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martedì 3 Febbraio 2026
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Se il Democracy Shield nasce già bucato. La manipolazione estera e il rischio disarmo Ue

Se la saga Groenlandia ha insegnato qualcosa all’Ue, è che il discorso politico e diplomatico degli Stati Uniti sta lasciando sempre più spazio a messaggi estremi, pensati per testare i limiti e spostare la finestra del possibile. Lo aveva anticipato in un’intervista su Eurofocus Arije Antinori (esperto senior di estremismo, terrorismo e radicalizzazione presso l’European Union Knowledge Hub on the Prevention of Radicalisation e professore di Criminologia nel Dipartimento di Psicologia alla Sapienza di Roma) all’alba del secondo mandato di Donald Trump. Il suo avvertimento, rivelatosi profetico: l’Ue avrebbe dovuto fare i conti con aggressioni sul piano della comunicazione anche da parte degli Usa.

Sono anni che le istituzioni europee ragionano su come gestire quella che gli esperti definiscono manipolazione e interferenza straniera dell’informazione, o Fimi dal suo acronimo inglese. Queste riflessioni si stanno tramutando in realtà con l’European Democracy Shield, lo “Scudo europeo della democrazia” su cui ha appena iniziato a lavorare la Commissione speciale del Parlamento europeo dedicata al monitoraggio delle interferenze straniere. All’atto pratico, si parla di rendere sistematico il contrasto agli attacchi Fimi attraverso una struttura permanente, di investire in programmi di alfabetizzazione mediatica e iniziative per coinvolgere la società civile e integrare il Media Freedom Act a protezione del lavoro dei giornalisti.

Il progetto è ancora in fase di definizione, e molti eurodeputati ritengono che, per essere davvero efficace contro le interferenze straniere (specialmente in vista delle tensioni geopolitiche attuali), l’iniziativa necessiti di poteri esecutivi più forti e di un budget dedicato molto più consistente rispetto a quello attualmente previsto. Cosa che renderà l’iter della proposta di legge, che già va a toccare aree delicatissime come quella della libera informazione, ancora più controverso. Con il trilogo ancora lontano, Eurofocus ha raggiunto nuovamente Antinori per capire a che punto è lo Scudo e qual è il contesto in cui sta prendendo forma.

Cosa vuole essere lo Scudo? Come intende operare per attuare l’obiettivo di proteggere le democrazie europee?

Lo Scudo viene concepito come un ombrello che prende in considerazione gli esiti delle attività del Servizio di azione esterna dell’Ue. Si basa su tre pilastri: l’integrità dello spazio informativo (per mettere in sicurezza elezioni, istituzioni e media liberi), la promozione della resilienza sociale e la partecipazione civica. L’obiettivo è impermeabilizzare l’Europa attraverso il potenziamento dell’Osservatorio europeo dei media digitali (Edmo) e l’istituzione di un Centro europeo per la resilienza democratica che preveda sistemi strutturati di risposta rapida, per esempio in caso di elezioni.

Cosa lo rende necessario?

Nasce dalla consapevolezza che l’obiettivo degli attori ostili non sono più solo le istituzioni o le aziende, ma la fiducia dei cittadini. Ciascuno di noi è una “porta” d’accesso in un contesto di disinformazione endemica, un velo di nebbia che ci avvolge quotidianamente, che va oltre le semplici fake news e viene sollecitato da diversi attori, con diverse tecniche, tattiche e strategie, a proprio vantaggio.

La definizione Fimi è rivoluzionaria perché oltrepassa la distinzione, che si può politicizzare, tra notizia vera e falsa: non interviene sul contenuto ma sulla maniera in cui viene veicolato.

Esatto. L’obiettivo principale è intervenire sull’equilibrio dei sistemi. Quello democratico si fonda principalmente sulle deleghe e sul sistema di fiducia. Creando disorientamento cognitivo, caos informativo e disinformazione strutturata, questo equilibrio viene meno. Da un paio d’anni noto che il “dubbio” è diventato più efficace e a basso costo rispetto al rifiuto della verità: non costa nulla e ci pone in una vulnerabilità persistente. Siamo oltre la polarizzazione, che lavora sul lungo termine ed è difficile da riorientare nell’ambiente politico, mentre il dubbio può essere sollecitato a ridosso di un’elezione per alterare il dibattito attraverso gli stessi attori interni, anche inconsapevoli. Spesso e volentieri l’obiettivo non è minare un’elezione in sé, ma creare un ambiente contaminato in cui il dibattito elettorale viene alterato dagli stessi attori interni in un Paese.

