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Costituzione, le riforme da fare sono ben altre

1943

e 2011. Sono queste le due date degli armistizi che hanno incatenato l’Italia. Ma se volete potete usare anche il termine “salvato”, dato che siamo nel campo delle giuste opinioni che cambiano a seconda di come si osservano le cose. Facciamo così: utilizziamo la perifrasi “cambiato in modo radicale le cose”.

Il 3 settembre 1943 veniva firmato l’Armistizio di Cassibile, col quale il Regno d’Italia accettava una resa incondizionata agli alleati. Da quel giorno la nazione italiana è uno Stato satellite americano, e pro quota, anche di Francia e Inghilterra. Nella futura Costituzione verranno inseriti anche gli artt.10 e 11, in virtù dei quali la norma comunitaria finisce per avere un peso maggiore della legge ordinaria.

Il 9 novembre 2011 i “mercati” abbattono il Governo Berlusconi, Mario Monti viene nominato senatore a vita e si forma un nuovo esecutivo europeista che porta alla modifica della Costituzione. All’art. 81 cost. si prevede l’obbligo di “equilibrio di bilancio e sostenibilità del debito pubblico”.

Li abbiamo chiamati armistizi perché sono atti che sono andati a limitare in modo radicale la capacità dello Stato di autodeterminarsi.

Ed è assolutamente lecito dire e pensare che sono la conseguenza di azioni&reazioni scellerate compiute antecedentemente, prima col fascismo e poi con l’accumulo di deficit pubblico.

Mentre in riferimento al primo armistizio c’era ben poco da fare (vae victis!), sul secondo ci sarebbe molto da dire (e servirebbe l’immunità parlamentare per poter scrivere veramente le opinioni che verrebbe da esprimere).

Una volta si diceva ironicamente “D’Alema di’ qualcosa di sinistra, reagisci”; ora si potrebbe dire “Meloni fa’ qualcosa di destra, reagisci”.

Sì, perché pur avendo il massimo consenso politico non si possono cambiare le cose con le parole. E non basta apporre la parola “sovranità” a un ministero per reintrodurla.

E se si mette mano alla Costituzione con una forte maggioranza, forse sarebbe meglio togliere i limiti alla spesa pubblica (art 81) e revocare l’inutile frammentazione legislativa (art. 117), piuttosto che imporre un ridondante premierato.

Lo scenario di contesto non è poi così sfavorevole per provare a cambiare qualcosa.

L’America sta sbandando in una gerontocrazia, piegandosi su dinamiche interne; la Germania sta soffrendo il costo energetico, il restringimento dei mercati e la storica frattura politica al suo interno; la Francia sta barcollando a destra. L’Italia è legata a doppio filo economicamente al meccanismo europeo e quindi non è scaricabile.

Il contesto è quindi favorevole per rinegoziare nuovi spazi di autonomia. Tre gli argomenti da sviluppare (oltre alla rimozione dei vincoli in Costituzione): riattivazione dell’industria, stop alla svendita dei tesori (Leonardo e aziende strategiche), riacquisto del controllo di Eni e suo utilizzo come fornitore a basso costo di energia. E per cortesia, non ce ne vogliano gli amici francesi che devono piazzare il loro campionario avanzato, ma di “nucleare no grazie”, Sogin insegna.

© Riproduzione riservata

Giornalista professionista e dottore di ricerca in Comunicazione si occupa di economia, trasporti e portualità. È laureato in Giurisprudenza ed appassionato di fotografia.
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