Bancarotta e autoriciclaggio, crac da 118 milioni: perquisizioni anche a Pisa e Livorno

Sei domiciliari e cinque obblighi di firma per il fallimento di un'agenzia per il lavoro con sede anche in Toscana; sequestri per 42 milioni di euro

PISA – C’è anche la Toscana nell’inchiesta della Guardia di finanza di Cagliari sul fallimento di una grande società di lavoro temporaneo, con uffici in sette regioni, tra cui appunto la Toscana. Su richiesta della Procura il giudice per le indagini preliminari ha disposto misure cautelari per 11 persone, su un totale di 14 indagate per bancarotta e autoriciclaggio: sei sono agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, cinque hanno l’obbligo di presentarsi ogni giorno alla polizia giudiziaria.

Le perquisizioni sono state 26, tra abitazioni delle persone coinvolte e sedi delle società, nelle province di Cagliari, Sulcis Iglesiente, Nuoro, Belluno, Pisa, Livorno, Roma e Potenza. Il giudice ha inoltre disposto il sequestro preventivo di beni e somme per circa 42 milioni di euro: denaro, quote societarie e decine di immobili, sui quali potranno eventualmente rivalersi i creditori danneggiati. Non è precisato nel comunicato quali dei sequestri riguardino beni in Toscana.

L’indagine è nata dalla liquidazione giudiziale della società, che aveva un’esposizione debitoria di circa 118 milioni. Tra i creditori ci sono soprattutto i lavoratori, migliaia di dipendenti somministrati a imprese della grande distribuzione, dell’edilizia, della meccanica, della logistica e dell’impiantistica, per i quali non sono stati versati contributi per quasi 65 milioni.

Secondo gli investigatori, a partire dal 2018 l’amministratore di fatto e gli amministratori di diritto che si sono succeduti avrebbero distratto circa 78 milioni di risorse, con il concorso di familiari, dipendenti e prestanome di 11 società satellite, due delle quali con sede in Romania. Il sistema avrebbe funzionato così: la società avrebbe contabilizzato stipendi sproporzionati a dipendenti legati alla famiglia dell’amministratore di fatto e costi per servizi inesistenti o duplicati, trasferendo i soldi alle società satellite. Qui le somme sarebbero state registrate come ricavi apparentemente leciti e rimesse in circolo. Infine sarebbero state alterate le scritture contabili, con crediti fittizi e debiti previdenziali sottostimati, per nascondere l’insolvenza ed evitare la liquidazione.

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