Qualche esempio recente? Penso alla Romania o alla Moldova.

Nei Paesi di frontiera o con comunità russofone, dalla Romania al Baltico, esiste già una polarizzazione “esistenziale” e si può giocare su un retaggio storico-culturale più forte rispetto ad altri Paesi Ue. I Paesi Baltici in particolare hanno già interiorizzato il concetto di scudo anni fa con i Rapid Response Team della Nato o l’agenzia di difesa psicologica svedese. Lo Scudo nasce per Paesi più lontani dall’influenza dell’ex spazio sovietico, quindi Europa occidentale e mediterranea. Anche perché qui sorge una criticità: l’”impermeabilizzazione” funziona solo se il confine tra interno ed esterno è preciso. Ma oggi la contaminazione Fimi è già nelle corde di attori politici interni all’Europa. Questo rende farraginoso l’uso del Dsa, che dovrebbe essere il “braccio armato” dello scudo, perché abbiamo soggetti politici che legittimano Stati o attori contrari ai pilastri della democrazia europea.

Parliamo del Digital Omnibus e di quello che è stato percepito come un annacquamento delle leggi europee in materie di digitale.

Sembra uno scivolamento verso dinamiche di mercato per via dell’evidente compressione dello spazio d’azione europeo tra tre grandi potenze: la Cina, che mantiene un basso profilo ma opera ad ampia intensità e accerchiamento tramite l’Africa, e Russia; e gli Stati Uniti, più muscolari e tossici. L’Omnibus viene presentato come una semplificazione tra privacy, cyber e data protection, e in effetti discutiamo spesso in Ue dell’ipertrofia normativa europea, dei buchi neri e delle sovrapposizioni tra diverse leggi europee. Ma con le tecnologie dirompenti come l’IA avevamo deciso di muoverci con una logica di cybersecurity by design: questo approccio non è congruente con la “semplificazione” dell’Omnibus. In più la proposta separata sull’implementazione dell’AI Act sembra voler colmare il ritardo Ue allentando il framework di protezione su privacy e dati per favorire la competizione. C’è il rischio di una “normalizzazione” indotta dall’avvicinamento minaccioso degli Stati Uniti, pensata per non entrarci in conflitto. E temo che i singoli Paesi recepiscano le norme in modo autonomo, andando in ordine sparso e creando ancora meno sicurezza.

All’atto pratico, dove si rischia un arretramento del progetto originale europeo?

I primi a uscire disintegrati sono i trusted flagger [enti specializzati come Europol o associazioni di categoria, designati formalmente dalle autorità nazionali, che si occupano di contenuti illegali e le cui segnalazioni vanno trattate come priorità assoluta, ndr] e i fact-checker [che guardano ai contenuti non necessariamente illegali ma falsi o fuorvianti, applicando etichette informative o riducendone la visibilità, ndr]. L’Omnibus ricentralizza tutto, il contrario del progetto originale di coinvolgere di più la società civile. Inoltre, stiamo cercando di regolamentare una tecnologia, l’IA, che non governiamo, che sviluppano gli Usa secondo logiche puramente commerciali, e che si è democratizzata, non in termini di princìpi ma di diffusione.

Quindi se lo Scudo è un ombrello, questa semplificazione è un buco nella stoffa?

Sì. Sembra più una coperta da gettare addosso a qualcosa per soffocarlo che una rimodulazione normativa e una sincronizzazione di quadri normativi. Se articoli uno scudo sulla complessità della minaccia Fimi, che è pulviscolare, multidimensionale, va dall’individuo alla comunità e trascende il piano normativo, non puoi semplificare la protezione. L’incongruenza è grave: la semplificazione rischia di indebolire gli strumenti e le azioni orientate a rendere operativo lo Scudo.

Lo Scudo rischia di nascere già inefficace o è solo una prima iterazione di un progetto lungo?

