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martedì 10 Febbraio 2026
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Il governo Starmer sotto pressione tra scandalo Epstein e fratture nel Labour

Keir Starmer ha scelto di restare. Nel giorno in cui Downing Street perdeva due figure chiave e il suo stesso partito iniziava a discutere apertamente della sua successione, il primo ministro britannico ha respinto ogni ipotesi di dimissioni e ha trasformato una crisi politica in uno scontro diretto sulla leadership. Davanti ai deputati laburisti riuniti a Westminster, Starmer ha rivendicato il proprio percorso e il mandato ricevuto dagli elettori, escludendo qualsiasi passo indietro nonostante le pressioni interne ed esterne.

Lo scandalo legato ai file Epstein e alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington ha accelerato dinamiche che covavano da settimane. In poche ore si sono concentrate dimissioni, prese di distanza, smentite ufficiali e manovre di contenimento. Il Labour, tornato al governo con una maggioranza ampia meno di due anni fa, si è ritrovato esposto a una crisi di credibilità che ha investito il vertice dell’esecutivo e la catena decisionale di Downing Street.

La giornata si è chiusa senza un cambio di leadership, ma con una frattura ormai esplicita tra la linea ufficiale del governo e il malessere che attraversa parte del partito. Starmer ha superato il momento più critico, ma il contesto politico in cui resta in carica è segnato da una pressione costante, da appuntamenti elettorali ravvicinati e da un’opposizione pronta a capitalizzare ogni indebolimento.

Lo scandalo Mandelson e l’effetto domino a Downing Street

L’origine della crisi è nella controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, decisa da Starmer e poi ritirata dopo poche settimane. La pubblicazione, da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense, di milioni di documenti legati al caso Epstein ha riportato alla luce i rapporti personali ed economici tra Mandelson e il finanziere, inclusi pagamenti risalenti ai primi anni Duemila e scambi di comunicazioni che hanno sollevato interrogativi sull’uso di informazioni riservate.

Starmer ha riconosciuto di non essere stato informato dei dettagli emersi dai file al momento della nomina, ma ha ammesso di sapere che Mandelson aveva mantenuto contatti con Epstein anche dopo la condanna di quest’ultimo. Questa ammissione ha avuto un peso politico rilevante, perché ha spostato il tema dalla mancanza di informazioni a una valutazione politica ritenuta da molti parlamentari insufficiente. Mandelson è stato rimosso dall’incarico già a settembre, ma l’intensificarsi delle rivelazioni ha riacceso lo scandalo, aprendo la strada a un’indagine della polizia britannica.

Le conseguenze più immediate si sono registrate all’interno dello staff del primo ministro. Morgan McSweeney, capo di gabinetto e consigliere politico di lunga data di Starmer, ha rassegnato le dimissioni assumendosi la responsabilità di aver sostenuto la nomina di Mandelson. Nella sua dichiarazione pubblica ha parlato di una decisione “sbagliata” che ha danneggiato il partito, il Paese e la fiducia nella politica. A distanza di poche ore è arrivato il passo indietro di Tim Allan, direttore delle Comunicazioni di Downing Street, che ha spiegato di voler consentire la costruzione di una nuova squadra.

Con l’uscita di Allan, il numero dei direttori delle Comunicazioni dimessisi durante la premiership di Starmer è salito a quattro, un dato che evidenzia una fragilità strutturale nella gestione dell’immagine e delle crisi. Downing Street ha escluso qualsiasi ipotesi di dimissioni del primo ministro, assicurando che Starmer resta determinato e sostenuto unanimemente dal governo. Le dichiarazioni ufficiali hanno però convissuto con indiscrezioni su ulteriori cambiamenti ai vertici dell’amministrazione, alimentando l’idea di una fase ancora instabile.

Labour sotto pressione

Il momento più delicato per Starmer è arrivato con l’intervento di Anas Sarwar, leader del Labour in Scozia, che ha chiesto pubblicamente un cambio di leadership a Downing Street. In una conferenza stampa, Sarwar ha definito la scelta “non facile e non indolore”, sostenendo che le difficoltà al vertice del governo rischiano di avere ripercussioni dirette sul voto in Scozia. Il riferimento era alle prossime elezioni e alla necessità, secondo Sarwar, di evitare che le tensioni londinesi compromettano le ambizioni del partito a livello territoriale.

La presa di posizione non ha trovato un seguito immediato tra i vertici del Labour. Nel giro di poche ore, tutti i membri del gabinetto hanno espresso pubblicamente sostegno a Starmer, bloccando sul nascere l’ipotesi di una sfida formale alla leadership. Il sostegno compatto ha permesso al primo ministro di affrontare un incontro a porte chiuse con deputati e pari del partito, durante il quale ha risposto alle domande e si è scusato per i danni arrecati dall’intera vicenda.

Nonostante questo passaggio, il malcontento interno non è scomparso. Diversi parlamentari hanno fatto trapelare dubbi sulla capacità del governo di superare la crisi senza cambiamenti più profondi. Le elezioni amministrative del 7 maggio, insieme alle consultazioni in Scozia e Galles, sono considerate da molti come un banco di prova decisivo. Una performance negativa potrebbe riaprire in modo formale la discussione sulla leadership, soprattutto se accompagnata da ulteriori sviluppi giudiziari o rivelazioni legate ai file Epstein.

Il quadro è complicato dall’assenza di un’alternativa immediatamente praticabile. Alcune figure di primo piano del partito sono considerate potenziali sfidanti, ma nessuna ha finora mosso passi concreti. Questo ha contribuito a congelare la situazione, trasformando la fase attuale in una sospensione carica di tensione, più che in una reale ricomposizione delle divisioni interne.

L’offensiva di Farage e la pressione elettorale

Sul fronte opposto, Nigel Farage ha colto l’occasione per rilanciare la sua campagna contro il governo. Dal palco di Birmingham, il leader di Reform UK ha chiesto le dimissioni di Starmer, sostenendo che un primo ministro privo di credibilità non possa guidare né il Parlamento né il Paese. Farage ha definito “cruciali” le elezioni amministrative di maggio, annunciando però l’intenzione di accelerare i tempi e presentare a breve i primi portavoce e membri di un gabinetto ombra.

L’obiettivo dichiarato è costruire una presenza politica permanente, capace di intercettare il malcontento verso i partiti tradizionali. Lo scandalo Mandelson-Epstein viene utilizzato come prova di un sistema politico chiuso e autoreferenziale, in cui le responsabilità individuali ricadono sull’intero apparato di governo. In questo contesto, Reform UK mira a consolidare il proprio spazio elettorale proprio mentre il Labour è impegnato a difendere la propria leadership.

Starmer ha risposto spostando il confronto su un piano più ampio, presentando la sfida con Reform UK come uno scontro sul futuro del Paese e sull’identità politica del Regno Unito. Nel suo intervento ai deputati laburisti ha parlato di una “battaglia dei nostri tempi”, legando la tenuta del governo alla necessità di contrastare la crescita del populismo. È una linea che mira a ricompattare il partito e a dare un senso politico alla resistenza personale del primo ministro.

Il calendario dei prossimi mesi rende questa strategia particolarmente rischiosa. Oltre alle elezioni locali, incombono una suppletiva parlamentare e la possibile diffusione di nuovi documenti legati al caso Epstein. Ogni passaggio rappresenta un potenziale fattore di destabilizzazione in un contesto già segnato da dimissioni, riorganizzazioni interne e scontri politici ad alta intensità. Starmer resta al suo posto, ma la sua leadership è ormai intrecciata a una sequenza di prove ravvicinate, senza margini di errore evidenti.

Politics

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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