L’uscita dal gas russo è ormai un fatto giuridico acquisito. Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del regolamento REPowerEU (UE/2026/261), Bruxelles ha fissato una traiettoria vincolante che chiude definitivamente quel capitolo entro il 2027. La decisione non ha aperto un nuovo dibattito: lo ha chiuso. Proprio per questo, l’attenzione dell’Unione si è già spostata altrove, su un fronte meno visibile ma politicamente più sensibile.
Dopo il gas viene il petrolio. Non per automatismo, ma per necessità strategica. La Commissione ha accompagnato il bando sul gas con una dichiarazione formale che prepara il terreno a una proposta legislativa per vietare le importazioni di greggio russo. Qui la questione cambia natura: i volumi sono ridotti, le dipendenze concentrate, i margini di manovra più stretti. E il rischio non è più solo energetico, ma industriale e politico insieme.
Dopo il gas, il petrolio
Il regolamento sul gas segna il punto di non ritorno della strategia REPowerEU. La scelta di procedere con una base giuridica che consente il voto a maggioranza qualificata ha permesso all’Unione di superare resistenze interne e di trasformare una linea politica in obbligo di legge. È il precedente che ora viene esplicitamente richiamato nel dossier petrolifero. Nella dichiarazione UE/2026/268, pubblicata contestualmente, la Commissione europea ribadisce l’impegno a eliminare “tutte le restanti importazioni di petrolio dalla Federazione russa entro la fine del 2027”, in linea con la Dichiarazione di Versailles.
La Commissione annuncia una proposta legislativa “all’inizio del 2026” e si riserva di valutare con attenzione gli impatti su sicurezza degli approvvigionamenti, economia e competitività degli Stati più esposti. È una differenza significativa rispetto al gas. Lì la priorità era chiudere una dipendenza strutturale che, prima della guerra in Ucraina, copriva circa il 45% delle forniture europee. Qui il punto di partenza è diverso: il petrolio russo pesa oggi per circa il 3% delle importazioni Ue, ma quel residuo è concentrato e politicamente esplosivo.
La sequenza scelta da Bruxelles non è casuale. Il gas era il nodo sistemico, quello che teneva insieme sicurezza energetica, prezzi e stabilità macroeconomica. Una volta sciolto, il petrolio diventa il banco di prova della coerenza europea. Non tanto per l’impatto sui mercati globali, quanto per la capacità dell’Unione di applicare lo stesso approccio giuridico a un settore dove le alternative esistono, ma non sono distribuite in modo uniforme.
L’asse Budapest–Bratislava contro Bruxelles
Il dossier petrolifero mette a nudo una geografia delle dipendenze molto più concentrata rispetto al gas. Ungheria e Slovacchia continuano a importare greggio russo attraverso oleodotti, restando esposte a una filiera che altri Stati membri hanno già abbandonato. È su questo terreno che si annunciano le tensioni più forti. Bratislava e Budapest hanno già fatto sapere di essere pronte a contestare il percorso scelto dall’Unione, sostenendo che un bando al petrolio equivalga, nella sostanza, a una sanzione e richieda quindi l’unanimità.
La linea della Commissione è opposta: il divieto rientra nelle competenze del mercato interno e della sicurezza energetica, non nel perimetro sanzionatorio. È lo stesso impianto che ha retto sul gas e che ora viene esteso al petrolio. Ma la tenuta politica non è garantita. Per il premier slovacco Robert Fico, la scelta europea risponde a “ideologia e odio verso la Russia” e rischia di penalizzare un’economia senza accesso diretto al mare. Da Budapest, Viktor Orbán ha ribadito che non intende arretrare su una politica energetica che tiene bassi i prezzi per le famiglie, considerata un pilastro del consenso interno.
Il peso politico di queste posizioni supera il dato quantitativo delle importazioni. Il petrolio è meno centrale del gas nel dibattito pubblico europeo, ma tocca nervi scoperti: sovranità energetica, consenso elettorale, capacità di assorbire costi di transizione asimmetrici. È qui che il precedente del gas diventa ambivalente. Da un lato dimostra che l’Unione può forzare il passo anche senza unanimità. Dall’altro espone il rischio di una frattura duratura tra Stati che hanno già internalizzato il costo dello sganciamento e quelli che lo percepiscono come imposto dall’esterno.
Lo stress test dopo il gas
Il passaggio dal gas al petrolio sposta il baricentro del rischio. Se il primo ha inciso direttamente sui costi di produzione delle filiere energivore, il secondo agisce lungo catene meno visibili ma altrettanto strategiche: raffinazione, chimica di base, trasporti, logistica. In un’area euro dove il manifatturiero resta fragile e i margini sono compressi, l’effetto cumulativo delle politiche energetiche diventa un fattore di competitività, non solo di sicurezza.
È in questo contesto che va letta la dialettica interna alla Commissione sulle forniture alternative, in particolare sul ruolo crescente del Gnl statunitense. La vicepresidente Teresa Ribera ha avvertito che l’Unione “sta aumentando significativamente la nostra dipendenza dal gnl importato dagli Stati Uniti”, mentre il commissario all’energia Dan Jorgensen ha chiarito che l’Europa “non vuole sostituire una dipendenza con un’altra”. Dichiarazioni che hanno aperto un fronte politico in un momento in cui Bruxelles è impegnata a consolidare lo sganciamento da Mosca senza esporre l’industria a nuovi fattori di instabilità.
La portavoce per l’energia Anna-Kaisa Itkonen ha ricondotto il confronto su un piano tecnico. Le importazioni dagli Usa, ha spiegato, “non possono essere paragonate alla dipendenza pre-bellica dalla Russia”, ricordando che prima della guerra Mosca forniva circa il 45% del gas europeo attraverso infrastrutture “controllate e appartenenti a una singola società statale” e che la Russia ha “frequentemente e ripetutamente usato le forniture energetiche come arma”. Il Gnl, al contrario, opera in un mercato “globale e molto liquido”, che offre “maggiori opzioni di diversificazione”.
La distinzione è centrale anche per il petrolio. La disponibilità di forniture alternative non elimina il problema dell’impatto economico nei Paesi e nei settori più esposti. È per questo che la Commissione, nella dichiarazione che accompagna il futuro bando, insiste sulla necessità di valutare gli effetti sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sull’economia e sulla competitività. Dopo il gas, il petrolio diventa il test più complesso: non per la tenuta dei mercati, ma per la capacità dell’Unione di assorbire la transizione senza tradurla in un freno strutturale alla produzione.
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