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Rovizzi (Open Gate Italia): “L’Europa apre il nuovo ciclo della politica industriale digitale”

(Adnkronos) – L’Europa sta entrando in un nuovo ciclo regolatorio nel quale le regole non si limitano più a correggere i mercati, ma contribuiscono direttamente a crearli e a indirizzare gli investimenti. È la tesi sviluppata da Laura Rovizzi, amministratrice delegata di Open Gate Italia, nel suo intervento alla conferenza “Tecnologia, potere, regole: la nuova partita della sovranità europea”, organizzata con Adnkronos al Palazzo dell’Informazione di Roma. 

Il cambio di paradigma nasce, secondo Rovizzi, da due documenti pubblicati nel 2024: il Libro bianco sulle infrastrutture digitali e il rapporto Draghi sulla competitività. Il messaggio comune può essere sintetizzato così: la connettività non è più soltanto un mercato da regolare, ma un’infrastruttura strategica da governare. A partire da questa impostazione, la Commissione ha messo in campo in pochi mesi un insieme di proposte che investe l’intera catena del valore digitale. 

Dna, Cybersecurity Act 2, Cada e Chips Act 2 compongono un puzzle che va dalle reti ai servizi cloud, dalla sicurezza delle catene di approvvigionamento alla capacità produttiva nei semiconduttori. Per Rovizzi, è un passaggio paragonabile per ampiezza al ciclo regolatorio avviato tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, quando l’obiettivo europeo era liberalizzare i mercati e aprirli alla concorrenza. Oggi la direzione è diversa: l’Unione vuole governare dipendenze, provenienza delle tecnologie, infrastrutture critiche e capacità industriale. 

La spinta nasce da dati che mostrano la vulnerabilità europea: una quota molto elevata dei prodotti e servizi per le infrastrutture digitali arriva da Paesi extra Ue; la produzione europea di semiconduttori resta minoritaria; oltre il 70% del mercato cloud è concentrato nelle mani di tre hyperscaler statunitensi. La questione, però, non è semplicemente sostituire fornitori stranieri con fornitori europei. “Come rafforzare l’autonomia strategica senza perdere i vantaggi tecnologici e l’innovazione che arrivano dagli altri Paesi?” è la domanda che, per Rovizzi, deve guidare il confronto. 

Il Cybersecurity Act 2 introduce uno dei cambiamenti più incisivi. La Commissione potrebbe designare Paesi terzi e fornitori ad alto rischio, facendo discendere obblighi di esclusione e sostituzione degli apparati. Per un settore come quello delle telecomunicazioni, abituato per decenni a un ampio margine di scelta dei fornitori, significa modificare il perimetro del mercato e incidere direttamente sui piani industriali, sugli investimenti e sullo sviluppo delle reti future, compreso il 6G. 

Il Dna amplia a sua volta il campo della regolazione. Non si occupa soltanto delle reti pubbliche che servono gli utenti finali, ma può ricomprendere reti private, collegamenti tra data center e infrastrutture business, assoggettandoli a obblighi di autorizzazione, accesso, interconnessione e risoluzione delle controversie. È un salto di “sovranità regolatoria” che porta dentro il perimetro delle telecomunicazioni una parte sempre più ampia dell’ecosistema cloud. 

Sul Cada, il tema centrale è la definizione di livelli crescenti di sovranità per data center, cloud e intelligenza artificiale. Ma resta da stabilire come misurarla: attraverso la nazionalità dell’operatore, la localizzazione dei dati, la proprietà societaria, il controllo dei codici o la capacità produttiva? Rovizzi ha indicato nell’esperienza italiana, e in particolare nel lavoro già svolto dall’Acn, un possibile riferimento per un framework europeo fondato sul controllo effettivo e sul livello di rischio, più che su un criterio puramente anagrafico. 

Il Chips Act 2 mostra ancora più chiaramente il nuovo ruolo della regolazione. L’Europa non interviene soltanto sui fallimenti del mercato, ma prova a generare domanda attraverso appalti, incentivi e criteri che premiano il valore aggiunto prodotto nell’Unione. “Mi manca un mercato per i chip, lo faccio”: la formula usata da Rovizzi riassume il passaggio dalla regolazione pro-concorrenziale alla regolazione come strumento diretto di politica industriale. 

Questa trasformazione apre però una serie di questioni irrisolte. Come distinguere la protezione dal protezionismo tecnologico? Come evitare che la sicurezza diventi una barriera all’ingresso? Come garantire proporzionalità al rischio e neutralità tecnologica? E soprattutto, chi sosterrà i costi di una transizione che può imporre alle imprese obblighi non previsti nei loro piani industriali? 

Rovizzi ha richiamato anche la necessità di trovare un equilibrio tra governance europea e responsabilità nazionali. I Ventisette hanno regole, assetti e requisiti diversi per le infrastrutture sensibili. Una maggiore armonizzazione può ridurre la frammentazione, ma non può ignorare le esperienze già maturate nei singoli Paesi. Per questo le consultazioni pubbliche aperte dalla Commissione rappresentano, a suo giudizio, un passaggio decisivo: non un adempimento formale, ma uno strumento democratico attraverso il quale imprese, istituzioni e cittadini possono incidere su norme destinate a ridisegnare il mercato. 

La sovranità digitale, in questa prospettiva, non è soltanto una questione tecnica. Le proteste sui data center o sulle reti mostrano che i cittadini hanno percepito il legame tra tecnologia e potere. Il compito della regolazione è rendere quel legame trasparente, costruire fiducia e assicurare che la politica industriale europea non riduca l’innovazione, ma la renda compatibile con sicurezza, concorrenza e controllo democratico. 

economia

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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