“Piovevano proiettili. La gente che ricorda quei due giorni di massacro dice che piovevano proiettili da qualsiasi parte. Persino le persone che erano negli ospedali sono state ammazzate con un colpo diretto alla testa”.
È una fotografia brutale quella che Pegah Moshir Pour consegna ai microfoni di Demografica raccontando cosa sta succedendo in Iran.
Una repressione feroce che continua da oltre un mese, cancellando la vita di migliaia di persona, ma non il coraggio degli iraniani, che continuano a scendere in piazza pur sapendo che, forse, quella sarà l’ultimo atto della propria esistenza.
L’attivista italo-iraniana, instancabile voce dei diritti umani, ci porta dentro l’orrore e la speranza di un popolo che ha deciso di non tornare indietro. Perché questa volta è diverso.
Iran, le proteste e il massacro
Dal 28 dicembre 2025, l’Iran è scosso da una nuova ondata di proteste che ha superato per intensità e repressione quelle già storiche del 2022. Se il mondo ricorda quanto successo dopo l’uccisione di Mahsa Amini, oggi deve fare i conti con numeri ancora più spaventosi.
Secondo l’Ong Iran Human Rights (Ihr), le forze di sicurezza hanno ucciso oltre 3.400 manifestanti solo nelle prime settimane di gennaio 2026. Il regime parla di poche decine di vittime, ma già tre settimane fa le organizzazioni indipendenti denunciavano almeno 12mila morti e un massacro sistematico: esecuzioni sommarie, ospedali trasformati in trappole mortali, oltre 10.000 arresti arbitrari.
A rendere tutto più terrificante (e difficile da quantificare) è il silenzio digitale: dall’8 gennaio, il regime ha imposto un blackout totale di internet per impedire che si diffondano immagini, video e racconti sulle cruente modalità di repressione. Non funzionano le app di messaggistica, i pagamenti digitali sono bloccati, e persino le linee telefoniche sono state tagliate per impedire che le voci del massacro escano dai confini.
Cosa ha scatenato la nuova ondata di proteste in Iran
Le cause della rivolta sono molteplici: la devastante crisi economica che sta travolgendo l’Iran, l’inflazione fuori controllo e soprattutto la rottura definitiva di quel “patto sociale” tra regime e popolazione che scricchiolava da anni. Questa volta, i giovani non sono stati lasciati soli nelle piazze.
Pegah Moshir Pour: la repressione in Iran da Mahsa Amini ad oggi
Pegah, cosa distingue le proteste di gennaio 2026 da quelle di Mahsa Amini del 2022?
“Le proteste di Mahsa Jina Amini del settembre 2022, che hanno dato vita al movimento ‘Donna, Vita, Libertà’, sono state un momento fondamentale della storia iraniana. Da lì in poi c’è stato un cambiamento culturale che mai si era visto prima. Per la prima volta abbiamo visto ragazze e ragazzi, donne e uomini gridare insieme ‘Donna, Vita, Libertà’. Quella disobbedienza civile è stata costante per due anni e ha portato a questa ennesima protesta che è iniziata con i Bazarì, i piccoli e medi imprenditori che gestiscono il mercato libero interno”.
Il loro ruolo è sempre stato cruciale per l’Iran: “sono figure chiave – spiega Pegah Moshir Pour –: c’erano nella protesta del tabacco del 1891, nella rivoluzione costituzionale del 1905 e in quella del 1979. Nel 2022, però, non hanno fatto nulla, né hanno chiuso i negozi nonostante i ragazzi lo chiedessero. Questa volta, invece, sono stati loro i primi a chiudere, dando l’ultimatum al regime. Quel patto sociale e politico si è rotto definitivamente. Dal momento che i Bazarì sono scesi in campo, grazie anche alla scia di disobbedienza nata nel 2022, si è capito che la situazione è irreversibile”.
Perché la Gen Z iraniana è così radicale rispetto alla generazione precedente?
“La Generazione Z ha capito dai Millennials che non si può riformare niente, non si può cambiare niente con questo sistema. I Millennials hanno creduto fortemente nel voto, nel movimento verde, hanno cercato di aggiustare le cose votando i riformisti, ma hanno visto che non c’erano concreti margini di miglioramento.
Per questo, la Gen Z sente che l’unica cosa da fare è fare l’opposto di quello che dicono le autorità. Il regime dice ‘A morte l’America’? Loro amano l’America. Il regime dice ‘Non vestitevi all’occidentale’? Loro si vestono all’occidentale. Imparano l’inglese come se fosse la loro lingua madre perché vogliono comunicare con il mondo.
La Generazione Z ha una cosa in più dei Millennials: non ha paura. Non hanno paura di essere arrestati, stuprati, drogati o di morire. Dicono: ‘Noi siamo nati già adulti, siamo invecchiati senza aver vissuto una gioventù’. Sono totalmente radicali perché nessuno è riuscito a fargli trovare un Paese un po’ migliore di quello che hanno ricevuto. E il regime diventa sempre più distante, con un Capo Supremo che ha più di 80 anni e non ha nulla in comune con loro”.
