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Adolescenti, Nembrini: “I figli ci guardano: il problema è cosa vedono”

L’educazione torna al centro del dibattito pubblico ogni volta che la cronaca costringe a guardare ciò che spesso resta sullo sfondo. È successo anche nei giorni scorsi, con il caso di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove un ragazzo di 13 anni ha accoltellato un’insegnante all’interno della scuola. Un fatto grave, che ha riaperto interrogativi ricorrenti: che cosa sta accadendo agli adolescenti, quale ruolo hanno gli adulti, quanto pesa la scuola, quanto pesa la famiglia.

Ma ridurre tutto a una sequenza di emergenze rischia di produrre un effetto distorsivo. Franco Nembrini, insegnante, saggista e pedagogista italiano, parte da qui per spostare il fuoco. Lo ha fatto intervenendo al ciclo di incontri “Adolescence” promosso dalla Fondazione Oltre all’Auditorium della Conciliazione di Roma, dove è stato protagonista di una serata dedicata alla sfida educativa. Il riferimento alla vicenda bergamasca è stato ricondotto a una domanda più ampia: che tipo di adulti stanno incontrando oggi i ragazzi?

La sua risposta rovescia l’impostazione più diffusa e costringe a riconsiderare il punto di partenza: “Il problema educativo non sta nei ragazzi”. Non è una provocazione, ma una linea di lettura che rimette al centro la responsabilità adulta. Non nega il disagio giovanile, non minimizza episodi estremi, ma li inserisce in un quadro relazionale che chiama in causa chi educa prima ancora di chi è educato.

La scorciatoia dell’adolescente “ineducabile”

La tentazione di spiegare il disagio adolescenziale come un problema dei ragazzi è radicata e, per certi versi, rassicurante. Tecnologie, linguaggi, cambiamenti culturali contribuiscono a costruire l’idea di una distanza ormai strutturale tra generazioni. Nembrini smonta questo schema con una semplicità che non lascia spazio a equivoci: “Non può essere che una generazione di figli sia ineducabile”. Il punto, nella sua prospettiva, non è negare la complessità del presente, ma evitare che quella complessità diventi un alibi.

Nel suo ragionamento, la distanza tra adulti e adolescenti esiste ed è evidente, ma non si colma inseguendo i ragazzi sul terreno delle loro competenze, dove gli adulti partono inevitabilmente svantaggiati. Non si tratta di imparare a usare meglio gli strumenti che usano loro o di adottarne i linguaggi. Si tratta di riconoscere ciò che resta comune, al di là delle differenze. Nembrini lo definisce con una parola volutamente ampia, quasi elementare: il cuore. È su questo piano che la distanza si riduce, perché riguarda bisogni che non cambiano con le generazioni, come il desiderio di essere riconosciuti, di trovare un senso, di sentire che la propria vita ha un valore.

Questa impostazione entra in contrasto con una parte consistente del discorso pubblico, che negli ultimi anni ha insistito sulla fragilità dei giovani fino a trasformarla in una categoria stabile. I dati disponibili segnalano effettivamente un aumento del disagio psicologico tra adolescenti e giovani adulti. L’Istat rileva un peggioramento della salute mentale nelle fasce più giovani della popolazione tra il 2016 e il 2024, con un impatto particolarmente evidente tra le ragazze. Ma, nella lettura di Nembrini, fermarsi alla diagnosi significa evitare la domanda decisiva: quale esperienza di adultità accompagna questa fragilità?

Il problema non è cosa diciamo, ma cosa vedono

I figli guardano”, osserva Nembrini, riportando la questione su un terreno concreto. Non guardano soltanto ciò che viene detto loro, ma soprattutto ciò che viene vissuto davanti a loro. “Il problema educativo è cosa vedono quando ci guardano”, insiste. È qui che il discorso cambia direzione, perché non riguarda più le strategie educative, ma la qualità della presenza adulta.

Non si tratta di stabilire se i ragazzi ascoltano o meno, ma di chiedersi che cosa trovano quando osservano gli adulti con cui vivono. La risposta, spesso, è segnata da una stanchezza diffusa. Giornate piene, lavoro, responsabilità, tempi compressi. Quando si rientra a casa, resta poco, e quel poco è ciò che arriva ai figli. Non è una mancanza di buona volontà, ma una condizione strutturale che incide sulla relazione.

In questo quadro, Nembrini introduce una domanda che sposta ulteriormente il livello della riflessione. “La questione è la vocazione”, osserva, riportando l’attenzione su un punto spesso rimosso nel discorso educativo. Non come categoria astratta o religiosa, ma nel modo più concreto possibile: “che cosa ti piace fare nella vita?”. È da qui che passa una parte decisiva dell’esperienza educativa. Un adulto che vive il proprio lavoro e le proprie scelte come un peso inevitabile comunica, anche senza volerlo, che la vita adulta è qualcosa da sopportare. Al contrario, quando esiste un rapporto positivo con ciò che si fa, anche dentro le fatiche, passa un’idea diversa di crescita, non come perdita, ma come possibilità.

