La crescente attenzione degli Stati Uniti per la Groenlandia non è solo una questione di sovranità o di risorse, ma il sintomo di una trasformazione più profonda della strategia nucleare globale.
Francesco Lapenta, fondatore e direttore dell’Institute of future and innovation studies, John Cabot University, in un colloquio con Eurofocus/Adnkronos spiega come la spinta verso il Golden Dome e la difesa missilistica metta in discussione la logica stessa della deterrenza fondata sulla vulnerabilità reciproca. Il rischio è una fase di transizione altamente instabile, in cui la tecnologia accelera la corsa agli armamenti e comprime i tempi decisionali, rendendo il sistema internazionale più insicuro, non più protetto.
Professor Lapenta, perché per capire l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia è necessario “spostare lo sguardo sullo sfondo”?
Ciò che oggi appare come una disputa artica su sovranità, diritti di basing e posizionamento radar è in realtà il punto di emersione di un mutamento strategico molto più profondo. L’interesse per la Groenlandia va letto come parte di un tentativo di riscrivere la deterrenza nucleare attraverso la tecnologia, e di sottrarsi a una condizione che ha regolato i rapporti tra grandi potenze per quasi ottant’anni.
Qual è questa condizione che oggi viene messa in discussione?
È la vulnerabilità reciproca. Fin dall’inizio dell’era nucleare, la stabilità strategica si è fondata su una premessa scomoda ma estremamente chiara: nessuna potenza dotata di armi nucleari poteva mettersi al riparo da una ritorsione catastrofica. Proprio perché nessuno poteva sentirsi al sicuro, tutti avevano un incentivo a evitare la guerra. La Distruzione Reciproca Assicurata non era un ideale morale, né una costruzione psicologicamente sostenibile; era un vincolo, imposto non dalla fiducia ma dall’inevitabilità.
In che modo il progetto del Golden Dome tenta di sottrarsi a questo vincolo?
L’iniziativa di difesa missilistica nota come Golden Dome nasce esattamente da questo tentativo. Si fonda su un sistema di intercettazione stratificata che combina sensori di allerta precoce, rilevamento spaziale, intercettori terrestri e navali, con l’eventuale integrazione di componenti orbitali. Promette qualcosa che nessuna dottrina nucleare ha mai realmente offerto: la possibilità che un singolo attore riduca in modo significativo la propria esposizione alla coercizione nucleare. Anche un successo parziale non si limiterebbe ad “aggiungere” difesa alla deterrenza; ne modificherebbe la logica di fondo.
È qui che entra in gioco la Groenlandia?
Esattamente. La rilevanza della Groenlandia ha poco a che vedere con risorse o simboli. È una questione di geometria strategica. Le traiettorie balistiche più brevi tra Eurasia e Nord America attraversano l’Artico. Il rilevamento immediato e il tracciamento in fase intermedia dipendono da punti di osservazione polari che non possono essere replicati altrove. La Groenlandia, che già ospita infrastrutture chiave di allerta avanzata, diventa così un nodo essenziale in qualunque architettura pensata per intercettare missili prima che saturino le difese.
Alla luce di questo, come vanno lette le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia?
Letta in questa prospettiva, quella retorica smette di apparire eccentrica. Le affermazioni secondo cui gli accordi di accesso non bastano, che la sicurezza richiede controllo diretto, che gli alleati potrebbero non essere affidabili in una crisi, discendono in modo quasi lineare dalla logica della difesa missilistica. Se la difesa deve garantire la sopravvivenza, allora tutto ciò che non assicura un controllo pieno e sovrano dei nodi critici diventa insufficiente. In questa logica, il controllo totale della Groenlandia diventa una condizione operativa necessaria.
Ed è qui che il progetto diventa destabilizzante?
Sì, ed è proprio per questo. La difesa missilistica viene spesso presentata come un’assicurazione stabilizzante, ma l’esperienza storica suggerisce il contrario. La deterrenza non cede quando la difesa diventa perfetta, ma durante la fase di transizione, quando una delle parti inizia a temere che l’altra possa neutralizzare, anche solo parzialmente, la sua capacità di second strike. Per Russia e Cina, il problema non è se il Golden Dome possa fermare ogni testata, ma se possa fermarne abbastanza da erodere la fiducia nella rappresaglia.
Quali sono gli effetti di questa erosione della fiducia?
Ogni progresso nel rilevamento e nell’intercettazione restringe il margine su cui la deterrenza si regge. Nel tempo, questo genera una pressione del tipo “use it or lose it”. Aspettare diventa più rischioso che agire. L’instabilità emerge non perché la guerra sia voluta, ma perché il rinvio diventa pericoloso.
La storia militare cosa ci insegna su questo punto?
È sorprendentemente coerente. La tecnologia non produce vantaggi permanenti, ma competizione permanente. L’offesa si adatta sempre. Armi ipersoniche, attacchi di saturazione, capacità anti-spaziali non sono ipotesi teoriche: sono già parte degli arsenali. L’idea che la difesa possa superare stabilmente l’offesa è un’illusione ricorrente, la stessa che ispirò la Linea Maginot: investimenti imponenti in fortificazioni contro minacce che semplicemente cambiarono forma.
Lei sostiene che il nodo più profondo non sia tecnico, ma psicologico. Perché?
