L’ambizione europea di guidare la transizione energetica del Continente rischia di scontrarsi con una realtà industriale fragile: la strategia per assicurarsi i minerali necessari per batterie e pale eoliche non è “solida come una roccia”. Tra dati obsoleti, dipendenze estere schiaccianti e una burocrazia che frena le miniere per decenni, il report dei giudici contabili europei lancia un allarme chiaro: l’obiettivo di produrre almeno il 42,5% della propria energia da fonti rinnovabili entro il 2030 è a forte rischio.
Per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, l’Unione europea ha bisogno di una fornitura massiccia di Materie prime critiche (Crm), ovvero minerali economicamente essenziali ma soggetti a elevati rischi di fornitura, quali il litio, il nichel, il cobalto, il rame e le terre rare. Il problema? Un’analisi della Corte dei conti europea rivela che il percorso tracciato dal recente Regolamento sulle materie prime critiche poggia su fondamenta metodologiche incerte e dati spesso non aggiornati.
Obiettivi 2030: parametri senza bussola?
L’Ue ha fissato dei parametri di riferimento (non vincolanti) per le cosiddette Materie prime strategiche. Si tratta di un sottoinsieme di 17 materiali ancora più cruciali per le tecnologie verdi e la produzione per la difesa. Entro il 2030, l’Europa dovrebbe estrarre internamente il 10% del suo consumo, trasformarne il 40% e riciclarne il 25%.
Secondo la Corte, però, questi valori-obiettivo mancano di una chiara giustificazione tecnica o metodologica. Al momento della loro fissazione, la capacità di estrazione dell’Ue era già vicina all’8%, rendendo l’obiettivo del 10% poco ambizioso per alcuni materiali e quasi impossibile per altri. Inoltre, l’Ue utilizza dati commerciali obsoleti (spesso risalenti a periodi come 2016-2020) per pianificare la strategia del prossimo decennio.

Fonte: Corte dei conti europea, sulla base delle informazioni della Commissione
Il fattore Cina
L’autonomia strategica dell’Unione, cioè la sua capacità di agire senza dipendere da partner instabili o dominanti, è messa a dura prova dalla concentrazione delle forniture. Ad oggi:
• Il 97% del magnesio (per gli elettrolizzatori di idrogeno) arriva dalla Cina.
• Il 99% del boro (per i pannelli solari) è fornito dalla Turchia.
• Per il litio trasformato, la dipendenza dal Cile tocca il 79%.
Gli sforzi per siglare partenariati strategici si sono tradotti in 14 accordi conclusi sono nella prima metà del 2025 con Paesi come Canada, Namibia e Ucraina, ma i risultati tangibili sulla diversificazione delle importazioni scarseggiano. In alcuni casi, le importazioni dai Paesi partner sono addirittura diminuite tra il 2020 e il 2024.
Il labirinto burocratico: 15 anni per una miniera
Mentre la Cina ha consolidato la sua leadership tecnologica nella trasformazione delle terre rare, l’Ue soffre di una cronica lentezza amministrativa. Aprire un sito estrattivo in Europa è un processo che può richiedere tra i 15 e i 20 anni, con picchi di 30 anni in Svezia. Le principali strozzature sono:
1. Procedure di autorizzazione: lunghe e frammentate, spesso rallentate da ricorsi legali.
2. Vincoli ambientali: la necessità di proteggere habitat sensibili (Rete Natura 2000) o i corpi idrici (Direttiva quadro sulle acque) che crea conflitti con l’attività mineraria.
3. Finanziamenti frammentati: gli 1,8 miliardi di euro stanziati tra il 2014 e per il 2027 sono dispersi tra numerosi programmi (Orizzonte Europa, Fondi di Coesione, ecc.), rendendo difficile monitorarne l’impatto reale sull’approvvigionamento.
Il paradosso della “circolarità”
L’idea di recuperare materiali dai rifiuti per ridurre la necessità di nuove estrazioni è un pilastro della strategia Ue, ma tale “circolarità” è ancora lontana dall’essere efficiente. Dei 26 materiali chiave per la transizione energetica, la Corte dei conti europea riporta che ben 10 non vengono affatto riciclati (tra cui litio, gallio e silicio metallico). Il problema è tecnico ed economico: recuperare piccole quantità di minerali preziosi da prodotti complessi, come gli smartphone ad esempio, è spesso più costoso che estrarre materiale vergine. Inoltre, mancano obiettivi di riciclaggio vincolanti per i singoli materiali, incentivando le aziende a recuperare solo i metalli più facili da trattare.
Una corsa contro il tempo
Per accelerare la produzione, l’Ue ha introdotto lo status di “progetto strategico”, che garantisce corsie preferenziali per le autorizzazioni. Tuttavia, la Corte avverte che molti dei 75 progetti selezionati sono in fasi iniziali di sviluppo (studi di fattibilità o esplorazione). È “altamente improbabile” che questi contribuiscano alla sicurezza europea entro la scadenza del 2030, anche perché molti non hanno ancora garantito accordi di acquisto (contratti futuri con clienti Ue).
In conclusione, la Corte dei conti raccomanda alla Commissione di migliorare la qualità dei dati, snellire i finanziamenti e puntare maggiormente sulla sostituzione dei materiali critici con alternative meno rare, per evitare che la transizione verde rimanga bloccata per mancanza di materia prima.
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