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“Il tuo successo è il nostro successo”: Trump sostiene Orbán, che si gioca la rielezione

Il successo di Orbán è il nostro successo“, e pertanto gli Stati Uniti sono disponibili a mettere a disposizione del primo ministro ungherese fondi in casi di difficoltà. Una sorta di ‘scudo finanziario’ che potrebbe fare molto comodo al premier magiaro, che per la prima volta in 16 anni è in difficoltà, con le elezioni del 12 aprile che si avvicinano rapidamente. È stato il segretario di Stato americano Marco Rubio ad annunciare lunedì l’endorsement, in una conferenza stampa con lo stesso Orbán, in occasione di una visita a Budapest.

“Se doveste affrontare difficoltà finanziarie, ostacoli alla crescita, o situazioni che minacciano la stabilità del vostro Paese, so che il presidente Trump sarebbe molto interessato, a causa del vostro rapporto e dell’importanza che questo Paese ha per noi, a trovare modi per fornire assistenza”, ha dichiarato Rubio.

Rubio: “Era d’oro tra Usa e Ungheria”

La mossa è analoga a quella messa in atto lo scorso autunno con un altro governo di destra radicale, quello dell’argentino Javier Milei. In quel caso, la disponibilità delle risorse (40 miliardi di dollari) era apertamente condizionata alla vittoria di Milei. Stavolta la condizione è appena appena implicita: lo stesso Rubio ha sottolineato, rivolendosi direttamente a Orbán in conferenza stampa, che Usa e Ungheria stanno “entrando in un’era d’oro delle relazioni tra i nostri Paesi, e non semplicemente per l’allineamento del nostro popolo, ma per il rapporto che lei (Orbán, ndr) ha con il presidente degli Stati Uniti“.

“Questo rapporto che abbiamo qui nell’Europa centrale attraverso di lei è essenziale e vitale per i nostri interessi nazionali negli anni a venire”, ha continuato Rubio, sottolineando che il fatto che l’economia ungherese prosperi e che il Paese “vada bene è nel nostro interesse nazionale. Soprattutto finché sarai il primo ministro e il leader di questo Paese, è nel nostro interesse nazionale che l’Ungheria abbia successo”. “Posso dire con certezza che il presidente Trump è profondamente impegnato” per questo, ha specificato. Insomma, il supporto c’è ma è legato a doppio filo con Orbán: se perderà le elezioni, non ci sarà nessun sostegno.

Orbán: “Nessun tabù tra noi, nemmeno la Cina”

Il capo della Casa Bianca la scorsa settimana ha appoggiato Orbán via social, definendolo “un leader davvero forte e potente”. Mentre il diretto interessato ha confermato l’avvio di una “nuova era d’oro” e ha affermato di non ricordare, “nonostante sia impegnato in politica da circa 30 anni, quando sia stata l’ultima volta che i rapporti tra le due nazioni sono stati così elevati, così equilibrati e così amichevoli; quindi i miei più sentiti ringraziamenti vanno al presidente Trump”.

Il motivo di tale era d’oro, ha spiegato il premier magiaro, è che i due Paesi giocano “a carte scoperte, la nostra partnership si basa sulla franchezza. Se qualcosa non ci piace, lo diciamo e gli americani fanno lo stesso. Da quando Trump è diventato presidente, non abbiamo avuto conflitti in nessun ambito. Sosteniamo la franchezza, ed è proprio per questo che siamo un partner affidabile. (…) Non ci sono tabù tra noi, e questo vale anche per la Cina”. Una precisazione importante, considerando i buoni rapporti sviluppati da Budapest con Pechino, grande rivale di Washington che è ormai un importante investitore nel Paese.

“La guerra Maga non è la nostra”. O forse sì?

La visita di Rubio a Budapest arriva dopo quella in Slovacchia, entrambe seguite senza soluzione di continuità all’intervento alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il segretario di Stato americano dunque ha dato un segnale inequivocabile su come tira il vento, nonostante nella città bavarese abbia usato toni (apparentemente) più concilianti e teso una mano (con condizione) all’Europa.