È un processo lungo. Ma la necessità di proteggere lo spazio informativo europeo è stata accelerata dalle turbolenze geopolitiche, e quelle che più ci sconvolgono sono quelle provenienti dagli Usa. Il problema non è solo ciò che Donald Trump dice, ma il mainstreaming e la normalizzazione del linguaggio estremistico che rende legittimo. Abbiamo un alleato importantissimo divenuto imprevedibile e moltiplicatore di Fimi, sia proprie che di attori esteri, che da parte loro sfruttano la destabilizzazione. Il cittadino, sottoposto a continuo caos e distorsione proveniente da tutte le direzioni, diventa più permeabile e vulnerabile. E se lo Scudo non ha una cornice chiara (attiene anche alla sfera militare? deve connettersi alla Nato?), rischia di essere bucato in partenza da dichiarazioni come “se non paghi non ti difendo”.

E l’Europa non ha le sue colpe?

Assolutamente, ha responsabilità politica. Siamo in un cul-de-sac perché adottiamo una postura reattiva in tempi tattici anziché progettare, proattivamente, in tempi strategici. Gli Usa hanno capito la nostra vulnerabilità, come l’aveva capita Vladimir Putin, e la sfruttano. Ma se ci schiacciamo sulla reattività, siamo finiti. Dobbiamo costruire, non reagire nell’immediato, decidere dove vuole arrivare l’Ue. Quindi se lo Scudo ha questa prospettiva strategica, cioè di anticipare lo sviluppo delle minacce Fimi, ben venga. Tenendo conto, però, che abbiamo già evidenze e realtà interne ai nostri sistemi democratici che fanno da gancio alle minacce Fimi esterne, sia russe che americane, e talvolta, anche se in misura inferiore, cinesi.

Come si distingue un generatore di Fimi?

Oggi non siamo più in un contesto di “minacce ibride”, ma in un mondo ibrido. I partiti, come anche le aziende o le reti criminali, hanno cambiato il proprio Dna acquisendo tecniche asimmetriche, ed è per questo che anche attori più piccoli possono funzionare come moltiplicatori di minacce Fimi. Il sistema è quello della post-verità: non siamo più sul piano della coerenza dell’informazione, ma della guerra emotiva, resa possibile dall’aumento di tossicità e linguaggio estremistico. In questo contesto un attore ostile ha gioco facile ad attivare le leve emotive per generare dubbio.

E gli strumenti anti-Fimi sono i primi obiettivi.

Certo. Si rischia il significativo indebolimento dell’applicazione del Dsa, che al momento è delegittimato attraverso il linguaggio estremistico, tossico, volgare e conflittuale delle narrazioni anti-regolatorie che continuano a colpire l’Europa, dipingendo Bruxelles come la capitale della censura. Queste narrazioni e questo linguaggio sono ripresi da tantissimi attori politici nei diversi Paesi Ue, vengono fatti propri e fatti rimbalzare nel dibattito politico interno, il tema neutrale del debunking diventa uno scontro ideologico: questo è un gancio Fimi. E il risultato è che invece di coordinarci per strutturare sistemi che siano in grado di agire su reti manipolative esterne, si continua a dibattere, a farsi la guerra a parole sul perimetro della moderazione e il soffocamento del dibattito politico. Ma se decidiamo di lasciar perdere la difesa anti-disinformativa in nome di una presunta libertà di scelta assoluta andiamo a sbattere: si andrà verso una tribalizzazione ibrida mai vista, con frammenti di minacce Fimi che nascono all’interno e si riconnettono alla fonte esterna.

Serve quindi una risposta politica interconnessa.

Esatto. C’è una discrasia tra la rappresentazione iper-semplificata del mondo (il “buoni contro cattivi” in stile Trump) e la complessità reale. La semplificazione mette di fronte a una scelta binaria, come nel caso della Groenlandia, ma un sistema globale interdipendente non funziona così. Il punto chiave è che la tendenza del mondo Maga a vedere in Trump una figura messianica e la narrazione escatologica della Casa Bianca generano un risultato opposto alla realpolitik, per cui l’azione rincorre la proclamazione. Una dinamica pericolosissima per un popolo immerso nella complessità globale: Washington agisce non per rispondere allo scenario reale, ma per dare seguito a quanto detto in precedenza dal “messia”. È una bolla che, quando scoppierà, ci lascerà in un mondo estremamente conflittuale dove non è stato pacificato nulla.

Politics

otto.lanzavecchia@adnkronos.com (Otto Lanzavecchia)

© Riproduzione riservata

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