Se è vero che “l’Epifania tutte le feste porta via”, allora è arrivato il momento di tirare le somme sull’anno appena concluso. L’Ue si è meritata i dolci o il carbone?
Complice il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, da febbraio a dicembre 2025, l’architettura del Green Deal nata nella prima legislatura von der Leyen è stata smontata pezzo per pezzo da Bruxelles dietro la spinta di i governi, gruppi parlamentari conservatori e mondo industriale.
Riavvolgendo il nastro dei vari interventi normativi, una risposta è certa: se la Befana consegnerà del carbone all’Ue, non sarà quello dolce, ma quello fossile.
Le promesse iniziali e il pacchetto Omnibus
L’anno si apre con due eventi contraddittori. Il 20 gennaio 2025, Donald Trump ritira gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi: altroché green, con il tycoon al comando l’”età dell’oro” americana si baserà sull’oro nero. Sin dai primi giorni a Washington, Trump firma ordini esecutivi che rimettono al centro della produzione industriale il petrolio e abbandonano le politiche di sostenibilità ambientale (ma anche sociale e di governance), mentre si scaglia contro l’Ue, “colpevole” di aver firmato provvedimenti per ridurre l’utilizzo dei carbon fossili.
Intanto, sempre a gennaio, le grandi banche americane (JPMorgan Chase, Citigroup, Bank of America, Morgan Stanley, Wells Fargo, Goldman Sachs) escono dalla Net-Zero Banking Alliance, l’alleanza globale che finanzia progetti compatibili con l’Accordo di Parigi. L’effetto Trump si propaga rapidamente oltre Atlantico, rafforzando le richieste europee di “competitività” contro la “burocrazia verde“.
Poco dopo, l’11 febbraio, la Commissione europea presenta il programma annuale, promettendo il Clean Industrial Deal, un piano ambizioso per la decarbonizzazione dell’industria che punta a ridurre le emissioni di CO₂ del 90% entro il 2040. Passando due settimane e arrivano le prime battute d’arresto: il 26 febbraio, von der Leyen presenta il pacchetto Omnibus I, dedicato alla sostenibilità aziendale, che introduce rinvii di due anni per Csrd e Csddd. Il documento risponde alla dichiarazione di Budapest del novembre 2024, che aveva invocato una “rivoluzione di semplificazione” per ridurre gli oneri sulle imprese, soprattutto piccole e medie.
Trump e l’effetto Covid sull’Ue
La causa, dunque, non è solo Donald Trump: da mesi, diversi Paesi europei chiedono a Bruxelles di alleggerire le politiche green che rischiano di far perdere competitività alle aziende europee.
In altre parole, il ritorno di Donald Trump per l’Europa è come il Covid: non introduce nulla di nuovo, ma accelera esponenzialmente processi che erano già iniziati. Vale per le politiche green, già messe in discussione dai Paesi membri e dal comparto industriale come dimostra la dichiarazione di Budapest, ma vale anche per le dinamiche geopolitiche, dal momento che gli Usa avevano iniziato ad allontanarsi dall’Ue ben prima del Trump bis, seppure a ritmi molto più blandi.
Aprile: Stop the Clock e procedura d’urgenza
Passano i mesi, aumentano le tensioni. Il 1° aprile, il Parlamento europeo approva con 427 voti favorevoli, 221 contrari e 14 astenuti la richiesta di trattare la proposta “Stop the Clock” del pacchetto Omnibus con procedura d’urgenza. Due giorni dopo, il 3 aprile, la direttiva viene approvata dall’Eurocamera. Il 14 aprile, il Consiglio europeo approva formalmente la direttiva, e il 16 aprile la Direttiva UE 2025/794 viene pubblicata in Gazzetta europea. L’Italia recepisce il provvedimento con la legge n. 118 dell’8 agosto 2025.
Il meccanismo rinvia di due anni l’obbligo di rendicontazione non finanziaria della Csrd per le imprese della Wave 2 (grandi aziende con oltre 250 dipendenti, fatturato netto sopra 50 milioni e utili superiori a 25 milioni) e della Wave 3 (piccole e medie imprese quotate, escluse le microimprese). In base a queste modifiche, la Wave 2 pubblicherà il primo report nel 2027 sui dati del 2026, la Wave 3 nel 2028 sui dati del 2027.
Maggio-giugno: Francia e Germania contro il Green Deal
Mentre le aumentano le tensioni commerciali con Washington e la preoccupazione per la concorrenza cinese, il 22 maggio, da Versailles, i leader di Francia e Germania chiedono a Bruxelles di cancellare definitivamente il Green Deal. La richiesta arriva in un momento di tensione politica interna in entrambi i Paesi, con la destra in avanzata e il mondo industriale che lamenta costi eccessivi e perdita di competitività rispetto a Stati Uniti e Cina. Von der Leyen non cede formalmente, ma nei fatti l’impianto normativo inizia a scricchiolare.
Dal 3 al 5 giugno si tiene a Bruxelles la Ee Green Week 2025, con il tema “Soluzioni circolari per un’Europa competitiva”. Le tre “C” (Clean, Competitive, Circular) sostituiscono la narrazione più ambiziosa della prima legislatura von der Leyen, spostando il baricentro dalla transizione alla competitività. Contestualmente, la European Sustainable Energy Week (9-12 giugno) enfatizza l’indipendenza energetica dalla Russia e il contenimento dei costi, più che l’accelerazione delle rinnovabili.
