Hanno più di ottant’anni e una memoria che continua a funzionare come quella di persone molto più giovani. Ricordano parole, conversazioni e dettagli del passato con una precisione che sorprende i neuroscienziati. La ricerca li chiama “super ager”: un gruppo ristretto di anziani con prestazioni cognitive paragonabili a quelle di adulti di mezza età.
Per anni l’attenzione degli studiosi si è concentrata sulle caratteristiche anatomiche dei loro cervelli e sugli stili di vita associati a questa longevità cognitiva. Ora una ricerca pubblicata su Nature introduce un elemento biologico che riaccende una discussione scientifica antica: la possibilità che il cervello umano continui a produrre nuovi neuroni anche in età molto avanzata. Analizzando campioni cerebrali donati alla ricerca, gli autori hanno individuato cellule nervose immature nell’ippocampo di adulti anziani con buone capacità cognitive, con una presenza particolarmente elevata proprio nei super ager.
Il cervello che continua a rinnovarsi
Per capire il peso di questa scoperta bisogna tornare all’inizio del Novecento. Il neuroscienziato spagnolo Santiago Ramón y Cajal, premio Nobel per la medicina nel 1906, sosteneva che le cellule nervose non si rigenerassero dopo la nascita. La sua posizione divenne un riferimento per intere generazioni di ricercatori e finì nei manuali di medicina. L’idea di un cervello incapace di produrre nuovi neuroni rimase dominante per gran parte del secolo.
Negli anni Sessanta alcuni studi sugli animali mostrarono però che nuove cellule nervose potevano formarsi anche in cervelli adulti. Il passaggio all’uomo si rivelò più complicato. Dimostrare la nascita di neuroni in un cervello umano richiede strumenti che non possono essere utilizzati su persone vive. Per questo motivo gran parte delle ricerche si basa su tessuti cerebrali donati alla scienza dopo la morte o su indicatori molecolari indiretti. Negli ultimi trent’anni i risultati ottenuti con questi metodi hanno diviso la comunità scientifica.
Una parte degli studi ha identificato neuroni immaturi nell’ippocampo adulto; altri lavori hanno messo in dubbio l’interpretazione di quei segnali. Alcune proteine utilizzate come marcatori della neurogenesi, sostengono i critici, possono comparire anche in altri tipi di cellule. Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a utilizzare tecniche più sofisticate per risolvere questa ambiguità. Tra queste il sequenziamento genetico a singola cellula, che permette di osservare direttamente quali geni sono attivi nelle singole cellule e di distinguere con maggiore precisione le cellule staminali neurali dai neuroni in sviluppo.
Quello che succede nell’ippocampo dei super ager
Lo studio pubblicato su Nature utilizza proprio questa combinazione di strumenti. Il gruppo guidato dalla neuroscienziata Orly Lazarov dell’University of Illinois Chicago ha analizzato campioni cerebrali provenienti da donatori di età diverse, dai giovani adulti fino a individui ultraottantenni con memoria e capacità cognitive molto elevate. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sull’ippocampo, una struttura cruciale per la formazione dei ricordi.
Grazie al sequenziamento dell’Rna a singola cellula, gli scienziati hanno individuato le firme genetiche delle cellule staminali neurali e dei neuroni immaturi presenti nei campioni. A queste analisi si è aggiunto lo studio dei marcatori epigenetici, modificazioni chimiche del Dna che regolano l’attività dei geni. Questi segnali permettono di individuare le regioni del genoma che stanno per essere attivate durante il processo di maturazione delle cellule nervose.
I risultati mostrano che cervelli appartenenti a individui cognitivamente sani producono nuovi neuroni anche in età avanzata. Il fenomeno riguarda numeri molto piccoli – circa lo 0,01% delle cellule presenti nell’ippocampo – ma la differenza tra i gruppi analizzati è significativa. Nei campioni provenienti da persone con declino cognitivo o con malattia di Alzheimer le cellule in sviluppo risultano molto meno numerose. Nei super ager, invece, la presenza di neuroni immaturi appare più elevata rispetto ad altri individui della stessa età. Gli stessi autori segnalano che i gruppi analizzati sono piccoli e che alcune differenze statistiche richiederanno ulteriori verifiche, ma il quadro complessivo suggerisce una connessione tra neurogenesi e mantenimento delle funzioni cognitive.
Cosa rende diversi i cervelli dei super ager
L’interesse scientifico per i super ager deriva dal fatto che questi individui sembrano sfuggire alle traiettorie più comuni dell’invecchiamento cerebrale. Con l’avanzare dell’età memoria, attenzione e velocità di elaborazione tendono a ridursi. Parallelamente cresce il rischio di sviluppare malattie neurodegenerative. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che oltre 55 milioni di persone nel mondo convivano con una forma di demenza, e l’invecchiamento della popolazione rende questa cifra destinata a crescere.
Negli ultimi anni diversi gruppi di ricerca hanno analizzato le caratteristiche anatomiche dei cervelli dei super ager. Studi condotti alla Northwestern University hanno mostrato che questi individui presentano una corteccia cerebrale più spessa rispetto a quella osservata in coetanei con invecchiamento cognitivo tipico. In particolare, risulta più sviluppata la corteccia cingolata anteriore, una regione coinvolta nei processi decisionali e nell’attenzione. Altri lavori hanno individuato un numero maggiore di neuroni di von Economo, cellule specializzate associate alla comunicazione tra diverse aree del cervello.
La possibilità che la neurogenesi adulta contribuisca a questa resistenza al declino cognitivo apre una nuova pista di ricerca. Comprendere i meccanismi che permettono al cervello di continuare a generare nuovi neuroni potrebbe aiutare a sviluppare strategie terapeutiche per sostenere la memoria nelle età più avanzate della vita. Tra le ipotesi allo studio ci sono farmaci in grado di stimolare l’attività delle cellule staminali neurali o di rafforzare i circuiti cerebrali coinvolti nei processi di apprendimento. Per una società sempre più longeva, capire come alcuni cervelli riescano a mantenere prestazioni elevate anche dopo gli 80 anni non è soltanto una curiosità scientifica, è una delle domande più concrete che la ricerca sull’invecchiamento sta cercando di affrontare.
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