In Italia si fanno sempre meno figli e sempre più tardi: nei primi sette mesi del 2025 il tasso di fecondità è sceso a 1,13 figli per donna (1,18 nel 2024 secondo l’Istat), nuovo minimo storico, mentre l’età media al parto ha raggiunto 32,6 anni. Su questi due indicatori — fecondità in caduta e maternità sempre più tardiva — si concentra il confronto aperto agli Stati Generali della Natalità a Roma, dove istituzioni, studenti, sindacati e rappresentanti delle categorie stanno analizzando l’andamento demografico e le condizioni che lo influenzano.
Nel quadro delineato in apertura dei lavori, il saldo naturale del 2024 risulta negativo per 281.000 persone, un dato che colloca l’Italia tra i Paesi europei con la riduzione più marcata della popolazione. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito la natalità “un tema vitale” e ha richiamato il legame diretto tra struttura sociale e sostituzione tra generazioni: “Il livello di avvicendamento è conseguenza del modello di società che si sarà concorso a costruire”.
Il Capo dello Stato ha indicato un’inversione storica del rapporto tra benessere e nascite: “Laddove i consumi privati appaiono più alti, si riscontra minore generatività”, segnalando un disallineamento crescente tra capacità economica e propensione a formare una famiglia. Ha inoltre descritto la sequenza di ostacoli che caratterizza la transizione alla vita adulta: “In ritardo nel trovare una occupazione stabile. In ritardo nel rendersi autonomi. In ritardo nell’avere accesso a una abitazione. In ritardo nel mettere su famiglia”.
Nel contesto dei lavori è stata annunciata da Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità, la creazione dell’Agenzia per la Natalità, una struttura che riunirà imprese, associazioni, demografi e accademici con l’obiettivo di elaborare proposte operative permanenti. Le organizzazioni sindacali hanno collegato il calo delle nascite a variabili precise: stabilità del lavoro, redditi adeguati, politiche abitative efficaci e servizi accessibili.
La soglia dei 32,6 anni e il peso crescente del rinvio
L’età materna in aumento costituisce uno dei fattori più incisivi della dinamica demografica attuale. Nel 2024 l’età media al parto ha raggiunto 32,6 anni; per le donne al primo figlio il valore è 31,9. Nel 1995 era 28,1. La progressione evidenzia uno slittamento continuo che riduce la durata della finestra riproduttiva.
La distribuzione territoriale conferma il trend: il Centro Italia registra l’età più alta (33 anni), seguito dal Nord (32,7) e dal Mezzogiorno (32,3). Lazio, Basilicata e Sardegna si attestano a 33,2 anni, mentre la Sicilia mostra la media più bassa, 31,7 anni. L’incrocio tra questi dati evidenzia un rapporto diretto tra posticipazione e livelli di fecondità: la Sardegna, che presenta l’età media più elevata, ha anche la fecondità più bassa; la Sicilia, con un’età più contenuta, mantiene livelli più alti di natalità.
Il confronto generazionale accentua la portata del fenomeno. Le donne nate nel 1947 hanno avuto il primo figlio a 24,8 anni; quelle nate nel 1975 a 30. La distanza segnala una trasformazione profonda dei tempi di vita. Il rinvio prolungato della prima maternità è oggi una delle principali cause statistiche del divario tra fecondità desiderata e fecondità realizzata.
Mattarella ha collegato questo slittamento ai vincoli materiali che rallentano l’autonomia: contratti instabili, redditi insufficienti, costi abitativi elevati e limitata disponibilità di servizi di cura. “Parliamo delle difficoltà della precarietà e dei bassi redditi, dell’ardua impresa di accesso a una abitazione nelle aree urbane, dalle carenze dei servizi”, ha dichiarato.
All’interno degli Stati Generali, la questione dell’età materna è stata indicata come punto cruciale per comprendere la caduta del tasso di fecondità a 1,13. La combinazione dei due indicatori — età in aumento e figli in diminuzione — definisce la traiettoria attuale della popolazione italiana e mette in evidenza la necessità di politiche capaci di incidere sui tempi della transizione alla genitorialità.
