venissero posti sotto lo stretto controllo umano. Il risultato è stata l’evoluzione di molteplici percorsi di interazione, con i cani che hanno sviluppato tratti specializzati che si adattavano perfettamente alle esigenze e agli ambienti delle società umane con cui vivevano. Il secondo studio, pubblicato sulla rivista ‘iScience’ di Cell Press, analizza invece l’attività cerebrale di alcuni cani mentre osservano immagini di diverse espressioni facciali umane. Le scansioni del loro cervello mostrano che elaborano i sorrisi in una specifica regione e, per le prima volta, forniscono la prova che i cani sono in grado di distinguere anche tra espressioni facciali negative come rabbia, tristezza e paura. “Gli esseri umani sono bravissimi a cogliere i piccoli dettagli del viso, e lo sono anche i cani”, afferma il primo autore Raúl Hernández-Pérez dell’università di Vienna. “Questo li rende molto interessanti. Studiando il loro cervello, possiamo capire quali adattamenti si sono sviluppati per supportare la loro straordinaria comprensione sociale ed emotiva degli esseri umani”. 

E si torna alla loro evoluzione nei secoli, analizzata dall’archeologo Mitchell. Dalla tundra artica alle foreste pluviali tropicali, i cani hanno subito trasformazioni straordinarie che riflettono la diversità delle culture umane e degli ambienti. Questo processo di evoluzione parallela ha prodotto animali diversi come i cani da slitta compatti e dal folto pelo dell’estremo nord e i cani da caccia snelli e adattati al caldo delle regioni equatoriali. Nelle regioni ad alta quota dell’altopiano tibetano, sia i cani che i loro compagni umani hanno sviluppato adattamenti genetici simili per far fronte all’aria povera di ossigeno. La ricerca ha identificato geni specifici nei cani tibetani che li aiutano a prosperare ad altitudini dove le razze di pianura farebbero fatica, rispecchiando gli adattamenti riscontrati nelle popolazioni umane della stessa regione. “Non sappiamo quando i cani si siano uniti a loro per la prima volta, e le varianti genetiche necessarie per prosperare in quell’ambiente potrebbero essere state acquisite rapidamente, ma fino a quando ciò non è avvenuto, l’ipossia ha presumibilmente rappresentato un limite alla presenza canina”, spiega Mitchell. 

Forse in nessun altro luogo il rapporto tra uomo e cane è più specializzato che nell’Artico, dove le popolazioni indigene hanno sviluppato sofisticate culture di utilizzo delle slitte trainate dai cani, ragiona l’esperto. Le prove archeologiche rivelano che i cani artici hanno sviluppato caratteristiche scheletriche distintive legate al loro ruolo di animali da tiro, tra cui specifici schemi di stress vertebrale e ossa degli arti robuste, capaci di resistere alle sollecitazioni del traino di carichi pesanti attraverso paesaggi ghiacciati. Questi cani nordici non erano semplici mezzi di trasporto, ma elementi essenziali delle strategie di sopravvivenza che permisero agli esseri umani di prosperare in uno degli ambienti più ostili della Terra. Il rapporto era così stretto che cani e umani condividevano spesso diete simili, come rivelato dalle analisi su ossa antiche, con entrambi che si nutrivano prevalentemente di risorse marine nelle regioni costiere. 

Al contrario, i cani che vivono con le società di cacciatori-raccoglitori nelle regioni tropicali hanno sviluppato caratteristiche molto diverse. Nelle foreste pluviali del Sud America e del Sudest asiatico, i cani si sono evoluti come compagni di caccia specializzati, con maggiori capacità di seguire le tracce della selvaggina nella fitta vegetazione e di orientarsi su terreni complessi. Questi cani tropicali in genere rimanevano più piccoli e agili dei loro simili settentrionali, caratteristiche che si rivelarono vantaggiose negli ambienti delle foreste. I resoconti etnografici descrivono come le popolazioni indigene gestissero attentamente l’allevamento per mantenere queste capacità di caccia, selezionando i cuccioli più promettenti e talvolta persino incrociandoli con canidi selvatici per ravvivare i tratti desiderati. La diversità delle forme canine in tutto il mondo riflette dunque non solo l’adattamento ambientale, ma anche le preferenze culturali e le specifiche esigenze funzionali. Sulla costa nord-occidentale del Nord America, ad esempio, alcuni gruppi indigeni allevavano cani di piccola taglia dal pelo lanoso proprio per la loro pelliccia, che veniva tessuta per realizzare coperte cerimoniali: un esempio unico di cani impiegati nella produzione di tessuti anziché nella caccia o nel trasporto. In altre regioni, i cani svolgevano un ruolo cruciale nella vita spirituale e cerimoniale, il che portava alla selezione di particolari caratteristiche fisiche o comportamenti ritenuti culturalmente significativi. 