La lotta culturale Maga non è la nostra”, ha sottolineato in risposta a Monaco il cancelliere tedesco Friedrich Merz, atlantista e sostenitore del mantenere i rapporti con Washington ma anche consapevole, come ha affermato chiaramente, che c’è una “frattura” tra le due sponde dell’Atlantico che va ricomposta.

Ma il tour mittle-europeo di Rubio rende palese che invece quella guerra culturale di qualcuno lo è, nel Vecchio Continente, come d’altronde ritiene la stessa premier italiana Giorgia Meloni che si è detta in disaccordo con le parole di Merz.

D’altronde, che gli Usa abbiano deciso di sostenere i partiti di destra più radicali – populisti, nazionalisti e sostenitori di tradizioni conservatrici, bianche e cristiane – non è solo dimostrato dai fatti (già l’anno scorso l’allora braccio destro di Trump, Elon Musk, ha appoggiato il partito tedesco Alternative für Deutschland), ma è anche scritto nero su bianco nella Strategia di Sicurezza americana rilasciata pochi mesi fa, che invita a “coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa” all’interno degli stessi Stati membri del blocco. Mentre il think tank repubblicano Heritage Foundation, autore del manuale ultra-conservatore Project 2025, sta consolidando i suoi rapporti con politici, europarlamentari e centri studi in tutta Europa.

Orbán in svantaggio per le elezioni

Il sostegno americano arriva in una fase delicata per il governo ungherese. Dal 2010 al potere con Fidesz, Orbán affronta oggi un’economia stagnante: l’inflazione è aumentata dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e la crescita langue da tre anni. Per rafforzare il consenso, il governo ha ridotto le tasse, aumentato i salari e promosso mutui agevolati, con effetti però su deficit e pressione inflazionistica.

Secondo un sondaggio di Medián svolto a metà gennaio, il partito d’opposizione Tisza, guidato da Péter Magyar, avrebbe un vantaggio di 12 punti su Fidesz-KDNP, ma l’endorsement americano potrebbe avere un impatto. Ma il voto del 12 aprile sarà decisivo non solo per la permanenza di Orbán al potere, ma anche per gli equilibri del fronte conservatore europeo. Una sconfitta del premier ungherese infatti ridisegnerebbe gli assetti politici interni e ridimensionerebbe un punto di riferimento per l’area sovranista continentale. Una vittoria, invece, avrebbe l’effetto contrario.

Un endorsement che pesa sull’Unione europea

Per Bruxelles, che ha più volte contestato Budapest e Bratislava sullo Stato di diritto, l’endorsement di Washington rappresenta un ulteriore elemento di complessità. Sia Orbán che il primo ministro slovacco Robert Fico sono accusati dalle istituzioni europee di minare lo stato di diritto, di ridurre i diritti civili e l’indipendenza dei media e della magistratura, oltre di non offrire sufficienti garanzie contro la corruzione. Accuse che i due respingono.

Per quanto riguarda l’Ungheria, la scorsa settimana un’avvocata generale della Corte di Giustizia dell’Ue ha chiesto di annullare la decisione della Commissione del dicembre 2023 che sbloccava 10 miliardi di euro di fondi per Budapest, congelati proprio per violazioni dello Stato di diritto. Mentre un altro avvocato generale della Corte ha ritenuto che la nuova Legge sulla protezione della sovranità nazionale, istituendo un ufficio investigativo ad hoc con ampi poteri, rischi di colpire oppositori e società civile.

Quanto alla Slovacchia, secondo la Commissione il Paese non ha segnato “alcun progresso” su indipendenza della magistratura, lotta alla corruzione e tutela dei whistleblower (Relazione sullo Stato di diritto 2025) e ha avviato una procedura d’infrazione per recenti emendamenti costituzionali e per modifiche alla normativa sulla protezione dei segnalanti.

Riguardo le ingerenze americane, la portavoce della Commissione europea Paula Pinho ha sottolineato che “noi qui in Europa abbiamo un approccio diverso”, in quanto “non è nostra consuetudine sostenere i candidati nel bel mezzo di una campagna elettorale”.

Politics

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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