Il controllo totale e la repressione
Come funziona il “Grande Fratello” iraniano?
“I sistemi di controllo sono pazzeschi”, spiega Pegah Moshir Pour prima di sfatare un mito piuttosto diffuso in Occidente: “L’Iran non è un Paese arretrato, è altamente sviluppato e sofisticato nelle telecomunicazioni e nella sorveglianza, grazie anche al partner principale che è la Cina. È stato scoperto che il comando dei Pasdaran ha un sistema di comunicazione nascosto, una fibra ottica indipendente che funziona a prescindere dalle reti pubbliche.
Questo serve loro per orientarsi, per reprimere, ma anche per far uscire le informazioni che loro vogliono diffondere. Perciò, in questo periodo di blackout, i contenuti che circolano sono così confusi e contradditori. Usano questa infrastruttura privata per diffondere video di persone pro-regime, che in realtà rappresentano forse il 10% della popolazione”.
Nessun regime, però, è più forte di un popolo ferito, stanco e unito: “Cercano di controllare le telecomunicazioni per sopravvivere, ma in questo momento non stanno riuscendo neanche in quello: la gente, nonostante sappia di rischiare tantissimo, cerca comunque di parlare e testimoniare”.
Quali ricadute sociali e demografiche ti aspetti dalla repressione del regime?
“Il regime non ha alcun problema a uccidere. Che siano cinquantamila, centomila o un milione per loro non conta nulla: lo hanno già detto e lo hanno già fatto. Negli anni ’80 l’allora presidente Ebrahim Raisi, noto come il ‘macellaio di Teheran’, ordinò l’esecuzione di 30.000 persone. C’è la testimonianza di un esponente del regime che diceva: ‘Era più facile ucciderli tutti insieme invece di intasare la magistratura’. Questo è il livello”, racconta laconicamente Pegah Moshir Pour.
“Una generazione intera ha ereditato traumi vecchi e ne ha subiti di nuovi. Quelli attuali sono devastanti. Demograficamente il Paese era già in difficoltà: è un Paese giovane che però non fa figli perché non vede futuro. I giovani iraniani, oggi, non hanno la minima intenzione di metter su famiglia. Ci saranno traumi ancora più grandi e la demografia del Paese calerà ancora, ma non c’è altra strada. Loro sono molto orgogliosi di quello che fanno, di scrivere col proprio sangue sui muri. Hanno un orgoglio che li rende liberi, almeno nella loro testa e davanti alla storia. Sono di una grandezza che il mondo ancora non ha capito”.
Scenari futuri e appello all’Occidente
Cosa può fare concretamente un italiano/europeo per aiutare il popolo iraniano?
“Prima di tutto bisogna riconoscere il loro grande coraggio, non solo a parole. Se vediamo iraniani in giro, rivogliamogli la parola. Aiutiamo gli studenti universitari a cercare casa, un lavoro, un impiego temporaneo. Diamo loro un sostegno reale. Tanti studenti fanno fatica a sentire i propri cari, alcuni li hanno già persi e si sentono impotenti”, come dimostra la tragica vicenda dello studente iraniano che si è tolto la vita a Torino.
“Insieme alla Onlus Soleterre abbiamo aperto uno sportello d’ascolto psicologico gratuito per le ragazze e i ragazzi iraniani, ma non basta. Per questo, chiediamo ai nostri politici di allungare i visti di permanenza e di sensibilizzare chi affitta case a non chiedere garanti, perché questi ragazzi non possono chiedere ai genitori in Iran di fare da garanti, in questo momento. Non dobbiamo costringerli, neppure indirettamente, a tornare in Iran adesso, perché sarebbe pericolosissimo”.
Credi che il regime possa cadere quest’anno?
“Il regime è in grave difficoltà economica, politica e di credibilità. Il sostegno interno è crollato. Anche chi li ha sempre votati, adesso se ne pente”.
Da un punto di vista geopolitico, gli attori esteri cercano un dialogo, un compromesso che possa risolvere la questione. Ma l’attivista italo-iraniana avverte: si tratterebbe solo di un tappo riposto sopra a un vulcano in eruzione. “La nostra richiesta è chiara: non negoziare con nessuno, nemmeno con i riformisti, perché anche loro hanno tradito le aspettative. Il regime deve cadere. Purtroppo, Trump dice che sta dialogando con i riformisti: è un errore storico, politico e umano. Non bisogna cadere in questa trappola”.
Come finirà questa ondata di proteste e di feroce repressione? Pegah Moshir Pour non ha dubbi: “Se il regime cadrà, saremo contenti e gli iraniani potranno finalmente costruirsi il proprio futuro. Se, invece, risaliranno a galla i riformisti, continueremo la lotta. Tutto il mondo deve capire che questo regime è corrotto, bugiardo, mafioso, fascista, razzista e misogino. Non ci sarà pace finché non se ne andranno”.
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Giovani
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