La forma dell’utile: il design di oggi specchio degli anni ’60 e ’70
In un’epoca dominata dall’immateriale, dai pixel e dall’intelligenza artificiale, guardare indietro agli anni ’60 e ’70 non è una semplice esercitazione nostalgica. Quei due decenni hanno rappresentato il Big Bang del design industriale moderno: un periodo in cui l’oggetto non era soltanto una risposta funzionale a un bisogno, ma una dichiarazione d’intenti culturale, politica e sociale. Mettere a confronto il design di quella stagione d’oro con le tendenze contemporanee rivela quanto il nostro rapporto con le cose sia radicalmente cambiato, pur mantenendo un filo rosso visibile che lega forme, colori e filosofie progettuali.
Un’evoluzione di forme, colori e visioni
Se la nascita del design industriale di metà Novecento era guidata dall’ottimismo economico e dalla fiducia cieca nel futuro, l’approccio di oggi risponde a un mondo saturo. Negli anni ’60 e ’70, pionieri come Ettore Sottsass e Gae Aulenti concepivano l’oggetto come uno strumento per rifondare il modo di vivere, sfruttando l’avvento delle materie plastiche per creare forme scultoree, futuristiche e dai colori esplosivi.

La silhouette della sedia Panton o le curve audaci degli apparecchi della Space Age parlavano un linguaggio saturo di rosso, arancione e giallo brillante, lasciando poi spazio, nel decennio successivo, ai toni terrosi come il senape, il verde oliva e il marrone bruciato. Oggi, l’atto progettuale non nasce più dall’urgenza di creare “il nuovo a tutti i costi”, ma dalla responsabilità sistemica di riprogettare con intelligenza.
L’Ecodesign, la circolarità dei materiali e la disassemblabilità guidano una ricerca formale che non cerca di scioccare, ma di durare e integrarsi con discrezione. Le geometrie nette o i volumi monumentali del passato lasciano il posto a linee fluide, ergonomiche e dagli angoli smussati (soft edges), concepite per dialogare con lo spazio piuttosto che imporvisi. Anche la paletta cromatica riflette questa mutata sensibilità: se cinquant’anni fa il colore gridava la propria presenza per celebrare la modernità industriale, oggi le tonalità desaturate — come il salvia, la terracotta smorzata e i grigi caldi con finiture opache — sussurrano, cercando di infondere senso di calma e familiarità per contrastare il sovraccarico cognitivo della vita digitale.
Questa trasformazione visiva ed estetica si intreccia a una profonda riridefinizione funzionale. La dematerializzazione tecnologica ha spazzato via molti degli oggetti fisici che negli anni ’70 riempivano le nostre case — dalle radio-sveglie ai calcolatori, tutti assorbiti dall’unico schermo neutro dello smartphone. Di conseguenza, il design di prodotto contemporaneo si è concentrato su ciò che rimane fisicamente insostituibile: l’arredo, l’illuminazione, le sedute. Ma in risposta alla freddezza della tecnologia, assistiamo oggi a un’interessante convergenza: il ritorno all’artigianato e alla materia sensibile, dove la stampa 3D e i materiali di riciclo convivono con il savoir-faire manuale, recuperando in chiave etica quell’attenzione alla matericità che negli anni ’70 si esprimeva attraverso il cuoio, il legno scuro e i metalli spazzolati.
Il design contemporaneo deve un debito enorme alla grande stagione degli anni ’60 e ’70. Non è un caso che gran parte dei pezzi diventati icone della produzione industriale continuino a essere riprodotti o reinterpretati dalle grandi aziende di settore. La vera differenza risiede nella consapevolezza: se gli anni ’60 e ’70 hanno disegnato con audacia l’utopia del futuro, il design di oggi ha il compito maturo, e altrettanto ambizioso, di renderlo sostenibile e a misura d’uomo.


