Stadio della Roma, la storia è infinita ma questa è la volta buona (forse)

(Adnkronos) – Questa è la volta buona, forse. Lo stadio della Roma dovrebbe vedere la sua prima pietra la prossima primavera. Il condizionale è d’obbligo di fronte a una storia infinita, che ha visto nel tempo arrotolarsi una lunga sequenza di veti politici, intoppi burocratici, azzardi imprenditoriali e conseguenti vicende giudiziarie, rinvii e ripensamenti. Certo, la notizia di oggi è un elemento di svolta. Il parere positivo della conferenza di servizi relativa al progetto di fattibilità tecnica ed economica dell’impianto nell’area di Pietralata vuol dire, scandisce il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, una sola cosa: lo stadio “a questo punto è una certezza, si farà”. 

C’hanno provato, prima dei Friedkin, tre presidenze: quella di Dino Viola, la famiglia Sensi e il primo americano sbarcato a Roma, James Pallotta. Tra il 1987 e il 2021, prima la Magliana, poi Massimina (Aurelia) e quindi Tor di Valle si sono candidate a ospitare uno stadio che i tifosi della Roma hanno imparato con il tempo a considerare una chimera. Basta ripercorre rapidamente questi quasi quarant’anni di storia, includendo il 2027 che potrebbe veramente essere l’anno dell’inizio del cantiere, per raccontare un’odissea fatta soprattutto di errori.  

Dino Viola, il presidente del secondo scudetto, quello del 1982/83, presenta nel 1987 il progetto per un impianto da 45mila posti, individuando la Magliana come il posto giusto per costruire un centro polifunzionale. Ma arrivano, puntuali, i no della politica: a respingere il progetto sono il Comune di Roma e la Giunta regionale, adducendo vincoli urbanistici e l’eccessiva vicinanza dei Mondiali di Italia ’90, con la ristrutturazione dell’Olimpico già approvata. Nel 2009 è Rosella Sensi a proporre la costruzione dello stadio ‘Franco Sensi’, in onore del presidente del terzo scudetto: 55mila posti e un impianto avveniristico. In questo caso, manca comunque l’accordo urbanistico ma sono soprattutto le difficoltà economiche della holding di famiglia a imporre un passo indietro.  

Tra il 2012 e il 2021 gioca le sue carte James Pallotta. Questa volta l’area individuata è quella dell’ippodromo di Tor di Valle. Il progetto è particolarmente ambizioso con un complesso da oltre un miliardo di euro e tre grattacieli progettati dall’archistar Daniel Libeskind. Arrivano però una serie di stop. Il più clamoroso, nel 2018, porta all’arresto del costruttore Luca Parnasi. A febbraio 2011, Pallotta ritira il progetto, perché dichiarato non più sostenibile. Questo fallimento, in particolare, è la fotografia di un destino che sembrava ineludibile. Una pietra sopra otto anni di lavoro, di passi avanti e bruschi stop, di incongruenze e contraddizioni. Con una firma politica, quella della giunta cinquestelle guidata da Virginia Raggi.  

Dan e Ryan Friedkin, gli attuali proprietari della Roma, sono ora molto più vicini a un risultato storico. Perché gli ultimi quarant’anni di storia dimostrano che costruire uno stadio a Roma è un’impresa che va oltre il necessario sforzo progettuale, imprenditoriale e finanziario. Se realmente venisse messa la prima pietra a Pietralata, e se questo avvenisse nei tempi previsti, per una volta, la politica, con l’amministrazione Gualtieri in prima fila, la tenacia di chi vuole investire e l’interesse pubblico avrebbero dimostrato di sapersi muovere nella stessa direzione. E potrebbe cadere anche il condizionale che oggi resta, per un giustificato eccesso di cautela. (Di Fabio Insenga) 

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