O il petrolio russo torna a scorrere verso Budapest e Bratislava, oppure l’Ungheria bloccherà il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e il prestito europeo da 90 miliardi di euro, vitale per Kiev. Il presidente ungherese Viktor Orbán ricatta l’Unione europea, alla vigilia del quarto anniversario dall’invasione russa dell’Ucraina, e ancora una volta si conferma la spina nel fianco del blocco. Seguita da vicino dalla Slovacchia, anch’essa su posizioni filo-russe e dipendente dal greggio di Mosca, che ha minacciato di sospendere le forniture elettriche a Kiev.
L’oleodotto Druzhba e le accuse a Kiev
Tutto è cominciato lo scorso 27 gennaio, quando il governo ucraino ha fatto sapere che un attacco con un drone russo aveva danneggiato l’oleodotto Druzhba, nella parte occidentale del Paese, costringendo alla chiusura dell’infrastruttura. Con i suoi circa 4.000 chilometri, Druzhba collega la Russia orientale all’Europa centrale ed è un canale essenziale per l’approvvigionamento energetico di Ungheria e Slovacchia. I due Paesi non hanno votato per l’abbandono del petrolio e del gas russo, insieme al resto del blocco europeo, e al momento beneficiano di una sorta di esenzione dalle sanzioni sulle importazioni di petrolio raffinato della Federazione.
Ora Budapest e Bratislava accusano il governo ucraino di mantenere chiuso il flusso per ragioni politiche. E minacciano Kiev di ritorsioni, e Bruxelles di mettersi di traverso.
Le accuse di Budapest a Kiev
Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha dichiarato che l’Ungheria bloccherà il 20mo pacchetto di sanzioni alla Russia – in discussione da settimane e che doveva essere finalizzato oggi -, finché non riprenderanno le consegne di greggio attraverso Druzhba. In un messaggio sui social, ha accusato Kiev di “bloccare il transito del petrolio in coordinamento con Bruxelles e l’opposizione ungherese per creare interruzioni delle forniture in Ungheria e far salire i prezzi del carburante prima delle elezioni”. “Non cederemo a questo ricatto”, ha concluso.
Tra le misure previste nel nuovo pacchetto figura anche il divieto di fornire servizi marittimi – manutenzione e assicurazioni – alle navi che trasportano idrocarburi russi, un intervento pensato per colpire ulteriormente le entrate energetiche di Mosca e peraltro criticato da Grecia e Cipro.
Budapest ha anche minacciato di porre il veto sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, che dovrebbe essere approvato in via definitiva domani e che vede esentate Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca dal rimborso dei costi di finanziamento. Senza questi fondi, Kiev si troverebbe in gravissime difficoltà già da aprile, e la sua posizione al tavolo negoziale sarebbe inevitabilmente indebolita.
L’approvazione definitiva richiede alcuni passaggi legislativi. Uno di questi, relativo all’ampliamento del cosiddetto “headroom” del bilancio europeo, necessita dell’unanimità. Proprio su questo punto Budapest si è opposta, mentre altri atti collegati, approvabili a maggioranza semplice, hanno ricevuto venerdì il sostegno degli ambasciatori.
Irritazione europea
La minaccia di bloccare due decisioni così importanti,tra le altre cose, rompe le uova nel paniere alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo António Costa, che domani si recheranno in Ucraina per l’anniversario dell’inizio della guerra e speravano andarci ‘a mani (o col paniere) piene’.
L’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha apertamente espresso irritazione per una scelta che, a suo giudizio, non avrebbe un legame diretto con il contenuto delle sanzioni.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri ucraino ha definito la posizione di Ungheria e Slovacchia “provocatoria e irresponsabile”, sostenendo che i due Paesi “non solo fanno il gioco dell’aggressore, ma danneggiano anche le loro stesse aziende” e mettono a rischio la sicurezza energetica regionale. Kiev ricorda inoltre che le proprie infrastrutture energetiche sono bersaglio di attacchi russi sistematici, volti a “privare gli ucraini di elettricità, riscaldamento e gas durante il freddo estremo”, e che i lavori di riparazione dell’oleodotto sono in corso senza sosta.
In una comunicazione alla Commissione europea, l’ambasciata ucraina presso l’Ue ha proposto soluzioni alternative, tra cui il ricorso al sistema di trasporto interno o a rotte marittime, per garantire le forniture a Ungheria e Slovacchia.
Pressione elettorale per Orbán
Ma come chiaramente fatto capire da Szijjártó, a Budapest la questione è anche e soprattutto interna: Orbán, dopo oltre quindici anni al potere, rischia di perdere le elezioni del prossimo 12 aprile, per le quali i sondaggi danno in vantaggio il rivale Péter Magyar. Il premier cerca dunque di usare il sentimento anti-ucraino e di alimentare un confronto con Bruxelles per guadagnare voti. L’uso del tema energetico appare funzionale a questa strategia, anche se non è detto che porti il risultato voluto.
Bruxelles convoca un vertice d’urgenza
Intanto, dopo il Consiglio Affari Esteri di oggi, la Commissione europea ha convocato una riunione straordinaria del Gruppo di coordinamento petrolifero per affrontare l’escalation della controversia. L’obiettivo è evitare che la disputa sull’oleodotto si trasformi in una frattura più ampia sulla politica energetica e sul sostegno all’Ucraina.
Nel frattempo, Kiev valuta l’attivazione di misure di emergenza previste dall’accordo di associazione con l’Ue per garantire la continuità dell’approvvigionamento energetico.
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