Lavoro, redditi, casa e servizi: la catena che condiziona la genitorialità
Le analisi presentate nel corso degli interventi hanno delineato una precisa sequenza di fattori che incidono sulle decisioni legate alla formazione della famiglia. Il mercato del lavoro è il primo nodo. Le carriere iniziano con contratti a termine, retribuzioni ridotte e scarse prospettive di stabilità a breve. Questi elementi limitano l’accesso all’autonomia economica e rendono difficile programmare scelte di lungo periodo.
Dal lato dei redditi, la Uil ha ricordato che “la natalità è un indicatore della qualità delle condizioni di vita” e ha richiesto un Piano nazionale infanzia e famiglia con investimenti certi nei servizi di cura. La Cisl ha collegato natalità, conciliazione vita-lavoro e permanenza delle donne nel mercato del lavoro: “Ogni misura che favorisce la conciliazione vita-lavoro, l’accesso alla casa, i servizi per l’infanzia, la parità di genere, è un investimento sul futuro del Paese”.
Il fronte abitativo rappresenta uno dei principali vincoli rilevati. Nelle città a maggiore domanda immobiliare, il costo degli affitti supera una quota consistente del reddito netto dei giovani adulti. Le condizioni per accedere a un mutuo richiedono una stabilità contrattuale che, nella maggior parte dei casi, arriva dopo i trent’anni. La disponibilità limitata di alloggi accessibili rallenta la possibilità di uscire dalla famiglia di origine.
Sul piano dei servizi, la copertura dei nidi pubblici resta disomogenea. Nei territori dove l’offerta pubblica è insufficiente, i nidi privati applicano tariffe elevate che incidono sul bilancio familiare. L’assenza di una rete di servizi adeguata contribuisce alla riduzione dell’occupazione femminile dopo la nascita del primo figlio, un elemento indicato come centrale dagli interventi sindacali.
L’insieme delle variabili — lavoro, redditi, casa, servizi — compone una catena di fattori che agiscono simultaneamente. Questa configurazione struttura il contesto in cui maturano le scelte riproduttive e contribuisce al ritardo della genitorialità, con effetti misurabili sul livello complessivo di fecondità.
L’Agenzia per la Natalità e la costruzione di un coordinamento stabile
L’istituzione dell’Agenzia per la Natalità rappresenta la principale novità organizzativa emersa nel corso dei lavori. L’iniziativa, annunciata da Gigi De Palo, punta a creare un punto di riferimento stabile per la progettazione e il coordinamento delle politiche legate alla natalità. L’Agenzia riunirà imprese, associazioni, demografi, mondo accademico e culturale, con l’obiettivo di mettere in rete esperienze oggi distribuite tra enti diversi.
La cornice istituzionale è stata definita dal richiamo di Mattarella all’articolo 31 della Costituzione: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia… Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù”. Il Presidente ha inoltre precisato che il tema demografico non è in conflitto con l’integrazione dei migranti, il cui contributo al sistema produttivo è stato definito “prezioso”.
L’Agenzia si troverà ad operare in un contesto in cui gli indicatori demografici mostrano un andamento costante: calo delle nascite, aumento dell’età materna, riduzione della popolazione in età attiva. L’obiettivo dichiarato è offrire un luogo permanente di confronto e progettazione, superando la frammentazione degli interventi e garantendo continuità alle politiche già avviate.
Il quadro delineato negli interventi istituzionali e tecnici indica che la questione demografica si colloca al crocevia tra mercato del lavoro, welfare, istruzione, politiche abitative e competitività del sistema produttivo. L’Agenzia intende operare su questo incrocio, con il compito di trasformare i materiali raccolti nel corso degli Stati Generali della Natalità in strumenti di programmazione utili ai soggetti istituzionali coinvolti.
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