L’operazione statunitense in Venezuela, che lo scorso 2 gennaio ha portato alla destituzione e alla cattura del presidente Nicolás Maduro, e le rinnovate minacce di Donald Trump sulla Groenlandia seguite a stretto giro, stanno mettendo in luce le contraddizioni del sovranismo europeo. Si tratta di due questioni diverse, ma con un filo comune: il ritorno di una logica di potenza americana che costringe i nazionalisti del continente a scegliere tra l’alleanza ideologica con Washington e la difesa, almeno a parole, della sovranità degli Stati. E non è forse un caso se alcuni hanno preferito non commentare e altri sono stati insolitamente cauti.
‘Make Europe Smaller Again’
Ricordiamo che Trump è stato eletto come presidente ‘isolazionista’, eppure sta intervenendo non poco e in diversi quadranti mondiali. Per alcuni analisti questa contraddizione è solo apparente, perché per il tycoon e per buona parte dei suoi sostenitori quello che viene rifiutato non è l’intervento in sé, ma l’interventismo degli altri. Non a caso, incalzato dai giornalisti sulla coerenza con la dottrina America First, il presidente ha liquidato il problema con una formula che è già una linea politica: “Lo decido io che cosa significa America First“.
Ma ecco che il trumpiano ‘Make America Great Again‘ rischia di tradursi in un ‘Make Europe Smaller (più piccola) again‘. E non solo letteralmente, cioè con meno territorio, ma anche concettualmente, come un’Europa marginale e irrilevante sullo scacchiere mondiale, incapace perciò di tutelare i propri interessi e il proprio benessere. E se l’Unione è irrilevante, figuriamoci i singoli Paesi: piccoli e senza reale capacità di incidere a livello internazionale, nonostante le velleità ancora mostrate da alcuni – come la Francia -, anche da parte di forze politiche non appartenenti alla destra nazionalista.
Venezuela: tra realpolitik e principio di sovranità
A segnalare le contraddizioni del sovranismo, i commenti all’operazione in Venezuela sono stati tiepidi o di segno opposto. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán, apertamente trumpiano, nell’annuale conferenza stampa ha affermato che Budapest “non piangerà la caduta di uno stato narcotrafficante” e di stare valutando se l’operazione americana sarà “vantaggiosa” per l’Ungheria, evocando possibili cali del prezzo dell’energia. Il suo Paese è stato l’unico a non firmare il comunicato europeo congiunto che chiedeva “rispetto per la volontà del popolo venezuelano“.
In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, grande ‘amica’ del tycoon, ha definito l’intervento Usa una forma di “legittima difesa preventiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”, chiarendo però ambiguamente che “l’azione militare esterna non è la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”.
Di segno opposto la posizione del leader della Lega Matteo Salvini, trumpiano convinto, che ha condannato l’azione americana ribadendo che la diplomazia deve restare “la principale via per la risoluzione delle controversie internazionali” e che sebbene “nessuno avrà nostalgia di Maduro”, comunque va rispettato “il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro“.
Una linea simile è arrivata dalla Francia. Marine Le Pen, da sempre più fredda per quanto riguarda il movimento Maga, ha riconosciuto tutte le colpe del regime di Maduro, ma ha respinto il cambio di regime imposto dagli Stati Uniti. Perché, ha dichiarato, “la sovranità degli Stati non è mai negoziabile“: rinunciare oggi “a questo principio per il Venezuela significherebbe accettare domani la nostra stessa servitù“.
Ancora, in Spagna il partito di estrema destra Vox ha invece sostenuto senza riserve l’iniziativa americana, parlando di “ripristino della democrazia” e festeggiando la caduta di Maduro. Una posizione spiegabile anche con i legami stretti con l’opposizione venezuelana in esilio a Madrid, ma che segna una rottura netta con il lessico sovranista sulla non ingerenza.