I dati del rapporto HBSC coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità mostrano che la facilità di comunicazione con i genitori diminuisce con l’età. A 15 anni, meno di un terzo degli adolescenti dichiara di riuscire a parlare facilmente con la madre, e ancora meno con il padre. Nello stesso tempo cresce il senso di solitudine, soprattutto tra le ragazze. Non è un dettaglio secondario, perché indica una difficoltà crescente nel mantenere un legame comunicativo proprio nella fase in cui sarebbe più necessario.

Nembrini legge questi numeri senza attenuarne la portata, ma li riporta a una questione essenziale. Non basta esserci, conta come si è presenti. Se un figlio vede adulti costantemente insoddisfatti, lamentosi, privi di slancio, il messaggio che riceve non ha bisogno di essere esplicitato: diventare grandi non è desiderabile. Al contrario, un adulto che mostra interesse per la vita, che si appassiona, che esprime gratitudine, comunica un’altra possibilità. Non attraverso discorsi, ma attraverso l’esperienza quotidiana.

In questo senso, l’educazione non si gioca sul convincimento, ma sull’attrazione. Non su ciò che si impone, ma su ciò che si rende visibile. È il motivo per cui Nembrini liquida con una certa ironia l’idea che bastino raccomandazioni e discorsi per orientare un figlio. “L’educazione non è una questione di pistolotti”, dice, indicando una distanza netta tra ciò che si dice e ciò che si vive.

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Da sinistra: Gigi De Palo, Direttore Generale di Fondazione Oltre e Franco Nembrini, saggista e pedagogista (@photogennari)

Basta identificare i figli con la pagella”

Uno dei passaggi più incisivi riguarda il rapporto tra educazione e rendimento scolastico. “Basta identificare i figli con la pagella”, afferma Nembrini, intervenendo su un meccanismo culturale particolarmente radicato nel contesto italiano. La scuola resta uno dei principali spazi di valutazione sociale e i voti finiscono per orientare aspettative, giudizi e relazioni all’interno della famiglia.

Secondo i dati Ocse, una quota significativa di studenti italiani sperimenta livelli elevati di stress legati al carico scolastico, mentre il senso di appartenenza alla scuola è diminuito rispetto agli anni precedenti. In questo scenario, la performance rischia di diventare il criterio dominante attraverso cui si misura il valore di un ragazzo.

È qui che Nembrini individua una distorsione decisiva. Quando l’affetto passa attraverso il risultato, il messaggio che arriva ai figli è condizionato. Non si tratta più di un riconoscimento incondizionato, ma di una forma implicita di selezione. Non “ti voglio bene”, ma “ti voglio bene se”. Il rischio non riguarda solo il rendimento, ma il modo in cui un ragazzo costruisce la percezione di sé.

Un’insufficienza smette di essere un errore da correggere e diventa un segnale di inadeguatezza. Il voto non misura più un compito, ma la persona. In questo modo, la scuola perde la sua funzione di spazio di crescita e si trasforma in un luogo di verifica continua, dove il giudizio diventa permanente.

Nembrini non propone di abbassare le richieste né di alleggerire il percorso scolastico. Propone di separare i piani. La scuola valuta, ed è giusto che lo faccia. Ma il valore di un figlio non può essere fatto dipendere da quel risultato. Quando questa distinzione viene meno, l’educazione si riduce a una gestione della performance e la relazione si impoverisce progressivamente.

Quando un ragazzo impara quanto vale

La riflessione di Nembrini si sposta su un piano meno immediatamente visibile, ma decisivo per comprendere la condizione adolescenziale: il modo in cui un ragazzo costruisce il proprio senso di valore. “È una generazione che ha un sentimento di sé sotto le scarpe”, osserva, restituendo una percezione che attraversa famiglie, scuole e contesti educativi e che trova riscontro anche nelle difficoltà che emergono nella quotidianità.

Nella sua lettura, la radice del problema non può essere ridotta a fattori sociali o culturali, ma riguarda la qualità delle relazioni dentro cui i ragazzi crescono. “Perché uno ha un sentimento di disvalore di sé? Perché nessuno l’ha guardato affermandone il valore”, afferma, indicando una dinamica che precede ogni costruzione consapevole dell’identità. Un figlio, infatti, non arriva a stimarsi per deduzione o per sforzo individuale, ma attraverso ciò che riceve nello sguardo degli adulti, in una trama di gesti, parole e reazioni che si sedimentano nel tempo.

