Non è la prima volta che Washington guarda alla Groenlandia come a qualcosa che potrebbe essere acquisito. Non è nemmeno la seconda o la terza. Dal 1867 a oggi, l’idea riaffiora con una regolarità che dice molto sulla cultura strategica americana e poco sulla struttura giuridica entro cui oggi si muovono gli Stati. Cambiano i contesti storici, cambiano le giustificazioni ufficiali, ma il riflesso resta riconoscibile: se un territorio è ritenuto strategico, allora può essere oggetto di negoziazione.
Il problema è che il mondo in cui questa grammatica si è formata non esiste più. I grandi acquisti territoriali che hanno accompagnato l’espansione degli Stati Uniti – dalla Louisiana all’Alaska – appartengono a una fase in cui la sovranità era considerata una prerogativa disponibile, esercitabile senza il coinvolgimento delle popolazioni interessate. La Groenlandia di oggi si colloca invece in un sistema costruito dopo il 1945, fondato sull’autodeterminazione dei popoli e su limiti stringenti alla trasferibilità dei territori. Riproporre quei precedenti senza fare i conti con questa discontinuità equivale a sovrapporre piani storici non compatibili.
La Groenlandia come costante strategica americana
L’interesse statunitense per la Groenlandia emerge in modo esplicito nella seconda metà dell’Ottocento, quando gli Stati Uniti consolidano la propria dimensione continentale e iniziano a proiettarsi oltre i confini tradizionali. Nel 1867, mentre si perfeziona l’acquisto dell’Alaska dalla Russia, il segretario di Stato William H. Seward esplora l’ipotesi di includere la Groenlandia e l’Islanda in un più ampio ridisegno dell’assetto nord-atlantico. La logica è coerente con la dottrina dell’epoca: ridurre la presenza europea in aree ritenute decisive per la sicurezza e il commercio futuri.
Il progetto non si concretizza, ma l’attenzione per l’isola non si dissolve. Nel 1910 l’amministrazione Taft valuta uno scambio territoriale con la Danimarca che preveda il trasferimento della Groenlandia agli Stati Uniti. Anche in questo caso l’ipotesi resta sulla carta, ma conferma che l’isola viene percepita come uno spazio strategico prima ancora che come una comunità politica. Il lessico utilizzato nei documenti dell’epoca riflette una visione geografica e militare del territorio, non una considerazione della sua dimensione sociale o istituzionale.
Il passaggio più significativo avviene nel 1946. L’amministrazione Truman formula un’offerta formale alla Danimarca: 100 milioni di dollari in oro per l’acquisto della Groenlandia. È il primo tentativo esplicito di tradurre l’interesse strategico in una transazione economica diretta. Copenhagen rifiuta, ma il negoziato produce un risultato diverso: un rafforzamento strutturale della presenza militare statunitense sull’isola, che diventa un elemento centrale della difesa nord-atlantica durante la Guerra fredda. La sovranità resta danese, ma il controllo funzionale di alcune infrastrutture chiave passa di fatto a Washington.
Questa sequenza storica mostra una continuità di interesse, ma anche una trasformazione degli strumenti. Già a metà Novecento, l’acquisto territoriale lascia spazio a forme di controllo indiretto, fondate su accordi militari e cooperazione strategica. È un elemento spesso trascurato nel dibattito contemporaneo, che tende a isolare l’idea dell’acquisizione dal contesto in cui si è progressivamente rivelata superflua.
Gli Stati Uniti e l’era degli acquisti
La tradizione degli acquisti territoriali statunitensi si forma in un arco temporale preciso, tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento. La ‘Louisiana Purchase’ del 1803 stabilisce un precedente destinato a pesare a lungo. La Francia cede un territorio vastissimo in cambio di una somma relativamente modesta, in un momento in cui la priorità di Parigi è finanziare le proprie guerre europee. Gli Stati Uniti acquisiscono non solo terra, ma controllo su vie fluviali e spazi economici decisivi.