In Germania, per Alternative für Deutschland si è espresso il vicepresidente del gruppo al Bundestag Markus Frohnmaier che da un lato ha criticato l’ingerenza nella sovranità altrui e confermato l’adesione “al principio di non intervento”; dall’altro, ha affermato che “il diritto internazionale è una narrazione” dei deboli. Il Venezuela diventa così il simbolo di un mondo che torna a organizzarsi per sfere di influenza, dove la forza prevale sull’“ipermoralità” – quest’ultima caratterizzante l’Unione europea.
Pragmatico ma con un’altra sfumatura il premier slovacco Robert Fico, anch’egli sovranista e nazionalista, che il 4 gennaio ha detto senza mezzi termini: “Come primo ministro di un piccolo Paese, devo respingere con fermezza una tale violazione del diritto internazionale“.
Groenlandia: quando la minaccia tocca da vicino
Le contraddizioni diventano ancora più evidenti quando l’oggetto della pressione americana non è un Paese lontano, ma un territorio europeo. Subito dopo l’operazione venezuelana, Trump ha avvisato Colombia, Cuba e Messico che potrebbero essere i prossimi, e ha ribadito che la Groenlandia – isola artica autonoma parte del Regno di Danimarca, membro dell’Unione europea e della Nato – è “essenziale” per la sicurezza degli Stati Uniti e che quindi se la prenderà, anche con la forza.
Ma di fronte a una minaccia che mette in discussione i confini stessi e l’integrità territoriale dell’Europa, i leader sovranisti non stanno al momento offrendo una soluzione o un’alternativa che consenta di mantenere la propria sovranità.
Meloni ha firmato ieri una dichiarazione con altri cinque leader europei che riafferma che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che la sicurezza artica va gestita collettivamente in ambito Nato. Orbán ha rinviato tutto a “discussioni interne all’Alleanza atlantica”, evitando una presa di posizione chiara.
Nel Regno Unito, Nigel Farage, leader del partito populista e sovranista Reform Uk, ha minimizzato, dicendo di non credere a un’invasione perché sarebbe “la fine della Nato”. Il romeno George Simion, leader del partito di estrema destra Aur, sconfitto alle elezioni presidenziali lo scorso anno nonostante l’endorsement Usa, parlando con Politico ha riconosciuto che l’interesse di Trump per la Groenlandia “potrebbe diventare un problema serio”, ma continua a puntare su relazioni transatlantiche privilegiate. Dal Parlamento europeo, il danese Anders Vistisen dei Patriots for Europe su X ha affermato che “la Groenlandia è parte integrante del Regno di Danimarca, e lo è stata molto prima che gli Stati Uniti esistessero come nazione”, e a Politico ha definito l’ipotesi di annessione un “teatro” per coprire la debolezza interna di Trump, che se però avvenisse porterebbe al collasso dell’Alleanza atlantica.
Il nodo irrisolto: la dimensione conta
Paradossalmente, i sovranisti rivendicano la centralità dello Stato nazionale contro l’Unione europea, ma quegli stessi Stati, presi singolarmente, hanno un peso minimo di fronte alle grandi potenze che oggi si spartiscono il mondo in zone di influenza: Stati Uniti, Russia, Cina. In un mondo dominato dalla forza e dalle dimensioni, chi è più piccolo soccombe, come ha ricordato Fico. E mentre il premier slovacco ha invitato il blocco europeo “ad adottare una propria politica estera”, come unica via “per liberarla (l’Ue) dall’influenza degli Stati Uniti”, Orbán su X ha ribadito il proprio rifiuto degli “Stati Uniti d’Europa”.
E questo è proprio quello che cerca Trump: un’Europa divisa e rapporti bilaterali con singoli Paesi senza peso, senza leve negoziali, a cui imporre facilmente i propri interessi. Il sovranismo, insomma, senza offrire un’alternativa vera praticabile, rischia di portare paradossalmente alla perdita di sovranità.
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