Quando questo riconoscimento è intermittente, condizionato o legato ai risultati, l’identità si costruisce su basi instabili e resta esposta a una continua oscillazione. È in questo passaggio che Nembrini individua una distorsione diffusa nel rapporto educativo. Gli adulti, pur partendo da un’intenzione affettiva, introducono spesso criteri impliciti che trasformano il riconoscimento in una verifica costante. “Trasformiamo l’affetto in ricatto”, afferma, descrivendo una dinamica che non sempre è consapevole, ma che incide profondamente sul modo in cui un ragazzo percepisce se stesso.

In questo quadro, anche l’errore cambia natura e smette di essere un momento del percorso per assumere un significato più ampio. Non è più qualcosa da attraversare e comprendere, ma qualcosa che tende a definire. Il rischio non riguarda soltanto il rendimento scolastico, ma il modo in cui il ragazzo interpreta ogni difficoltà, ogni caduta, ogni scarto rispetto alle aspettative.

Per questo Nembrini insiste sulla necessità di mantenere una distinzione netta tra giudizio e valore personale, indicando una responsabilità precisa degli adulti nel rendere questa distinzione percepibile. “Un padre deve arrivare a dire a un figlio: sei meglio di me”, osserva, indicando una forma di riconoscimento che non dipende dal risultato e che precede ogni verifica. Non si tratta di negare la realtà o di sospendere il giudizio, ma di evitare che il giudizio esaurisca la persona.

È in questo spazio che la fiducia assume un significato concreto e diventa una condizione di possibilità per la crescita. Non come incoraggiamento generico, ma come presa di posizione che anticipa il risultato. “Ditegli che ce la possono fare”, afferma, invitando gli adulti a esporsi, a dichiarare una possibilità prima ancora che sia evidente, a sostenere un percorso che deve ancora compiersi.

Quando questo spazio esiste, il rischio diventa praticabile e il ragazzo può tentare, sbagliare, correggersi senza che ogni passaggio metta in discussione il suo valore. In assenza di questo spazio, ogni errore si carica di un peso eccessivo e tende a bloccare il percorso, trasformando la crescita in un terreno fragile e incerto.

È in questo senso che la famiglia mantiene un ruolo decisivo, non come luogo che risolve ogni difficoltà, ma come spazio che regge e che offre una stabilità difficilmente sostituibile altrove. “Se c’è una casa, si può anche sbagliare”, osserva Nembrini, indicando una condizione concreta più che un principio astratto, una possibilità reale che consente di attraversare la crescita senza esserne travolti.

L’educazione non è una tecnica

Nella parte conclusiva del suo intervento, Nembrini prende di mira un altro elemento che attraversa il dibattito contemporaneo, cioè la tendenza crescente a trattare l’educazione come un problema tecnico, da affrontare attraverso strumenti, protocolli, figure specialistiche, in un processo che finisce per spostare l’attenzione dalla relazione alla gestione.

La sua posizione si colloca in controtendenza rispetto a questa impostazione. “Abbiamo riempito l’educazione di esperti perché gli adulti non si fidano più della propria esperienza”, osserva, indicando un passaggio culturale che non riguarda solo la scuola, ma attraversa anche la famiglia. Il punto, nella sua lettura, non è negare l’utilità delle competenze, né ridimensionare il ruolo di chi lavora professionalmente nell’ambito educativo, ma riconoscere un rischio più profondo, quello di delegare ciò che non è delegabile. Quando l’educazione viene trattata come una questione tecnica, si perde di vista il fatto che il primo fattore educativo resta la posizione dell’adulto, cioè il modo in cui sta dentro la realtà e dentro le relazioni.

Nembrini insiste su questo spostamento di prospettiva anche con una formula sintetica: “Non servono genitori perfetti, servono genitori vivi”, una frase che restituisce l’idea di un’educazione che non si fonda sulla prestazione, ma sulla presenza, non sull’efficacia misurabile, ma sulla consistenza umana.

È qui che il discorso si riallaccia, senza ripetersi, al contesto aperto anche da episodi come quello di Bergamo. Di fronte a fatti estremi, la reazione più immediata oscilla tra due poli opposti, da una parte la colpevolizzazione dei ragazzi, dall’altra la richiesta di soluzioni esterne, nuove regole, nuovi strumenti, nuovi interventi. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso, cioè evitare il punto in cui la questione si gioca davvero.

“Il problema educativo è sempre degli adulti”, ribadisce Nembrini, riportando la responsabilità nel luogo in cui può essere assunta. Non come colpa da attribuire, ma come posizione da riconquistare, dentro una relazione che nessuna tecnica può sostituire e che nessun dispositivo può garantire al posto di chi è chiamato a educare.

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(@photogennari)

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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