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La miniera di litio di Barroso finisce alla Corte di Giustizia Ue: scontro tra ambientalisti e Commissione

“No alla miniera. Sì alla vita”. La scorsa settimana due gruppi ambientalisti hanno fatto causa alla Commissione presso la Corte di giustizia europea per aver dichiarato ‘strategico’ il progetto della miniera di litio di Covas do Barroso in Portogallo. Le materie prime critiche rischiano così di diventare davvero critiche per l’Europa.

Nello specifico, ClientEarth e Associação Unidos em Defensa de Covas do Barroso (Udcb) contestano la decisione dell’organo esecutivo europeo di inserire la miniera tra i progetti prioritari ai sensi del Critical Raw Materials Act, la legge comunitaria sulle materie prime critiche. Per i ricorrenti, infatti, ci sono “prove dettagliate che dimostrano che il progetto pone gravi rischi ambientali, sociali e per la sicurezza“, ignorate dalla Commissione quando a novembre ha riconfermato la classificazione di Barroso come strategica, nonostante le proteste locali.

I gruppi hanno affermato in una nota che “garantire l’accesso alle materie prime essenziali non può avvenire a scapito della tutela ambientale, della partecipazione pubblica o dei diritti della comunità“. E che “la transizione energetica deve basarsi sul diritto, sulla scienza e sulla giustizia, non su scorciatoie politiche che trasformano le regioni rurali in zone di sacrificio”.

Materie prime e autonomia

Col deteriorarsi delle relazioni internazionali, garantirsi approvvigionamenti stabili e sicuri di materie prime critiche e di terre rare è diventato una priorità per l’Unione europea. Questi materiali infatti sono essenziali per le transizioni verde e digitale, nonché per i settori della difesa e dello spazio. Il problema è che l’Ue è fortemente dipendente dalle importazioni, e dunque dal Paese che ha praticamente il monopolio mondiale dell’estrazione e della lavorazione di tali risorse: la Cina. Per avere un’idea, oggi oltre il 90% dei magneti in terre rare del blocco viene da Pechino. Di conseguenza, diversificare i fornitori è più che mai necessario per mantenere la propria autonomia e non essere preda di ricatti e decisioni prese altrove.

Per questo motivo nel 2024 l’Unione ha approvato il Critical Raw Materials Act (Crma), individuando 34 materie prime critiche e 17 strategiche rilevanti per il blocco. Ad esempio, litio, cobalto, nichel, manganese e grafite servono per produrre batterie per la mobilità elettrica o l’accumulo di energia, mentre le terre rare sono presenti nei motori dei veicoli elettrici o delle turbine eoliche.

La normativa fissa anche obiettivi vincolanti al 2030: estrarre nell’Ue almeno il 10% del consumo annuo, trasformarne il 40%, riciclarne il 25% e non dipendere per oltre il 65% da un singolo fornitore esterno.

I progetti strategici e il caso Barroso

E qui rientra Mina do Barroso. Nell’ambito del Crma, nel marzo 2025 la Commissione ha selezionato 47 progetti strategici all’interno dell’Ue, seguiti nel giugno successivo da 13 fuori dal blocco. Presentando quest’ultimo elenco, il vicepresidente esecutivo per la prosperità e la strategia industriale Stéphane Séjourné ha sottolineato la necessità di catene di approvvigionamento “stabili, sicure e diversificate” per sostenere “le ambizioni industriali e climatiche europee”.

La miniera portoghese al centro del contenzioso figura tra i 47 progetti interni. Secondo la società proprietaria, il consorzio anglo-portoghese Savannah Resources, il giacimento di spodumene – uno dei minerali contenenti litio – supererebbe i 39 milioni di tonnellate, rendendolo il più grande d’Europa. A regime, il progetto potrebbe alimentare ogni anno tra 500mila e un milione di pacchi batteria per veicoli elettrici. Proprio per “il contributo alla sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime strategiche dell’Unione, la fattibilità tecnica, l’attuazione sostenibile e i benefici transfrontalieri”, la Commissione ha definito il progetto come ‘strategico’, uno status che comporta procedure accelerate e agevolazioni.

