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Innalzamento dei mari? Per la Bce “un costo di 500 miliardi di euro all’anno”

Senza adattamento, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe costare alla sola Unione europea fino a 500 miliardi di euro all’anno, in servizi nelle regioni costiere, entro il 2080. A lanciare l’allarme è la Banca centrale europea (Bce) nel documento “Perché l’economia ha bisogno di oceani sani”.

L’importanza di avere una strategia nel minor tempo possibile, spiega la Bce, è al centro di una riduzione dei costi per gli Stati membri. Il riscaldamento climatico, infatti, negli ultimi anni ha raggiunto livelli sempre maggiori. Con esso, l’innalzamento del livello dei mari ha portato a inondazioni e erosione delle coste, minacciando le “città basse”, i porti e persino intere nazioni insulari (come l’Italia, ad esempio). Cosa fare?

I rischi dello scioglimento dei ghiacciai

La Bce ha ricordato che dal 2000 ad oggi lo scioglimento dei ghiacciai e la perdita delle calotte glaciali in Groenlandia e Antartide sono diventati “i principali fattori che contribuiscono all’innalzamento del livello del mare”, passato da circa 1,7 millimetri all’anno nel secolo scorso, a più di 3,7 millimetri all’anno. Per gli scienziati, la disintegrazione delle calotte glaciali, qualora dovesse accelerare, potrebbe portare alla realizzazione di “scenari estremi di innalzamento del livello del mare di oltre due metri entro il 2100”, tenendo conto che l’innalzamento medio odierno è già superiore alle aspettative’.

Quali costi?

Gli Stati membri dell’Unione europea si trovano in un continente perlopiù marittimo: più della metà del suo perimetro è costituito da coste, e secondo le stime più accreditate la quota marittima si avvicina ai due terzi. Questa forte esposizione al mare rende l’Ue particolarmente vulnerabile all’innalzamento del livello dei mari e agli impatti del cambiamento climatico sulle zone costiere.

La Bce specifica che il problema, però, non è solo europeo: ben il 65% dell’economia mondiale si trova entro 100 chilometri dalla costa e 12 delle 15 megalopoli del mondo si trovano lungo le zone costiere. “Gli oceani sono importanti per la stabilità dei prezzi e questo aspetto probabilmente diventerà più evidente con il deterioramento degli ecosistemi marini”, avverte la Bce. “Con la diminuzione della capacità degli oceani di regolare il clima e le condizioni meteorologiche, le perturbazioni legate al clima tenderanno ad aumentare”. Questi effetti “probabilmente aumenteranno le perdite economiche, aumentando l’incertezza macroeconomica e rendendo potenzialmente più difficile mantenere stabili i prezzi”.

Il ruolo degli oceani nell’assorbire l’anidride carbonica

Un altro aspetto da considerare, inoltre, è la capacità oceanica di assorbire l’anidride carbonica. Se questa venisse meno, “la riduzione delle emissioni di carbonio richiederà investimenti costosi, come le tecnologie di sequestro del carbonio”. Le prove suggeriscono che “quando trascuriamo le dinamiche della temperatura globale, che includono le temperature della superficie degli oceani, sottovalutiamo i danni economici legati al clima da cinque a sei volte”. Il degrado degli oceani, inoltre, “complica le previsioni macroeconomiche e la conduzione della politica monetaria”, aggiunge la Banca centrale.

“Possiamo e dobbiamo osservare e studiare le conseguenze economiche e finanziarie. E dobbiamo integrare i rischi legati agli oceani nei modelli macroeconomici, nelle analisi di scenario e nei quadri di stress test”. “Tuttavia, per proteggere efficacemente le funzioni economiche ed ecologiche dell’oceano sarà necessaria un’azione collettiva molto più ampia”, afferma la Bce. “Ogni grado di riscaldamento aumenta il livello del mare e mette a repentaglio i mezzi di sussistenza, con conseguenti effetti economici e perdite finanziarie. Proteggere i nostri oceani non è solo un obiettivo ambientale: è una necessità economica e una precondizione per la resilienza a lungo termine”.

La risposta dell’Ue: il programma “LIFE”

Proprio oggi, 24 marzo 2026, in occasione della celebrazione annuale del Patto europeo per il clima denominata “Together in Action 2026”, l’Unione europea ha risposto a queste criticità presentando una nuova strategia operativa attraverso il programma LIFE. Al centro dell’iniziativa vi è il lancio del documento “Nature-based Solutions: How LIFE works with nature for people”, che illustra come le Soluzioni basate sulla natura (NbS) fungano da barriere naturali e “ammortizzatori” contro i rischi di inondazioni, tempeste e, in particolare, l’innalzamento del livello dei mari.

Tra i progetti più rilevanti citati come modelli di resilienza, spicca l’intervento francese LIFE Baie de l’Aiguillon, che ha ripristinato 1.100 ettari di paludi salmastre e 3.700 ettari di distese fangose per creare difese naturali contro le mareggiate. Parallelamente, in Spagna, il progetto LIFE Posidonia Andalucia si è concentrato sulla conservazione delle praterie di posidonia, fondamentali per proteggere le coste dalle onde d’urto e per lo stoccaggio del cosiddetto “carbonio blu”. Questi interventi, che includono anche il ripristino di sistemi dunali nei Paesi Bassi e test di adattamento su 500 chilometri di coste svedesi, confermano che la tutela degli ecosistemi marini non è solo un imperativo ecologico, ma una strategia economica indispensabile per mitigare quei 500 miliardi di euro di costi annui previsti dalla Bce in assenza di adeguati piani di adattamento.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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