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Dalle lavatrici ai bulloni, ecco come Bruxelles risponde alle minacce di Trump (e della Cina)

Non è solo una questione di clima, è una questione di sopravvivenza industriale. Mentre i dazi americani sull’acciaio europeo restano inchiodati al 50%, l’Unione europea ha deciso di giocare la sua carta più pesante: il Cbam, il meccanismo che tassa le emissioni di Co2 alla frontiera. Durante l’ultima riunione della Commissione per il commercio internazionale (Inta) del Parlamento europeo, è emerso chiaramente che il “muro del carbonio” si sta allargando, pronto a colpire non più solo le materie prime, ma anche i prodotti finiti che usiamo ogni giorno.

La “lavatrice” come simbolo della nuova era

Fino a ieri, il Cbam riguardava solo i giganti dell’industria che importavano ferro o alluminio grezzo. Domani, il controllo si sposterà su circa 180 categorie di prodotti, dai macchinari industriali ai grandi elettrodomestici.

Per spiegare il cambiamento, Martin Becker, funzionario della Commissione europea, ha usato un esempio concreto: “il caso della lavatrice”. Se una lavatrice viene prodotta fuori dall’Ue usando acciaio “sporco” (ovvero prodotto con alte emissioni di carbonio), dovrà pagare una tassa per entrare nel mercato europeo. Tuttavia, Bruxelles vuole evitare eccessi burocratici: l’importatore dovrà dichiarare solo il carbonio contenuto nei materiali di base, perché, come sottolineato in Commissione commercio, le emissioni legate al semplice assemblaggio finale “sono marginali”.

Uno scudo contro la “fuga” delle fabbriche

Perché questa fretta? La risposta sta nei porti e nelle zone industriali. Con gli Stati Uniti che mantengono dazi altissimi sui nostri prodotti metallici, l’Europa teme che le sue aziende siano spinte a spostare la produzione all’estero per poi rivendere i prodotti finiti in Ue senza pagare il prezzo del carbonio. È il rischio della “fuga di carbonio”, che ora minaccia di spostarsi “più a valle nella catena del valore”.

L’obiettivo del nuovo piano è quindi duplice: proteggere l’ambiente e blindare le fabbriche europee dalla concorrenza sleale. Per farlo, la Commissione ha promesso di chiudere i buchi normativi (come la cosiddetta “scrap loophole” sui rottami di alluminio) che finora hanno permesso di aggirare i controlli.

Semplificazione per le piccole imprese

Nonostante il rigore, l’Ue non vuole schiacciare le piccole e medie imprese sotto il peso della burocrazia. Il nuovo sistema prevede una soglia che permetterà di esentare il 90% degli importatori, pur continuando a monitorare oltre il 99% delle emissioni totali. Una mossa fondamentale per mantenere l’efficienza senza paralizzare il commercio dei piccoli attori.

Lo sguardo rivolto a Est (e i dubbi su Washington)

Il clima geopolitico pesa sulle discussioni di Bruxelles. Nonostante il patto di Turnberry abbia congelato parte della guerra commerciale tra Ue e Usa, il settore dell’acciaio resta una ferita aperta. Becker ha chiarito che, sebbene si cerchi di collaborare con Washington per facilitare le procedure, “non ci saranno norme specifiche dedicate agli Stati Uniti”, mantenendo una linea di uguaglianza per tutti i partner.

Proprio questa “complessa situazione con gli Stati Uniti”, come è stata definita durante la sessione sui monitoraggi commerciali, sta spingendo l’Europa a cercare nuovi alleati strategici.

Pechino e Nuova Delhi: il fronte comune dell’Est

Il Cbam, infatti, non sta agitando solo l’Atlantico. India e Cina, nonostante le storiche rivalità, hanno formato un inaspettato fronte comune contro Bruxelles, denunciando il meccanismo come uno strumento di protezionismo unilaterale che mina la cooperazione climatica globale. Durante la Cop30 in Brasile, le due potenze asiatiche hanno guidato la protesta, etichettando le misure europee come “strumenti di protezionismo” che minano il multilateralismo.

Per l’India, l’impatto del Cbam sarebbe catastrofico. La produzione siderurgica indiana, pesantemente dipendente dal carbone, emette il 31% di Co2 in più rispetto alla media mondiale. Swastik Das, analista di ricerca sulla catena di approvvigionamento per il Rystad Energy, come riporta il Nikkei Asia, prevede che l’acciaio indiano possa subire penali fino a 290 dollari per tonnellata nel 2026, circa 13 volte superiori a quelle della Corea del Sud, mettendo a rischio vendite annuali per 500 milioni di dollari e costringendo i produttori a svendere i prodotti su altri mercati.

La strategia diplomatica della Cina

La Cina, dal canto suo, pur essendo il più grande esportatore di articoli in ferro e acciaio verso l’Ue (coprendo il 37,3% delle importazioni totali del blocco), sembra affrontare la questione più sul piano diplomatico che economico:

  • Studi recenti indicano che il Pil cinese subirà un colpo quasi irrilevante, pari allo 0,01% nel 2026.
  • Pechino sta usando l’opposizione al Cbam per posizionarsi come difensore del commercio globale contro l’”unilateralismo geopolitico” dell’Europa, proprio mentre Bruxelles impone dazi fino al 45% sulle auto elettriche cinesi.
  • La Cina ha già piani per mitigare gli effetti della tassa, prevedendo di dirottare fino al 30% delle sue esportazioni di cemento verso mercati non Ue entro il 2034. Mentre accusa l’Europa di protezionismo, Pechino continua a mantenere i propri controlli sulle esportazioni di materie prime critiche come terre rare e litio.

Verso il 2028

Se il piano della Commissione verrà approvato, le nuove regole sui prodotti finiti scatteranno il 1° gennaio 2028. L’Europa si dà due anni per prepararsi a una sfida che unisce ecologia e geopolitica: difendere il pianeta senza soccombere tra il protezionismo americano e la resistenza diplomatica asiatica.

Imprese

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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