Perché il progetto del Golden Dome riflette una difficoltà ad accettare i limiti. Tratta la vulnerabilità come un difetto ingegneristico, non come una condizione strutturale dell’esistenza nucleare. Presuppone che la sicurezza possa essere raggiunta unilateralmente, attraverso isolamento e superiorità, anziché collettivamente, tramite moderazione e reciprocità. In questo senso non rappresenta una rottura con la Guerra Fredda, ma una sua mutazione più rischiosa: l’abbandono delle sue discipline, senza rinunciare alle sue ambizioni.
Come si inserisce tutto questo nella strategia statunitense più recente?
Qui emerge una contraddizione evidente. Washington ha ridimensionato le garanzie di sicurezza universali, ha adottato relazioni di alleanza più transazionali e ha segnalato che la protezione ha un prezzo. Questo passaggio ha segnato la fine dell’universalismo americano. Eppure, nello stesso tempo, attraverso il Golden Dome, gli Stati Uniti inseguono una supremazia tecnologica che li renderebbe, almeno in teoria, eccezionalmente protetti dalla minaccia nucleare.
Queste due posture non sono compatibili?
Non si può ridurre l’impegno nella sicurezza globale cercando al contempo un dominio difensivo assoluto. Non si può chiedere agli alleati di convivere con la propria vulnerabilità mentre si tenta di sfuggirle. E non si può erodere la fiducia nell’alleanza facendo affidamento sul territorio alleato per ospitare i sistemi che rendono possibile quella stessa difesa.
La Groenlandia diventa quindi un simbolo di questa tensione?
Sì, la rende visibile con particolare chiarezza. Quando Washington lascia intendere che gli accordi di accesso non bastano e che la sovranità deve adattarsi alla necessità strategica, tratta implicitamente il territorio alleato come uno strumento, più che come un principio. Ma se la sovranità è così negoziabile in una direzione, perché quella europea su politica di difesa, rischio di escalation ed esposizione dovrebbe contare meno nell’altra? Se gli alleati non sono affidabili in crisi, su cosa dovrebbe reggersi la fiducia nella deterrenza estesa che li colloca sulla linea del fuoco?
Dunque il dibattito non riguarda davvero la Groenlandia?
Riguarda la natura del sistema internazionale. Se continui a funzionare su regole condivise o se stia scivolando verso la centralità della pura capacità tecno-militare. Quando il principale artefice delle regole segnala che persino la sovranità degli alleati è condizionata, gli alleati trarranno una conclusione prevedibile: la sicurezza va prodotta in proprio. Si assicurano, si riarmano, diversificano le partnership e sviluppano capacità pensate per aggirare le difese. In questo modo, la spinta verso la Groenlandia contribuisce direttamente all’insicurezza che afferma di voler ridurre. C’è anche un elemento di “ironia strategica”.
Quale?
Il valore strategico della Groenlandia discende dalla fisica delle traiettorie balistiche, un’eredità della tecnologia missilistica del Novecento. Ma quelle traiettorie non sono eterne. Con la maturazione di sistemi ipersonici, manovra orbitale e architetture spaziali più flessibili, il peso della geografia tenderà ad attenuarsi. Gli Stati Uniti stanno investendo in un terreno strategico la cui centralità potrebbe ridursi prima ancora che l’infrastruttura sia pienamente operativa.
Cosa invece non si attenuerà?
Il potere equilibrante della logica della vulnerabilità. La Distruzione Reciproca Assicurata non è mai stata una conquista morale; è stata un vincolo funzionale. Ha costretto avversari diffidenti ad accettare un’interdipendenza minima. Rendendo impossibile la vittoria totale, ha reso razionale la moderazione.
In conclusione, qual è il vero rischio del Golden Dome?
Il Golden Dome rappresenta il rifiuto di accettare quella condizione, la convinzione che la tecnologia possa offrire una via di fuga dall’interdipendenza stessa. Ed è qui che risiede il pericolo: nell’idea che la stabilità sia un problema tecnico anziché politico. Stiamo entrando nella fase nucleare più rischiosa dai tempi della crisi dei missili di Cuba non per l’introduzione di un singolo sistema, ma perché la difesa, nel periodo di transizione, destabilizza la deterrenza, comprime i tempi decisionali e accelera la corsa agli armamenti in domini – spazio, cyber, ipersonico – dove il controllo dell’escalation è più fragile.
L’alternativa non è l’inazione. È l’accettazione, più difficile, che in un mondo nucleare la sicurezza nasce dal far sentire gli altri sufficientemente sicuri da non colpire per primi. Nasce dal preservare la vulnerabilità reciproca come ancora della moderazione. Nasce dal riconoscere che alcuni problemi non ammettono soluzioni tecnologiche, e che tentare di forzarle può essere più pericoloso del problema stesso.
Il Golden Dome, in definitiva, non riguarda davvero la Groenlandia. Riguarda la capacità degli Stati Uniti di accettare di vivere all’interno del mondo che hanno contribuito a creare, non al di sopra di esso. Ed è questa difficoltà di accettazione, più di qualunque singola scelta politica, a indicare un futuro in cui tutti saranno meno sicuri mentre crederanno di inseguire la sicurezza.
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Sicurezza
giorgio.rutelli@adnkronos.com (Giorgio Rutelli)