Il modello si ripete, con variazioni, nei decenni successivi. La Florida viene ottenuta dalla Spagna nel 1819 attraverso il trattato Adams–Onís, che prevede una compensazione indiretta sotto forma di assunzione di crediti e rinunce territoriali. Il Gadsden Purchase del 1854 risponde a esigenze infrastrutturali: una striscia di territorio acquistata dal Messico per facilitare la costruzione di una linea ferroviaria verso la costa pacifica. In nessuno di questi casi la popolazione residente è chiamata a esprimersi sulla cessione.
L’Alaska rappresenta il punto di massima estensione di questa logica. L’Impero russo vende un possedimento remoto e costoso da difendere; gli Stati Uniti lo acquistano in una fase di espansione e fiducia nella propria traiettoria di potenza. La transazione avviene tra governi, senza che la questione della legittimazione popolare entri nel dibattito. La sovranità è trattata come un attributo statale pienamente alienabile.
Nel 1917, con l’acquisto delle Indie Occidentali danesi (oggi Isole Vergini degli Stati Uniti, ndr), questa impostazione trova una conferma tardiva. La Danimarca cede un territorio coloniale in cambio di 25 milioni di dollari in oro, in un contesto segnato dalle preoccupazioni per la sicurezza dei Caraibi durante la Prima guerra mondiale. Il precedente viene spesso richiamato per sostenere che Copenhagen potrebbe fare lo stesso con la Groenlandia. L’analogia ignora il mutamento intervenuto nello status giuridico e politico dei territori coinvolti.
Il confine tra accordo e coercizione
La storia americana include anche episodi in cui il trasferimento territoriale avviene all’interno di cornici segnate dall’uso della forza. Il trattato di Guadalupe Hidalgo del 1848 chiude la guerra con il Messico e prevede il pagamento di 15 milioni di dollari in cambio di una vasta cessione territoriale. Formalmente si tratta di un accordo; nella sostanza, riflette un rapporto di forza squilibrato. Il pagamento accompagna la ridefinizione dei confini, ma non ne costituisce la causa principale.
Uno schema analogo emerge nel 1898, con il trattato di Parigi che conclude la guerra ispano-americana. Gli Stati Uniti ottengono Porto Rico e Guam e versano 20 milioni di dollari per le Filippine. Anche in questo caso, la transazione economica è inserita in un contesto post-bellico che ne condiziona profondamente il significato. Già alla fine dell’Ottocento, questi accordi sollevano interrogativi sulla loro legittimità; nel diritto internazionale contemporaneo sarebbero incompatibili con il divieto di acquisizione territoriale mediante forza.
Richiamare questi precedenti per giustificare ipotesi attuali significa confondere una prassi storica con un quadro normativo che non esiste più. Essi testimoniano una fase in cui la forza e la transazione economica coesistono come strumenti di ridefinizione territoriale, non un modello accettato nel sistema odierno.
Il caso Manhattan
L’acquisto di Manhattan nel 1626 occupa un posto particolare nell’immaginario politico statunitense. La storia della cessione dell’isola per 60 fiorini viene spesso evocata come prova di una lunga tradizione di acquisizioni pacifiche. In realtà, si tratta di un episodio coloniale privo di qualsiasi analogia con il diritto internazionale moderno. Non coinvolge Stati sovrani, non presuppone una concezione condivisa della proprietà fondiaria e si colloca in un contesto di asimmetria radicale di potere.
Il richiamo a Manhattan ha una funzione simbolica precisa: rafforzare l’idea che il territorio possa essere acquisito attraverso un atto di volontà accompagnato da un pagamento. È una rappresentazione che appartiene alla mitologia politica, non alla prassi giuridica. Utilizzarla come riferimento nel dibattito sulla Groenlandia significa spostare il discorso dal terreno delle regole a quello dell’immaginario di potenza.
