La Corte Suprema gli boccia i dazi, e Trump rilancia con nuove tariffe generalizzate. Prima del 10%, poi del 15%, alzando ancora di più l’asticella di uno scontro istituzionale a cui guardano gli Usa e tutto il mondo, in preda all’incertezza.
Venerdì scorso il tribunale più importante degli Stati Uniti, nonostante una larga maggioranza repubblicana, ha stabilito che il capo della Casa Bianca non poteva imporre tariffe doganali come ha fatto, senza passare dal Congresso. La decisione è stata presa per sei voti a tre, con tre repubblicani – il presidente della Corte Suprema John Roberts e i giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch – che hanno votato insieme ai tre giudici liberali.
Cosa prevede la sentenza
“Il presidente afferma il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di importo, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità affermata, deve individuare un’autorizzazione congressuale chiara a esercitarla,” si legge nella sentenza. La pezza d’appoggio di Trump, ovvero l’International Emergency Economic Powers Act, non è insomma valida e sufficiente: a causa dell’ampio impatto economico dei dazi, il Congresso avrebbe dovuto essere particolarmente chiaro prima di trasferire i propri poteri commerciali al presidente.
Di conseguenza, la sentenza elimina il dazio del 10% deciso dal capo della Casa Bianca ad aprile 2025, l’ormai famoso Liberation Day, verso quasi tutti i Paesi del mondo, così come dazi più alti ad hoc per alcuni Stati, tra cui Canada, Messico, Cina, Unione Europea, Giappone e Corea del Sud.
Caos dazi
Per Trump si tratta di una sconfitta importante, sia perché proviene da un organo a maggioranza repubblicana, sia per le conseguenze, che possono essere molto rilevanti. Intanto perché priva il presidente di uno dei capisaldi della sua politica economica e di una delle sue principali leve di persuasione, utilizzata a man bassa per esercitare pressione a livello internazionale.
La decisione inoltre espone l’amministrazione a possibili ricorsi da parte chi ha sopportato il peso dei dazi, ovvero principalmente le aziende (e di conseguenza i consumatori) americane, come ha sottolineato un recente paper della Federal Reserve di New York tra gli altri. Molte imprese hanno già intentato causa, così come l’Illinois. Ma al momento c’è caos anche su questa questione, dato che agire legalmente significa spendere soldi senza la certezza di essere rimborsati. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, lo ha detto alla Cnn: “Potrebbero volerci settimane o mesi”.
Infine, la sentenza getta nel caos anche gli accordi commerciali che l’amministrazione Trump ha stipulato dallo scorso aprile, a partire da quelli con l’Unione Europea, la Gran Bretagna e il Giappone, per arrivare ai colloqui ancora in corso con la Cina.
La reazione di Trump: nuova tariffa del 15% a tutti
Trump non l’ha presa benissimo e ha prontamente attaccato la Corte di tradire gli interessi del popolo americano: “La sentenza della Corte Suprema sui dazi è profondamente deludente, e mi vergogno di alcuni membri della corte per non aver avuto il coraggio di fare ciò che è giusto per il nostro Paese”. I giudici che hanno votato a favore della sentenza, secondo il tycoon, sarebbero “antipatriottici e sleali verso la nostra Costituzione”, e avrebbero agito per soddisfare “interessi stranieri“. Un’affermazione quest’ultima, va precisato, su cui non ci sono prove, né il capo della Casa Bianca ne ha offerte.
Al di là delle affermazioni, il tycoon ha aggiunto che reintrodurrà comunque i dazi facendo leva su altre normative, anche se sarà “più complicato” rispetto al meccanismo usato in questo anno. Soprattutto, ha annunciato che manterrà molte tariffe esistenti e che imporrà una nuova tariffa globale del 10%, poi aumentata a stretto giro, sabato, al 15% a partire da domani, 24 febbraio.
Tariffa globale temporanea al 15%
“Basandosi su una revisione approfondita, dettagliata e completa della ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana decisione sulle tariffe emessa ieri, dopo MOLTI mesi di riflessione, dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, vi prego che questa dichiarazione serva a rappresentare che io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, sto aumentando immediatamente con effetto la Tariffa mondiale del 10% sui Paesi al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%,” ha scritto sabato Trump su Truth Social, richiamando la Sezione 122 del Trade Act del 1974.
Tale sezione consente al presidente di imporre dazi fino al 15% per affrontare un “grande e grave deficit di bilancia dei pagamenti“, per non più di 150 giorni a meno che il Congresso non autorizzi una proroga. Ma alla Camera i repubblicani hanno una maggioranza risicata, e nello stesso partito non sono pochi quelli in disaccordo con le politiche di Trump.
Nel caso di diniego al Congresso, l’amministrazione può avvalersi della Sezione 301 dello stesso Act, che obbliga a condurre investigazioni per verificare se ci siano state pratiche commerciali ingiuste verso gli Usa e, in caso affermativo, autorizza l’imposizione di dazi.
Trump lo ha praticamente già annunciato venerdì: “Stiamo anche avviando diverse indagini sulla Sezione 301 e altre per proteggere il nostro Paese dalle pratiche commerciali sleali di altri Stati e aziende”. Un aspetto che, come vedremo, tocca l’Unione europea da vicino.
