(Adnkronos) –
“Via il blocco navale e dopo parliamo di uranio”. L’Iran ha presentato agli Stati Uniti una nuova proposta per far ripartire i negoziati. Teheran accende i riflettori sullo Stretto di Hormuz e chiede la rimozione del blocco navale americano per porre fine alla guerra. Poi, una volta cessate le ostilità, la Repubblica islamica sarà disposta a discutere del proprio programma nucleare, priorità assoluta per Donald Trump.
L’offerta iraniana, recapitata domenica al Pakistan che svolge il ruolo di mediatore, è la seconda nel giro di poche ore: la prima, che non è nota nel dettaglio, è stata respinta da Washington. Teheran aspetta un segnale e intanto gioca su più tavoli con l’obiettivo di mantenere un ruolo centrale nella gestione dello Stretto di Hormuz. La proposta inviata a Trump prevede anche l’ipotesi di un pedaggio di 2 milioni che le petroliere verserebbero al regime per attraversare acque internazionali: inconcepibile per gli Usa e non solo. Il meccanismo viene osteggiato dall’Oman, che si affaccia sulla parte meridionale dello Stretto, e dai paesi arabi della regione.
In una fase estremamente fluida, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è volato in Russia, dove ha incontrato il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. “Gli americani non hanno raggiunto nessun obiettivo, ecco perché ora vogliono trattare. Stiamo riflettendo”, ha detto il numero 1 della diplomazia presentando un quadro totalmente sbilanciato a favore di Teheran e parlando di “basi ottime” per la cooperazione con Mosca. “La Russia farà tutto il possibile per l’interesse dei paesi della regione al fine di portare la pace il prima possibile”, ha detto Putin, rivelando di aver ricevuto un messaggio dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. L’asse Teheran-Mosca, ha detto il leader del Cremlino, è più saldo che mai nel momento cruciale della crisi in Medioriente.
Nelle stesse ore, alla Casa Bianca, Trump si è riunito con il suo team per valutare la situazione e l’eventuale ripresa del dialogo. Il presidente, come è noto, nel weekend ha annullato il viaggio dell’inviato speciale Steve Witkoff e di Jared Kushner: avrebbero dovuto recarsi in Pakistan per incontrare Araghchi , ma Trump ha cancellato tutto. “Se l’Iran vuole parlare, ci chiami”, ha detto il presidente. E il messaggio da Teheran, sotto forma di proposta, è arrivato. La risposta? “La sentirete direttamente dal presidente, molto presto”, ha detto Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, nel briefing di ieri.
Un primo segnale è arrivato dal segretario di Stato, Marco Rubio. “Quello che intendono per apertura dello Stretto è: sì, lo Stretto è aperto a patto che vi coordiniate con l’Iran, otteniate il nostro permesso, oppure vi facciamo saltare in aria e ci pagate. Questa non è un’apertura. Si tratta di acque internazionali. Non possono normalizzare, e noi non possiamo tollerare che cerchino di farlo, un sistema in cui sono gli iraniani a decidere chi può accedervi”.
L’obiettivo di Trump, che rivendica la vittoria militare contro la Repubblica islamica, è lo smantellamento del programma nucleare iraniano. Teheran dispone di 440 chili di uranio arricchito al 60%. Per arrivare alla soglia del 90%, necessaria per l’impiego del materiale in ambito bellico, mancano pochi passaggi relativamente semplici e rapidi. Gli Usa chiedono lo stop decennale del protocollo e la consegna dell’uranio. L’Iran risponde proponendo una sospensione di 5 anni a cui seguirebbe, per un periodo analogo, uno sviluppo ‘soft’ in ambito esclusivamente civile. L’uranio verrebbe diluito: metà delle scorte sarebbero sottoposte al monitoraggio internazionale e metà verrebbero consegnate alla Russia. Per Trump, però, non se ne parla: ipotesi bocciata, la linea rossa è chiarissima.
Il presidente americano appare poco incline a concessioni. D’altra parte, è convinto che l’intera industria petrolifera iraniana andrà rapidamente in crisi per saturazione: “Perdono 500 milioni di dollari al giorno, estraggono petrolio che non possono caricare sulle navi. Se le infrastrutture saltano, ci vorranno anni per ricostruire”. Teheran deve fare i conti anche con il rischio di carenza di beni di prima necessità: la guerra ha ridotto drasticamente le capacità produttive interne, il blocco navale strangola le importazioni dal Golfo Persico e le rotte commerciali alternative – via terra da Turchia e Pakistan e via Mar Caspio dalla Russia – non bastano per riequilibrare la bilancia.
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