I padiglioni di Bologna Fiere hanno riaperto le porte per l’edizione 2026 del Cersaie. Tra il brusio nei corridoi, gli stand tirati a lucido e l’incrociarsi continuo di operatori giunti da ogni parte d’Italia e dall’estero, l’atmosfera che si respira al Salone Internazionale della Ceramica per l’Architettura e dell’Arredobagno tradisce una sottile sensazione di déjà-vu.
Nonostante la solita imponente affluenza e la presenza dei grandi marchi nazionali e internazionali, per chi frequenta la fiera con un occhio critico e professionale il verdetto è chiaro: la sensazione di un appiattimento generale del design è ormai impossibile da ignorare.

Un’atmosfera formale e la trappola del ‘già visto’
Guardando oltre il luccichio dei padiglioni, l’offerta espositiva mostra il fiato corto. Tra gli stand italiani — storicamente leader nell’innovazione e nel gusto — e le collettive estere, si nota un’omologazione strisciante. Le collezioni sembrano rincorrere i medesimi trend ormai usurati: l’ennesima riproduzione del marmo venato, i soliti toni desaturati e le solite finiture opache.
Per chi opera concretamente nel settore, che si tratti di progettisti, architetti o addetti alla vendita negli showroom, questo tipo di offerta rappresenta un limite pesante:
Per chi vende: diviene sempre più complesso argomentare il valore di un prodotto nuovo che appare identico a quello della stagione precedente.
Per chi progetta: mancano le idee visive, le soluzioni materiche inedite e i veri spunti estetici in grado di far fare un salto di qualità ai progetti d’interni.
Soltanto pochissime aziende di nicchia, muovendosi quasi con timidezza e a margine dei grandi flussi, sono riuscite a proporre qualcosa di visivamente gradevole, originale e capace di risvegliare l’interesse. Ma si tratta di eccezioni isolate in un mare di proposta piatta e priva di slancio.
Perché il Cersaie dovrebbe diventare biennale
L’appiattimento registrato quest’anno non è un caso isolato, ma il sintomo diretto della frequenza annuale della manifestazione. Pretendere che l’industria ceramica e dell’arredobagno sforni vere rivoluzioni estetiche o tecnologiche ogni 365 giorni è una forzatura commerciale insostenibile.
Rimodulare la cadenza del Cersaie a ogni due anni rappresenterebbe una scelta strategica vincente per l’intero comparto:
Tempo per la vera ricerca: le aziende avrebbero il respiro necessario per investire in R&S, studiando nuovi processi produttivi e texture realmente innovative invece di affrettare restyling di facciata.
Proposte concrete e ponderate: i produttori potrebbero presentare cataloghi più solidi, maturi e pronti per il mercato, invece di prototipi affrettati solo per riempire lo stand.
Valore per gli operatori: architetti e distributori tornerebbero a Bologna con un’aspettativa reale, sapendo di trovare un’offerta davvero rinnovata e stimolante per il proprio lavoro quotidiano.
In un’epoca che parla continuamente di sostenibilità, rallentare i ritmi espositivi per restituire qualità e valore concreto alle novità sarebbe il passo più innovativo che la fiera possa compiere.