Europarlamento verso rinvio voto su accordo con Usa
Il blocco infatti ha sul tavolo sia un accordo commerciale deciso a luglio sui campi da golf di Turnberry, già congelato a causa delle minacce di Trump sulla Groenlandia, sia diverse accuse da parte del tycoon relativamente alle normative digitali (Dsa, Ai Act, Dma), considerate ‘pratiche sleali’ per colpire gli Usa.
Quanto al primo punto, i lavori per l’approvazione dell’intesa da parte dell’Europarlamento vanno verso un’ulteriore sospensione: domani era previso il voto sui regolamenti applicativi, ma ieri su X il socialdemocratico Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale dell’Eurocamera, ha avvisato che alla riunione preliminare di oggi pomeriggio proporrà “al team negoziale del Pe di sospendere i lavori legislativi fino a quando non avremo una valutazione giuridica adeguata e impegni chiari da parte degli Stati Uniti“.
“Nessuno riesce più a capirci qualcosa: solo domande aperte e crescente incertezza per l’Ue e gli altri partner commerciali degli Stati Uniti. Le condizioni dell’accordo di Turnberry e la base giuridica su cui è stato costruito sono cambiate”, ha aggiunto ventilando anche l’ipotesi di poter “rinegoziare l’accordo”.
Socialisti, Verdi e Liberali hanno già fatto sapere di voler congelare l’intesa, e la Sinistra è sulla stessa linea, mentre Željana Zovko, del Partito Popolare Europeo, ha commentato: “Senza una valutazione dettagliata delle implicazioni legali della nuova tariffa e del suo impatto economico, sarebbe irresponsabile reagire prematuramente”. I gruppi sovranisti al momento non si sono espressi.
La Commissione: “Gli Usa onorino gli impegni”
Si è espressa invece, e in maniera decisa, la Commissione, che in una nota ha chiesto “piena chiarezza sulle misure che gli Stati Uniti intendono adottare a seguito della sentenza della Corte suprema. La situazione attuale non favorisce la realizzazione di scambi commerciali e investimenti transatlantici ‘equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi’, come concordato da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. Un accordo è un accordo. In qualità di principale partner commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che gli Usa onorino gli impegni”.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno fatto sapere che intendono rispettare gli accordi presi con la Ue, la Cina e gli altri Paesi. Il loro rappresentante commerciale Jamieson Greer ha spiegato alla Cbs di stare “conducendo discussioni attive” con le controparti, ribadendo che “questi accordi saranno buoni accordi. Intendiamo rispettarli e contiamo sul fatto che i nostri partner li rispettino”.
Merz negli Usa con una “posizione comune europea”
La settimana prossima intanto il cancelliere tedesco Friedrich Merz sarà negli Usa per una missione già programmata, e ha fatto sapere che porterà “una posizione europea molto chiara, perché la politica doganale è una questione che riguarda l’Ue, non i singoli Stati membri”. “L’incertezza è veleno”, ha commentato.
Sul tema è intervenuta anche la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, che ha dichiarato alla Cbs: “È di fondamentale importanza che tutti gli operatori commerciali, sia all’interno che al di fuori degli Stati Uniti, abbiano chiarezza sul futuro delle relazioni su questo fronte”.
Quanto all’Italia, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato a La Stampa che un 15% per tutti “ridurrebbe il vantaggio competitivo che l’Unione ha acquisito” a Turnberry “rispetto a Cina e altri Paesi che avevano tariffe ben più alte”, cancellate dalla decisione della Corte. Perciò, “valuteremo insieme agli altri partner cosa fare per indirizzare al meglio la Commissione, sempre in modo consensuale e con prospettive negoziali. Nessuna fuga in avanti“.
Più battagliera la Francia, con il presidente francese Emmanuel Macron e il ministro del Commercio Nicolas Forissier che hanno ricordato che il blocco europeo ha tra le frecce al proprio arco lo Strumento anti-coercizione, o bazooka commerciale, ormai non più considerato un tabù ma ancora visto come un’ultima spiaggia.
Tuttavia il problema potrebbe spostarsi: nel momento in cui la Casa Bianca arrivasse a giustificare i dazi con il dover fronteggiare pratiche sleali estere, lo scontro con l’Ue potrebbe tornare a concentrarsi sulle Big Tech che, come anticipato, si sentono lese dalle normative digitali europei e in questi mesi hanno ripetutamente chiesto a Trump di fare pressione sulla Commissione per ottenere un annacquamento delle leggi in questione. Stesso discorso per la clausola ‘Buy European‘, inserita nell’Industrial Accelerator Act e di cui si parlerà giovedì, rispetto alla quale gli Usa stanno già protestando.
Pechino valuta
Una menzione, infine, per la Cina, grande competitor degli Stati Uniti, che ai dazi ha risposto in questi mesi con una ferma resistenza. Il ministro del Commercio di Pechino ha esortato “gli Stati Uniti a cancellare le misure tariffarie unilaterali nei confronti dei suoi partner commerciali” e ha ribadito la posizione tenuta fin dal Liberation Day: “Non ci sono vincitori in una guerra commerciale e il protezionismo non porta da nessuna parte”.
—
Imprese
content.lab@adnkronos.com (Redazione)