 

La ricerca sta inoltre iniziando a evidenziare come le malattie trasmesse da vettori possano aver limitato significativamente la distribuzione e l’evoluzione dei cani in alcune regioni. Nell’Africa subsahariana, ad esempio, malattie come la tripanosomiasi (la ‘malattia del sonno’) e l’ehrlichiosi spiegano potenzialmente perché i cani siano arrivati relativamente tardi nelle regioni tropicali del mondo e nelle aree a sud di queste, o siano rimasti meno comuni in queste zone rispetto alle zone temperate. Si aggiunge così con il fattore malattie un ulteriore tassello alla comprensione di come i cani si siano evoluti in modo diverso in tutto il mondo, non solo adattandosi a ciò che era presente nel loro ambiente, ma anche venendo plasmati da ciò che era assente o ostile alla loro sopravvivenza. Studi genetici moderni rivelano poi che molte antiche linee di sangue canine sono andate perdute, sostituite da razze europee che si sono diffuse in tutto il mondo durante l’espansione coloniale. Tuttavia, tracce di queste popolazioni originarie persistono ancora in alcune regioni, offrendo scorci sulla lunga storia della coevoluzione tra uomo e cane. Le prove archeologiche, genetiche ed etnografiche sono dunque concordi: i cani non si sono limitati a seguire gli esseri umani in tutto il mondo, ma si sono evoluti al loro fianco. Questa evoluzione parallela rivela i modi in cui esseri umani e cani si sono influenzati reciprocamente nella biologia e nel comportamento nel corso dei millenni.  

“Il processo attraverso il quale i lupi grigi si trasformano in cani non è segnato da un singolo evento di svolta. Probabilmente è stato un processo lungo e graduale – conclude Mitchell – La relazione così costruita è stata frutto di uno sforzo congiunto, sebbene, soprattutto in Occidente e negli ultimi secoli, gli esseri umani abbiano assunto un ruolo sempre più dominante nel determinarne la forma e la direzione. Ciononostante, il modo in cui cani e umani si relazionano – e si sono relazionati – tra loro ha valore proprio per la loro reciproca e complessa interconnessione”. Una connessione che li ha portati a capirsi davvero nel profondo, come testimonia lo studio austriaco. I ricercatori si sono concentrati inizialmente sulla felicità, un’espressione che, secondo studi precedenti, riveste un significato particolare per i cani. Dalle scansioni cerebrali a cui hanno sottoposto 8 cani, mentre mostravano loro immagini di estranei con espressioni felici o neutre, è emerso che i volti felici hanno attivato la corteccia temporale e il nucleo caudato nel cervello dei cani, regioni associate rispettivamente all’elaborazione cognitiva superiore e al sistema di ricompensa. “L’attività nel nucleo caudato è particolarmente interessante. Suggerisce che i volti umani sorridenti possano avere un significato emotivo per i cani”, afferma Laura Cuaya dell’università di Vienna, che ha avviato la ricerca all’università nazionale autonoma del Messico e l’ha poi ampliata grazie a una collaborazione con l’università Eötvös Loránd in Ungheria. 

Gli scienziati si sono quindi chiesti se le stesse regioni cerebrali rispondessero anche ad altre emozioni. Hanno mostrato immagini di persone che esprimevano felicità, rabbia, paura e tristezza a 12 cani e ne hanno analizzato l’attività cerebrale utilizzando l’apprendimento automatico. Hanno scoperto così che i cani non reagivano allo stesso modo a queste emozioni negative; la rete tra la corteccia temporale e il nucleo caudato rispondeva in modo specifico alla felicità, consentendo ai ricercatori di distinguere facilmente le reazioni cerebrali ai sorrisi da quelle relative a tutte e tre le espressioni negative. Ma c’è di più: il cervello canino non si limitava a classificare il mondo in buono e cattivo, ha scoperto il team. Un’analisi dell’intero cervello ha rivelato schemi di attività distinti che separavano anche la paura dalla rabbia e dalla tristezza, fornendo la prima prova che i cani possono distinguere tra specifiche espressioni facciali negative.  

Per i ricercatori questa capacità non significa che i cani provino le emozioni esattamente come gli esseri umani. Inoltre, una semplice foto di un volto umano non racconta tutta la storia; nella vita reale, i cani osservano il linguaggio del corpo umano, ascoltano le sfumature della nostra voce e ricavano informazioni dal nostro odore. “Quando confrontiamo gli esseri umani con i primati, stiamo esaminando capacità che potrebbero derivare da un antenato comune”, afferma Cuaya, che è autrice senior dello studio. “Con i cani, la storia è completamente diversa. Hanno seguito un percorso evolutivo molto differente, eppure, attraverso la domesticazione, hanno sviluppato le capacità sociali necessarie per comprenderci e cooperare con noi”. In questo studio, i partecipanti canini erano tutti animali domestici provenienti da famiglie affettuose, osserva il team. I cani che vivono in libertà, come quelli randagi, si muovono in un contesto sociale molto diverso e potrebbero elaborare i segnali umani in modo differente. In un secondo momento, i ricercatori intendono adottare una prospettiva più incentrata sul cane per comprendere come questi integrino i segnali cerebrali al fine di dare un senso agli esseri umani che li circondano. Il loro lavoro futuro confronterà anche il modo in cui il cervello umano e quello canino elaborano gli stessi segnali emotivi. “Vorrei che le persone considerassero i cani come esseri emotivi”, conclude Cuaya. “Riconoscere questo può cambiare il modo in cui comunichiamo con loro e ce ne prendiamo cura”. 

 

cronaca

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

© Riproduzione riservata

spot_img

Notizie correlate

Firenze
cielo sereno
29.7 ° C
30.7 °
28.5 °
46 %
0.9kmh
0 %
Lun
29 °
Mar
37 °
Mer
38 °
Gio
39 °
Ven
39 °

Ultimi articoli

SEGUICI SUI SOCIAL

VIDEO NEWS

Video news