Il paradosso di Palazzo Pitti: come Firenze creò la moda italiana prima di cedere il primato a Milano

Il contrasto tra il declino della moda donna a Firenze e il successo internazionale di Pitti Uomo, nato nel 1972 e tuttora punto di riferimento

PISA – Una ricerca pubblicata sulla rivista Economic Geography ricostruisce l’intera evoluzione delle sfilate fiorentine dal 1951 al 1984, analizzando il paradosso che ha portato la città a perdere il proprio primato internazionale proprio durante la sua massima espansione numerica. Lo studio, condotto da Valeria Pinchera del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa e da Diego Rinallo della Emlyon Business School, esamina il ciclo di vita della manifestazione attraverso i programmi di 68 edizioni, documenti organizzativi e circa ottocento articoli di stampa.

Il posizionamento del capoluogo toscano inizia nel 1951 per intuizione di Giovanni Battista Giorgini, buyer per il mercato statunitense, che organizza una prima sfilata collettiva a Villa Torrigiani. Dal 1952 l’evento si sposta nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, presentando firme come Simonetta, Fabiani, Veneziani, Pucci e Capucci. In questo modo la moda italiana assume una riconoscibilità definita all’estero.

“Il caso di Firenze mostra come una città possa diventare la capitale di un settore anche senza esserne il cuore produttivo”, spiega Valeria Pinchera. “La sua forza è stata saper riunire e valorizzare le eccellenze di territori diversi, offrendo loro un palcoscenico comune e un accesso al mercato estero. La moda italiana nasce così anche come un’identità collettiva: Firenze rende riconoscibile nel mondo ciò che fino ad allora era un insieme di singoli creatori”.

Le prime difficoltà emergono a metà degli anni Sessanta, quando la Camera Nazionale della Moda riorganizza i calendari trasferendo l’alta moda a Roma. Firenze mantiene la maglieria e la moda ‘boutique’, aprendosi parallelamente al prêt-à-porter. La strategia porta a un netto incremento dei partecipanti, arrivando a superare i trecento espositori alla fine degli anni Settanta, ma rende la manifestazione dispersiva e meno in grado di dettare le tendenze.

Contemporaneamente Milano inizia ad attrarre i marchi più innovativi grazie a un radicato tessuto produttivo e alla presenza delle principali redazioni giornalistiche del settore. Aziende come Missoni, Cadette, Basile, Mister Fox e Callaghan – per cui disegnava il giovane Gianni Versace – spostano le loro collezioni al nord, seguite dalla stampa estera. Il declino di Firenze come capitale della moda femminile culmina con la chiusura definitiva delle sfilate nel 1984.

“Questa progressiva perdita di influenza mostra che le condizioni all’origine di un successo non bastano a garantirne la durata”, conclude la ricercatrice dell’Ateneo pisano. “Negli anni la moda italiana si trasforma: si amplia la produzione, emergono nuovi protagonisti e cambiano le loro esigenze. L’organizzazione fiorentina fatica ad accompagnare questi cambiamenti e lascia agli stilisti pochi margini per decidere come presentarsi e a quale pubblico rivolgersi. La crescita della manifestazione finisce così per nascondere l’indebolimento della sua funzione di riferimento per il settore. Milano offre invece ai creatori più innovativi possibilità espressive e una rete di relazioni professionali e commerciali più adatte alla nuova fase. Questa vicenda riguarda la moda donna. Pitti Uomo, nato nel 1972, ha seguito un percorso diverso ed è ancora oggi un appuntamento internazionale di riferimento”.

© Riproduzione riservata

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