Ma sul territorio la reazione è stata – ed è – di segno opposto. I residenti denunciano rischi per acqua, biodiversità e mezzi di sussistenza tradizionali, in un’area riconosciuta Patrimonio dell’umanità per l’agricoltura nel 2018. Le proteste hanno già portato a uno stop temporaneo delle attività.

Ambientalisti contro Commissione

Lo scorso giugno MiningWatch Portugal, Udcb e ClientEarth hanno chiesto formalmente alla Commissione di rimuovere il progetto di Mina do Barroso dalla lista. A novembre, l’organo esecutivo ha risposto ‘no’, confermando lo status ‘strategico’ alla miniera.

Di fronte al diniego della Commissione, i gruppi ambientalisti si sono dunque rivolti alla Corte di Giustizia europea, chiedendo di annullare la decisione della Commissione e di chiarire quali obblighi questa abbia nel valutare la sostenibilità dei progetti ai sensi del Crma. Secondo ClientEarth e Udcb, infatti, tra questi rientra l’adeguata verifica degli impatti ambientali, cosa non avvenuta a Barroso.

La Commissione invece ritiene che le questioni sollevate – dalla scarsità idrica alla biodiversità – rientrino nelle competenze nazionali – e dunque, in questo caso, del Portogallo -, e più in generale che il suo ruolo si limiti a respingere lo status strategico solo se “manifestamente chiaro” che un progetto non sarà sostenibile.

In base al Crma, le Capitali devono effettuare valutazioni di impatto ambientale per garantire catene di approvvigionamento sostenibili e sicure di materie prime strategiche. L’Apa (Agenzia ambientale portoghese) ha già dato la sua approvazione iniziale all’estrazione del litio nella miniera di Barroso.

Un portavoce dell’organo esecutivo ha inoltre precisato che tutti i progetti candidati vengono valutati da esperti indipendenti e che l’approvazione passa dal Critical Raw Materials Board, con gli Stati membri e l’Europarlamento in veste di osservatore.

Intanto, Savannah Resources ha spiegato di aver condotto una valutazione dell’impatto delle risorse idriche della regione e di aver modificato le specifiche iniziali in modo da ridurre al minimo i rischi.

“Andiamo in tribunale perché la decisione della Commissione mina i principi giuridici fondamentali dell’Ue. Etichettare un progetto come ‘strategico’ e di interesse pubblico, ignorando al contempo i rischi ben documentati per l’acqua, gli ecosistemi, la salute umana e i mezzi di sussistenza locali, è semplicemente inaccettabile”, spiega CleanEarth in una nota.

Un possibile precedente

La causa potrebbe diventare un precedente per altri progetti simili. In gioco non c’è solo il futuro di Barroso, ma anche la strategia della Commissione per rendere il blocco il più autonomo possibile nel settore delle materie prime critiche: fino a che punto l’interesse strategico può comprimere tutele ambientali e partecipazione pubblica? Intanto l’operazione Barroso rischia una lunga battuta d’arresto: Palazzo Berlaymont ha due mesi e mezzo – salvo proroghe – per rispondere e presentare una difesa. I giudici della Corte avranno poi fino a 24 mesi per pronunciarsi.

Nel frattempo, Lisbona accelera: a gennaio il governo portoghese ha stanziato 110 milioni di euro per il progetto e punta a lanciare una gara d’appalto, più volte rinviata, per le licenze di prospezione del litio, con l’obiettivo di costruire una filiera nazionale e ridurre la dipendenza europea dalle importazioni. Con 60mila tonnellate di riserve, il Portogallo è già il principale produttore di litio in Europa, anche se finora destinato soprattutto alla ceramica.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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