“I brusselliani, con Ursula von der Leyen in prima linea, hanno raggiunto un accordo con il presidente Volodymyr Zelensky per continuare la guerra. Questa è una cattiva notizia per l’Europa”. Con queste parole al vetriolo affidate ai social, il premier ungherese Viktor Orbán ha infiammato il clima politico continentale, ergendosi a baluardo contro quella che definisce una “strategia suicida dell’Unione europea”.
Status update from @FM_Szijjarto:
🪖 The Brusselians are now demanding that Hungary send troops to Ukraine.
🛢️ Coordinated action by the Commission & Ukraine to block oil supplies via the Friendship pipeline.
❌ There is no technical obstacle to restarting oil transport. This is… pic.twitter.com/yYqqF7sUjG— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) February 25, 2026
L’attacco frontale: “Sprecate somme immense”
Orbán non usa mezzi termini e accusa i vertici di Bruxelles di alimentare un conflitto che “chiaramente non ha soluzione sul campo di battaglia”. Secondo il leader magiaro, la prosecuzione delle ostilità ha un costo insostenibile per i contribuenti europei: “Centinaia di miliardi di euro vengono sprecati senza alcun risultato. In questa guerra non sono i russi a essere schiacciati, ma gli europei”.
Il premier ungherese agita inoltre lo spettro di un’escalation nucleare, ricordando che l’Europa sta affrontando una potenza atomica.
Voto e “patti segreti”: la sfida interna
L’offensiva diplomatica di Orbán arriva in un momento di estrema debolezza interna. Con il suo partito indietro di dieci punti nei sondaggi rispetto all’opposizione di Tisza, il premier denuncia un presunto complotto internazionale: un “patto segreto” concluso a Monaco tra i leader europei e l’opposizione ungherese. In cambio del sostegno politico, l’opposizione avrebbe promesso di inserire l’Ungheria nel gruppo dei Paesi in guerra, accettando di tagliare fuori il Paese dal “petrolio e gas a prezzi accessibili”.
L’oleodotto della discordia
Il terreno di scontro più aspro, infatti, riguarda i rifornimenti del Paese dall’oleodotto Druzhba, noto anche come “oleodotto dell’Amicizia”, attualmente fuori uso. Orbán parla apertamente di “ricatto politico” e accusa Kiev e la Commissione Ue di averne bloccato i flussi per colpire l’Ungheria. “Non resteremo con le mani in mano mentre viene chiuso l’oleodotto dell’Amicizia”, ha avvertito, minacciando contromisure drastiche: stop alle forniture di gasolio verso l’Ucraina e veto totale su nuovi pacchetti di sanzioni contro la Russia.
La risposta di Zelensky è stata gelida: riparare l’infrastruttura sotto i droni russi ha un “prezzo troppo alto in termini di persone”. “Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin” per fermare le distruzioni, ha incalzato il leader ucraino, denunciando come la Russia attacchi sistematicamente le squadre di riparazione.
Ukraine is colluding with Brussels to cut Hungary off from cheap oil and gas, drive up fuel prices, and create chaos. They want to weaken Hungary. They will fail. ❌ pic.twitter.com/mZjrbqzHkN
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) February 26, 2026
Il veto sul prestito miliardario
E detto fatto: sul tavolo delle trattative di oggi a Ginevra tra inviati statunitensi e ucraini, pesa come un macigno il blocco ungherese al prestito Ue da 90 miliardi di euro per Kiev. Senza l’unanimità dei 27 Stati membri sull’uso del bilancio Ue come garanzia, l’intero pacchetto, fondamentale anche per sbloccare 8 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale, resta congelato.
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha cercato di mediare scrivendo a Orbán per rassicurarlo che solleverà il tema dell’oleodotto con Zelensky, ma ricordandogli che “nessuno Stato membro può minare la credibilità delle decisioni collettive” e che il principio di leale cooperazione va rispettato. La replica di Orbán, contenuta in una lettera aperta a Zelensky, è però un secco ultimatum: “Più rispetto per l’Ungheria!”.
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