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Dal gas russo allo scudo americano, chi salverà l’Unione europea dalla crisi energetica?

L’Europa si trova oggi in un pericoloso crocevia energetico. Mentre il Medio Oriente brucia e le rotte commerciali diventano campi di battaglia, l’Unione europea oscilla tra una crescente dipendenza dagli Stati Uniti e un paradossale ritorno al gas russo, il tutto mentre gli occhi del mondo sono puntati sui fragili negoziati in corso a Islamabad tra Washington e Teheran.

La guerra in Medio Oriente e il blocco di Hormuz

Il panorama energetico globale è stato stravolto dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente il 28 febbraio 2026, una crisi che il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) ha descritto come la “più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia”. Al centro della tempesta si trova lo Stretto di Hormuz, un passaggio vitale attraverso cui normalmente transita il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio e circa un quinto del gas naturale liquefatto (Gnl) globale. La paralisi di questa rotta ha ridotto l’offerta mondiale di Gnl di circa il 20%, con i flussi provenienti da giganti come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti che sono crollati di oltre 300 milioni di metri cubi al giorno dal 1° marzo.

Questa scarsità improvvisa, che si traduce in una perdita di oltre 2 miliardi di metri cubi di gas ogni settimana, ha fatto schizzare i prezzi europei del gas di oltre il 60% nel solo mese di marzo. La situazione è aggravata dai danni alle infrastrutture: il complesso di Ras Laffan in Qatar, il più grande impianto di liquefazione al mondo, è fuori servizio dopo essere stato attaccato il 2 marzo, eliminando ogni flessibilità per compensare le perdite.

Anche le rotte alternative sono sotto attacco, come dimostrato dai recenti danni all’oleodotto Est-Ovest in Arabia Saudita, rendendo la dipendenza dal transito marittimo ancora più critica.

Il paradosso russo: un rifugio obbligato

In questo scenario di emergenza, l’Unione europea si è trovata protagonista di un paradosso politico ed economico: per sopravvivere alla carenza di gas mediorientale, ha dovuto aumentare drasticamente le importazioni dalla Russia. Secondo i dati del gruppo di ricerca energetica Kpler riportati dal Financial Times, nel primo trimestre del 2026, gli Stati membri hanno incrementato le importazioni dall’impianto di Yamal in Siberia del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate.

I dati sono ancora più rivelatori se si analizzano i flussi di marzo: l’Europa ha assorbito il 97% dei carichi totali di Yamal, spendendo nel primo trimestre una cifra stimata in 2,88 miliardi di euro. Sebbene Bruxelles abbia già implementato un bando sui contratti a breve termine e miri a vietare totalmente il Gnl russo entro il gennaio 2027, la realtà attuale vede i compratori europei privi di alternative immediate, poiché le scorte di gas del blocco rimangono sotto le medie stagionali proprio all’inizio della stagione di riempimento estiva.

La Russia, dal canto suo, appare sempre più dipendente dal mercato europeo, non riuscendo a reindirizzare facilmente queste forniture verso l’Asia a causa del divieto imposto dall’Ue lo scorso anno, che impedisce il trasferimento di Gnl russo tra navi. Il divieto impedisce alle navi di attraccare nei porti del blocco prima di trasferire i carichi in paesi extra-Ue.

Lo scudo americano: pilastro della stabilità futura

Se la Russia rappresenta un rifugio forzato, gli Stati Uniti si confermano il pilastro fondamentale della sopravvivenza europea. Oltre due terzi del Gnl importato nell’Ue dall’inizio del 2026 proviene dagli Usa, segnando il massimo livello di dipendenza mai registrato dalle forniture americane. Secondo l’Annual Energy Outlook 2026 dell’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America (Eia), le esportazioni statunitensi di Gnl rappresentano la fonte di domanda di gas naturale in più rapida crescita in tutti i casi analizzati, sostenendo il ritmo di aumento della produzione nazionale. Gli sviluppatori negli Stati Uniti sono attualmente nel mezzo di un massiccio potenziamento delle infrastrutture, con la previsione che la capacità di esportazione di Gnl raggiungerà circa 784 milioni di metri cubi al giorno entro il 2030.

Le proiezioni a lungo termine indicano che le esportazioni di Gnl statunitense cresceranno in modo significativo per tutti gli anni fino al 2040, superando circa 850 milioni di metri cubi al giorno entro il 2050 nella maggior parte degli scenari, rispetto ai circa 422 milioni di metri cubi al giorno registrati nel 2025. In base ai diversi modelli economici e geologici, il volume delle esportazioni nel 2050 potrebbe oscillare tra un minimo di 838 milioni e un massimo di 1.073 milioni di metri cubi al giorno.

La competitività del gas americano sui mercati globali, inclusa l’Europa, è favorita da prezzi spot all’Henry Hub che si prevedono sufficientemente bassi da rendere i volumi aggiuntivi economicamente vantaggiosi rispetto ai prezzi internazionali, spesso indicizzati al greggio. Al di là del Gnl, le esportazioni totali di gas degli Stati Uniti verso i mercati esteri sono destinate a crescere, con le sole esportazioni via gasdotto verso Canada e Messico che dovrebbero salire a circa 357 milioni di metri cubi al giorno.

La partita diplomatica di Islamabad

Mentre i mercati cercano stabilità, la soluzione definitiva sembra dipendere dai tavoli della diplomazia internazionale. A Islamabad, in Pakistan, sono in corso frenetici preparativi per colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dal governo locale. La tensione è palpabile: il presidente Donald Trump ha definito “imbarazzante” l’incapacità o la volontà dell’Iran di garantire il libero passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, sostenendo che Teheran stia violando gli accordi esistenti.

La posizione iraniana rimane però ferma: non ci saranno negoziati senza un cessate il fuoco “su tutti i fronti”, includendo esplicitamente la fine delle operazioni militari in Libano, una condizione che finora gli Stati Uniti e Israele non sembrano disposti ad accettare pienamente. La fragilità di questi sforzi è sottolineata dalle continue violazioni sul campo, con il Kuwait che denuncia attacchi di droni alle proprie infrastrutture vitali nonostante una tregua teorica di due settimane. Senza un accordo che riapra in sicurezza le rotte mediorientali, l’Europa rimarrà ostaggio di una crisi che oscilla tra la dipendenza transatlantica e l’imbarazzante necessità del gas siberiano. In ultima analisi, la salvezza dell’Ue non arriverà da un solo fornitore, ma da un delicato equilibrio tra la potenza industriale americana e il successo di una diplomazia che oggi appare più incerta che mai.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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