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Dal 2026 entra in vigore Euro 7: auto più care e nuove emissioni da monitorare

Il 2026 porta una spiacevole novità per chi prevede di acquistare un’auto nuova: la normativa Euro 7 varata da Bruxelles, che entrerà in vigore dal 29 novembre di quest’anno.
Si tratta di una stretta sulle emissioni che farà lievitare i prezzi e inciderà sul mercato dell’automotive europeo, già profondamente sconvolto dalla concorrenza cinese e dalla fallimentare strategia Ue. La normativa non si limita a prevedere limiti più severi allo scarico, ma introduce un pacchetto di regole che coinvolge tutto il veicolo, dalle particelle dei freni al monitoraggio continuo delle prestazioni ambientali, senza escludere neppure le auto elettriche.

Cosa cambia davvero con Euro 7

Il regolamento Ue 2024/1257 segna un cambio di paradigma. Per la prima volta, le norme non si concentrano solo sulle emissioni dei tubi di scappamento, ma introducono limiti anche sulle particelle generate dall’usura di freni e pneumatici, che rappresentano fino al 60% delle polveri sottili prodotte dalle auto moderne.

Con l’entrata in vigore del nuovo regolamento, diventerà obbligatorio il “Passaporto Ambientale” (Evp), un documento digitale che certifica l’impatto ambientale del veicolo lungo tutto il ciclo di vita, inclusi CO₂, consumo e prestazioni delle batterie per ibride ed elettriche. Ma la vera novità sarà l’introduzione dell’Obm (On-Board Monitoring), già ribattezzato “vigile elettronico“: un sistema di monitoraggio continuo che registrerà in tempo reale le emissioni di ossidi di azoto, ammoniaca e particolato, trasmettendo i dati alle autorità nazionali.

Se il veicolo supererà i limiti di emissioni durante la vita normale (non solo nei test in laboratorio), scatteranno sanzioni per il costruttore e, potenzialmente, per il proprietario. In sintesi, con il Regolamento Euro 7, il controllo non si fermerà al momento dell’immatricolazione, ma accompagnerà l’auto per tutta la sua esistenza.

Il calendario: quando scattano gli obblighi

Il 29 novembre 2026 segna il debutto della normativa: da quella data, nessun nuovo modello di auto o furgone potrà ottenere l’omologazione europea senza rispettare i requisiti Euro 7.

Il vero impatto sul mercato arriverà però esattamente un anno dopo, il 29 novembre 2027, quando l’obbligo si estenderà a tutti i veicoli nuovi in vendita, compresi quelli già presenti nei listini prima dell’entrata in vigore della norma. A quel punto, chiunque acquisti un’auto nuova in Europa, anche se il modello è stato lanciato nel 2025 o prima, dovrà pagare i costi aggiuntivi derivanti dall’adeguamento tecnologico.

Nel 2028 l’Euro 7 compirà un ulteriore passo, estendendo le norme anche ad autobus, autocarri e rimorchi, con limiti ancora più stringenti per i veicoli pesanti.

La stangata sui prezzi: +2.000 euro per le auto, 12.000 per i camion

Secondo le stime della Commissione europea, i costi di produzione aggiuntivi si attesterebbero attorno ai 2.000 euro per auto e furgoni a motore termico, mentre per camion e autobus diesel si potrebbe arrivare a una stangata di 12.000 euro per veicolo.

L’Acea (Associazione Europea dei Costruttori di Automobili) contesta apertamente questi calcoli, sostenendo che l’impatto reale rischia di essere da quattro a dieci volte superiore rispetto alle previsioni di Bruxelles. Una differenza che, se confermata, renderebbe insostenibile la produzione di interi segmenti di mercato.

Intanto, Volkswagen ha già alzato le barricate, minacciando di abbandonare il segmento delle city car, dove i margini sono già ridottissimi e un rincaro fino a 5.000 euro per unità renderebbe il business semplicemente impossibile. ​

Sul fronte politico, il governo italiano si è schierato contro la normativa varata da Bruxelles. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha definito queste misure “penalizzanti sia per l’industria nazionale sia per i consumatori“, sostenendo che la normativa rischia di mettere a repentaglio fabbriche e posti di lavoro.

Il dietrofront storico sul 2035: Bruxelles cede alla realtà

Il lungo braccio di ferro tra aziende e Paesi, da una parte, e Bruxelles, dall’altra, ha portato a un risultato storico: a metà dicembre, la Commissione ha annunciato il dietrofront sullo stop totale alla vendita di auto a motore termico dal 2035, che doveva essere la colonna d’Ercole del Green Deal.​ Il divieto del 100% di riduzione delle emissioni viene sostituito da un target del 90% rispetto ai valori del 2021, lasciando uno “spazio residuale” che sembra piccolo ma è vitale.

Questa modifica riapre i cancelli delle fabbriche a motori termici, ibride plug-in e biocarburanti, strizzando l’occhio alla “neutralità tecnologica” richiesta a gran voce dall’Italia. In pratica, un costruttore potrà continuare a vendere un certo numero di auto con motore termico o ibrido, a patto di “compensarle” con una quota massiccia di veicoli elettrici: si parla di una proporzione di circa una vettura a combustione ogni 12-20 elettriche.

Non è un “liberi tutti”, ma è sufficiente per salvare segmenti di mercato dove l’elettrico non ha senso economico o funzionale, come le piccole utilitarie low-cost per chi fa pochi chilometri o i veicoli commerciali per le aree rurali. E soprattutto, elimina l’ipotesi di un ulteriore target del 100% al 2040, lasciando di fatto il motore a scoppio in vita a tempo indeterminato, seppur come attore non protagonista.

Un 2026 tra incertezze e stangate

Per chi deve cambiare auto nel 2026, il quadro è complesso. Acquistare prima del 29 novembre significa evitare i sovraccosti dell’Euro 7, ma anche rischiare di ritrovarsi con un veicolo che vale meno sul mercato dell’usato. Aspettare significa pagare di più, ma avere tecnologie di monitoraggio che potrebbero garantire incentivi futuri o accessi privilegiati alle Ztl.

Per l’industria, la partita è ancora più dura. Euro 7 rappresenta un’ulteriore stretta che arriva mentre il mercato è già in sofferenza, la domanda di elettrico ristagna e la concorrenza cinese avanza. Il dietrofront sul 2035 offre al mercato una boccata d’ossigeno (sottratto all’ambiente), ma non risolve il problema di fondo: l’Europa sta perdendo competitività, i costi aumentano, gli investimenti si spostano altrove.

Il 2026 si apre dunque come un anno di transizione dolorosa, in cui l’automotive europeo è costretto a navigare tra un clima sempre più in crisi, norme sempre più rigide e una politica poco chiara. Il rischio è che a pagare il conto, alla fine, saranno i consumatori e i lavoratori.

Imprese

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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