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Bruxelles taglia le regole “green” per la competitività: ecco chi si salva

L’Unione europea ha impresso una decisa virata alle sue politiche di trasparenza aziendale, approvando in via definitiva un pacchetto di semplificazione che ridimensiona sensibilmente i requisiti di sostenibilità per le imprese. Questa mossa, nota come “Pacchetto Omnibus I”, nasce dalla volontà politica di rispondere alle sfide lanciate dai rapporti degli ex premier italiani Mario Draghi ed Enrico Letta, che individuavano nell’eccessiva burocrazia un freno alla crescita europea.

Il Consiglio dell’Ue ha quindi deciso di ridurre il cosiddetto “red tape”, cioè gli oneri amministrativi, per favorire la competitività delle aziende in un quadro geopolitico instabile. Ma quali sono i rischi?

Cosa cambia concretamente per le aziende?

Il cambiamento principale risiede in un netto restringimento del raggio d’azione delle due normative cardine: la direttiva sulla rendicontazione (Csrd) e quella sulla verifica del rispetto dei diritti umani e ambientali nelle filiere (Cs3D).

I criteri per rientrare negli obblighi sono stati alzati. Per la Csrd, che riguarda la trasparenza degli impatti sociali e ambientali verso investitori e consumatori, l’obbligo scatterà solo per le società con oltre 1.000 dipendenti e un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro. In precedenza, la soglia dei dipendenti era fissata a 250.

Le regole sul monitoraggio della catena di fornitura diventano, inoltre, ancora più esclusive, applicandosi solo ai giganti con più di 5.000 dipendenti e un fatturato di almeno 1,5 miliardi di euro. La motivazione ufficiale è che solo le grandissime aziende hanno l’influenza necessaria per incidere sulle filiere e i mezzi per assorbire i costi di tali processi.

Le aziende potranno ora dare priorità alla valutazione dei rischi nelle aree dove gli impatti negativi sono più probabili o gravi, concentrandosi in particolare sui partner commerciali diretti. Questo serve a limitare l’effetto “a cascata” di richieste di informazioni che finiva per gravare pesantemente sulle piccole e medie imprese partner dei grandi gruppi.

Un danno per l’ambiente o boccata d’ossigeno per le aziende?

La domanda se queste modifiche rappresentino un danno per la tutela del pianeta non ha una risposta univoca, ma riflette un profondo contrasto di visioni divergenti. Da un lato, la riforma elimina l’obbligo per le aziende di adottare piani di transizione per la mitigazione del cambiamento climatico. Inoltre, la scadenza per conformare il diritto nazionale alle nuove misure europee è stata posticipata di due anni, slittando al luglio 2029. Questa dilazione e la rimozione di alcuni vincoli hanno generato preoccupazione tra gli attivisti ambientali e alcuni investitori, i quali sostengono che sarà ora più difficile identificare quali aziende siano realmente sostenibili.

Dall’altro lato, le istituzioni europee e molti governi considerano queste misure necessarie e proporzionate. L’obiettivo è proteggere l’economia da oneri definiti sproporzionati che rischiavano di penalizzare le imprese Ue rispetto ai concorrenti globali. Questa mossa arriva, inoltre, dopo fortissime pressioni esterne: Stati Uniti e Qatar avevano avvertito l’Ue che regole troppo rigide avrebbero messo a rischio le forniture di gas verso l’Europa.

“La semplificazione costituisce una priorità assoluta per la presidenza cipriota – ha spiegato Marilena Raouna, viceministro per gli Affari Europei della Repubblica di Cipro -. Con la decisione odierna, manteniamo il nostro impegno per un’Unione europea più competitiva. Attraverso il pacchetto adottato, stiamo riducendo gli oneri inutili e sproporzionati per le nostre imprese, con norme più semplici, più mirate e più proporzionate, sia per le nostre aziende che per i nostri cittadini. Per un’Unione più autonoma, che significa anche un’Unione più competitiva”.

Sanzioni e responsabilità nazionale

L’allentamento non cancella le regole in vigore riguardo le conseguenze per chi non le rispetta. È stato rimosso il regime di responsabilità armonizzato a livello Ue, lasciando ai singoli Stati membri il compito di definire le regole di responsabilità civile nazionale. Tuttavia, resta confermato un tetto massimo per le sanzioni: le autorità nazionali potranno multare le aziende inadempienti fino al 3% del loro fatturato netto mondiale.

In sintesi, l’Ue ha scelto di dare priorità alla tenuta economica del sistema produttivo, riducendo la platea delle aziende obbligate a rendicontare il proprio impatto ambientale e concedendo più tempo e flessibilità a chi resta vincolato dalle norme.

Green

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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