(Adnkronos) – Il dottor Renato Severino è un anziano primario chirurgo prossimo alla pensione, provato da una vita trascorsa negli ospedali e da un sistema sanitario nel quale le esigenze amministrative ed economiche sembrano avere progressivamente preso il sopravvento sulla centralità del paziente. Un giorno Severino torna a casa sfinito dopo l’ennesima giornata di conflitti e frustrazioni. Il rinvio di un intervento chirurgico, le proteste dei familiari, la carenza di risorse e il confronto con una direzione generale costretta a ragionare in termini di tagli, bilanci e riorganizzazioni gli restituiscono l’immagine di un servizio sanitario fragile, nel quale chi cura e chi viene curato rischiano entrambi di essere travolti. Renato si addormenta sul divano e precipita in un sogno angoscioso. Nel sogno si ritrova improvvisamente dall’altra parte: non è più il primario autorevole, abituato a decidere e a essere riconosciuto, ma un paziente sconosciuto, immobile e incapace di comunicare. È ricoverato proprio nell’ospedale in cui ha lavorato, ma nessuno lo riconosce. Per il personale sanitario è soltanto il paziente del letto numero 51. E’ la ‘sliding door’ che vive Renato Severino, protagonista del romanzo ‘Non solo medico’ (Edizioni Progetto Cultura) firmato dal medico chirurgo Paolo Sardelli, che uscirà il 24 ottobre e i cui diritti di autore sono devoluti interamente a Medici senza frontiere, con una presentazione a Roma.
‘Non solo medico’ non è soltanto un romanzo sulle criticità del Servizio sanitario nazionale. “La crisi della sanità costituisce il luogo concreto nel quale si manifesta una questione più universale: che cosa accade a una persona quando il sistema, il ruolo e lo sguardo degli altri smettono di riconoscerla? Il libro racconta tre promesse mancate – un servizio sanitario realmente centrato sul paziente, una scuola chirurgica capace di formare e un sistema professionale fondato sul merito – ma racconta soprattutto il tentativo di ricomporre un’identità ferita. Alla disintegrazione dell’Io prodotta dall’invisibilità, Renato oppone la memoria, gli affetti, la dignità, la spiritualità e la possibilità di cambiare. Il messaggio conclusivo non è la rinuncia alla medicina né una condanna indistinta del servizio sanitario – racconta Sardelli – È un invito a trasformare il modo di abitarlo, ricordando che il medico non può curare davvero se viene svuotato della propria umanità e che il paziente non deve mai essere ridotto a un numero. Dietro ogni ruolo e ogni corpo malato esiste un individuo irripetibile con una storia, degli affetti, delle paure e una vita interiore che chiedono di essere riconosciuti. Il titolo racchiude pertanto il significato più profondo dell’opera: Renato è medico, ma non è soltanto medico. È figlio, marito, padre, nonno, uomo fragile e inquieto. Ed è proprio riscoprendo questa ricchezza umana e affettiva che può tornare a sentirsi vivo”.
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