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Lo sport raddoppia il numero di sinapsi: lo studio

Mens sana in corpore… allenato. E bene sì, mentre sudate sul tapis roulant, il vostro cervello non sta a guardare: sta facendo un “aggiornamento software” degno della migliore ingegneria genetica. A confermarlo è una ricerca pubblicata su Neuron che rivela che l’esercizio fisico non potenzia solo i muscoli, ma “ricabla” i nostri neuroni, rendendoli più efficienti e meno sensibili alla stanchezza.

Cosa cambia nel cervello con lo sport

Il team di ricercatori, guidato da J. Nicholas Betley, ha indagato cosa accade a livello cerebrale mentre il fisico diventa più forte. L’attenzione si è concentrata sull’ipotalamo ventromediale, una regione profonda del cervello che funge da centro di controllo per funzioni vitali come l’appetito e i livelli di glucosio nel sangue.

All’interno di quest’area, gli scienziati hanno isolato un gruppo specifico di cellule: i neuroni SF1 (chiamati così perché producono la proteina steroidogenic factor 1), già noti per il loro ruolo nella regolazione del metabolismo. Attraverso il monitoraggio di topi impegnati su un tapis roulant, è emerso che questi neuroni non solo si attivano durante lo sforzo, ma diventano progressivamente più “reattivi” man mano che le sessioni di allenamento si ripetono nel tempo.

Sinapsi al raddoppio

Il dato più sorprendente emerso dall’analisi dei tessuti cerebrali dopo tre settimane di attività costante riguarda la struttura stessa delle connessioni nervose. I ricercatori hanno scoperto che l’allenamento ha letteralmente raddoppiato il numero di sinapsi eccitatorie.

Per comprendere la portata di questa scoperta, bisogna immaginare le sinapsi come piccoli ponti elettrici che permettono ai neuroni di comunicare tra loro: una sinapsi “eccitatoria” è quella che invia un segnale di attivazione rapida. Il raddoppio di questi collegamenti significa che il cervello ha costruito una rete di comunicazione molto più fitta e veloce, permettendo ai segnali di scorrere con meno sforzo e maggiore precisione. In pratica, l’allenamento abbassa lo sforzo per la “soglia di attivazione” di questi neuroni, rendendoli pronti a scattare già al minimo stimolo.

La prova del nove: accendere il movimento con la luce

Per confermare che fossero proprio i neuroni SF1 a determinare la resistenza, gli scienziati hanno utilizzato l’optogenetica, una tecnica di bioingegneria che permette di attivare o inibire specifiche cellule nervose utilizzando impulsi di luce.

I risultati sono stati inequivocabili: quando i ricercatori hanno “spento” artificialmente i neuroni SF1 dopo l’esercizio, i soggetti non mostravano alcun miglioramento nelle prestazioni, esaurendosi molto prima dei compagni. Al contrario, stimolando artificialmente questi neuroni, i ricercatori sono riusciti a ottenere un incremento della performance ancora maggiore: i soggetti correvano più lontano e più velocemente rispetto a chi aveva seguito un addestramento tradizionale senza il “boost” tecnologico.

L’importanza dello sport

Questa scoperta assume un valore particolare se contestualizzata nelle abitudini degli italiani. Secondo i dati più recenti dell’Istat riferiti al 2024, oltre 21,5 milioni di italiani (pari al 37,5% della popolazione dai 3 anni in su) dichiarano di praticare sport nel tempo libero. La tendenza è in netta crescita rispetto al passato: nel 1995 la quota era ferma al 26,6%, e l’incremento riguarda soprattutto chi si allena con continuità (passato dal 17,8% al 28,7%).

Sono i giovani tra gli 11 e i 14 anni i più attivi (75,6%), ma si registra un balzo significativo anche tra gli over 65, dove la pratica sportiva è quadruplicata negli ultimi trent’anni. È proprio in questa fascia d’età che la ricerca di Betley apre le prospettive più interessanti: capire come stimolare i neuroni SF1 potrebbe aiutare a preservare la massa muscolare e la vitalità anche quando il fisico tende naturalmente a cedere.

Le conclusioni di questa ricerca trasformano profondamente il modo in cui dovremmo interpretare ogni singola sessione di allenamento. Come spiegato con entusiasmo da J. Nicholas Betley, quando usciamo a correre i nostri polmoni si dilatano, il cuore migliora il suo ritmo e i muscoli si rigenerano; un insieme di processi straordinari che rendono l’attività fisica più semplice e fluida la volta successiva. La vera svolta sta nel capire che non si tratta di una semplice reazione meccanica del corpo, ma di una raffinata strategia guidata dal sistema nervoso: lo scienziato ha infatti ammesso che non si sarebbe mai aspettato che fosse proprio il cervello a coordinare tutta questa evoluzione.

In ultima analisi, ogni passo di corsa non serve solo a tonificare il corpo, ma a rimodellare la nostra mente. Per Betley, è fondamentale che oggi le persone comprendano come lo sport non sia limitato alla semplice costruzione o riparazione dei tessuti muscolari, ma sia un’attività capace di trasformare il cervello nella sua interezza.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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