Il diritto internazionale dopo il 1945
Il secondo dopoguerra introduce una discontinuità strutturale. La Carta delle Nazioni Unite sancisce il divieto dell’uso della forza contro l’integrità territoriale degli Stati. La successiva elaborazione giuridica, culminata nella Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli, afferma il principio di autodeterminazione dei popoli come cardine dell’ordine internazionale. La sovranità smette di essere una prerogativa liberamente alienabile.
In questo quadro, i cambiamenti di status territoriale seguono percorsi codificati. Le unificazioni avvengono per consenso degli Stati e delle popolazioni coinvolte. Le dissoluzioni producono nuovi soggetti internazionali riconosciuti. Le secessioni accettate passano attraverso consultazioni popolari e negoziati costituzionali. Il trasferimento territoriale come esito di una transazione economica tra governi esce progressivamente dal campo delle opzioni legittime.
Per l’Unione europea, questi principi non sono astratti. Essi informano la posizione comune su questioni di confine e sovranità e costituiscono un riferimento costante nell’azione esterna. La coerenza su questo terreno è considerata un elemento di credibilità politica.
La Groenlandia nel sistema giuridico attuale
La Groenlandia occupa una posizione specifica. Fa parte del Regno di Danimarca, ma gode di un’ampia autonomia sancita dalla legge sul self-government del 2009. Questa normativa riconosce esplicitamente il popolo groenlandese come soggetto titolare del diritto di autodeterminazione e prevede un percorso attraverso il quale l’isola può ridefinire il proprio status politico. Molte competenze sono già esercitate dalle autorità locali; Copenhagen conserva funzioni limitate, tra cui la politica estera e la difesa.
Questo assetto implica che la Danimarca non dispone unilateralmente della sovranità sull’isola. Qualunque ipotesi di trasferimento di sovranità richiederebbe il coinvolgimento diretto della popolazione groenlandese e un processo politico interno conforme al diritto costituzionale danese e ai principi internazionali. La Groenlandia non è assimilabile ai territori acquistati dagli Stati Uniti nel XIX secolo, né alle colonie cedute nel primo Novecento.
Il dibattito politico interno all’isola riflette questa complessità. L’indipendenza è un tema presente, ma accompagnato da considerazioni economiche e istituzionali. I trasferimenti finanziari danesi restano una componente rilevante del bilancio; lo sfruttamento delle risorse naturali è oggetto di discussione e regolazione. In questo contesto, l’ipotesi di un passaggio sotto sovranità statunitense non emerge come una traiettoria strutturata, ma come una proiezione esterna.
Il prezzo della Groenlandia
Il ritorno periodico dell’idea di acquisire la Groenlandia è legato a fattori strategici ricorrenti. L’Artico assume un peso crescente con l’apertura di nuove rotte e l’intensificarsi della competizione tra grandi potenze. La posizione geografica dell’isola la rende un punto di osservazione e controllo rilevante. Questa centralità alimenta una percezione di disponibilità che facilita il riemergere di categorie storiche superate.
A questo si aggiunge la questione del valore economico. Le stime sul “prezzo” della Groenlandia variano in modo significativo a seconda dei criteri adottati: prodotto interno lordo, potenziale delle risorse minerarie, valore strategico. Alcune valutazioni parlano di decine di miliardi di dollari, altre di cifre molto più elevate. Sono esercizi teorici che servono a inquadrare ordini di grandezza, non a definire basi negoziali concrete.
Nel contesto giuridico attuale, il problema non è individuare una cifra plausibile, ma stabilire se la sovranità possa essere oggetto di una valutazione economica. La risposta fornita dal diritto internazionale contemporaneo è negativa. Anche eventuali compensazioni finanziarie devono inserirsi in processi politici fondati sul consenso e sull’autodeterminazione, non sostituirli.
L’insistenza sul prezzo rivela quindi più una persistenza di categorie storiche che una reale prospettiva operativa. È il segno di una tensione tra una visione transazionale del controllo territoriale e un ordine giuridico che ne limita drasticamente l’applicabilità.
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