Il 4 giugno, la Commissione europea pubblica il Pacchetto di primavera del semestre europeo, con sei raccomandazioni all’Italia per il biennio 2025-2026. Tra le priorità, “accelerare l’elettrificazione e intensificare gli sforzi per la diffusione delle energie rinnovabili”, ma con la clausola di “ridurre la frammentazione della regolamentazione delle autorizzazioni”, che significa anche un alleggerimento dei vincoli ambientali.
Settembre: Clean Industrial Deal e discorso sullo Stato dell’Unione
Il 15 settembre, Ursula von der Leyen pronuncia il discorso sullo Stato dell’Unione. Ribadisce che il Green Deal resta una priorità, ma annuncia il Clean Industrial Deal, che definirà “un approccio alla decarbonizzazione basato sulla competitività“. La presidente della Commissione promette “un impegno senza precedenti per semplificare le normative e snellire le procedure amministrative”, mentre assicura che l’Europa è “saldamente sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo del 2030 di ridurre le emissioni di almeno il 55%”. La politica tedesca sottolinea che l’Ue è “leader mondiale nei brevetti sulle tecnologie pulite, migliori degli Stati Uniti e in competizione con la Cina”, ma i dati raccontano una storia diversa: ogni avanzamento normativo viene frenato da resistenze interne, mentre crescono le pressioni per alleggerire gli obblighi e posticipare le scadenze.
Il 22-23 settembre, von der Leyen partecipa al Global Renewables Summit 2025 a New York, dove dichiara che “con il Clean Industrial Deal stiamo mobilitando oltre 100 miliardi di euro per aiutare le industrie a innovare e ad adattarsi” e che “gli investimenti nelle energie rinnovabili sono cresciuti del 63% solo quest’anno”. Il contesto normativo europeo, però, va in direzione opposta.
Novembre: riduzione drastica dell’ambito Csrd e Csddd
Il 4 novembre, il Consiglio Ambiente dell’Unione europea raggiunge un accordo soft sulle emissioni al 2035, nella forchetta tra il 66,25% e il 72,5%, in vista della Cop30 di Belém in Brasile. Italia, Polonia e Repubblica Ceca frenano Bruxelles, ottenendo il rinvio di un anno (al 2028) dell’entrata in vigore dell’Ets 2, il sistema di scambio di quote di emissione che estenderà l’Ets anche al riscaldamento domestico e ai carburanti per veicoli.
Il 12 novembre, il Parlamento europeo approva con 379 voti favorevoli, 248 contrari e 10 astenuti l’obiettivo vincolante di ridurre le emissioni nette di gas serra del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Ma la decisione introduce un “freno d’emergenza” e ricorre ai crediti di carbonio, due meccanismi criticati dalle organizzazioni ambientaliste perché indeboliscono l’impegno reale.
Il 12 novembre, il Parlamento europeo vota anche l’Omnibus II, che ridimensiona in modo sostanziale Csrd e Csddd. Le nuove norme prevedono che l’obbligo di rendicontazione Esg si applichi solo ad aziende con oltre 1.750 dipendenti in media e fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. In pratica, circa l’80-85% delle aziende inizialmente previste viene esentata dal rispetto di queste direttive. I piani di transizione climatica obbligatori, che dovevano allineare i modelli di business all’Accordo di Parigi, vengono cancellati “per fornire un significativo alleggerimento degli oneri”.
Eppure, non basta: il 20 novembre, i governi europei chiedono di nuovo il rinvio di un anno del regolamento Eudr sulla deforestazione, puntando a una revisione per valutare l’impatto e l’onere amministrativo sui soggetti coinvolti, soprattutto quelli più piccoli. Si tratta del secondo rinvio dopo quello di dicembre 2024.
Dicembre: l’accordo finale e l’addio allo stop del 2035
A dicembre, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea invia una lettera a Bruxelles avvertendo che la direttiva sulla due diligence (Csddd) rischia di compromettere le forniture di gas americano all’Europa. In questo modo Washington lega le mani a Bruxelles, già preoccupata dalla concorrenza straniera. La Csddd viene definita un “suicidio economico”.
Il 9 dicembre, Consiglio e Parlamento chiudono l’accordo definitivo su Csrd e Csddd. La platea potenziale della Csddd si riduce a circa 1.500 soggetti, rispetto alle migliaia previste inizialmente, concentrando gli obblighi su imprese con “la maggiore influenza sulla catena del valore” e “meglio attrezzate per assorbire i costi”. Il Consiglio ottiene inoltre l’esenzione per le financial holding e una deroga transitoria per le “wave one companies“, che possono uscire temporaneamente dal perimetro per gli esercizi 2025 e 2026.
A proposito di carbone, il gran finale arriva il 16 dicembre 2025, quando Bruxelles dà l’annuncio più atteso dalle aziende europee: addio allo stop per la produzione di auto a motore termico dal 2035. Il divieto assoluto di nuove emissioni, diventa (per ora) un divieto del 90% rispetto alle emissioni dei 2021, il carbon fossile trova una nuova spinta e von der Leyen rinuncia alla misura cardine del Green Deal.
Se la Befana arriverà a Bruxelles, lo farà su una scopa a benzina.
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