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L’ordine globale secondo Trump: “Il mio potere è limitato solo dalla mia morale”

Il mio potere è limitato solo dalla mia morale”. In un’intervista pubblicata dal New York Times l’8 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha spazzato via qualunque dubbio residuo che si potesse avere su come intenda regolare i rapporti con gli altri Paesi e il nuovo ordine globale.

Non ho bisogno del diritto internazionale. I miei poteri sono limitati solo dalla mia morale personale, dalla mia mente. È l’unica cosa che possa fermarmi”, ha chiarito.

Affermazioni non isolate, basti pensare a un’altra recentissima precisazione, e cioè che è lui a decidere cosa significhi ‘America First’. Il riferimento è a uno dei suoi slogan elettorali, che avrebbe fatto presagire un approccio ben più isolazionista rispetto a quello che sta portando avanti da quando è tornato alla Casa Bianca.

Stephen Miller: “Il mondo è governato dalla forza”

D’altronde pochi giorni fa Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e influente consigliere di Trump, alla Cnn aveva già espresso molto apertamente la nuova politica degli Stati Uniti: “Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli”. “Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi”, ha aggiunto.

Di questa politica l’amministrazione ha già dato prova più volte dal suo insediamento ormai quasi un anno fa, ma in questi giorni sta trovando un’esplicita affermazione, condita dalla riedizione contemporanea e trumpiana della ottocentesca Dottrina Monroe, secondo cui qualsiasi intromissione di potenze straniere nel continente americano sarebbe stata considerata come un atto ostile verso gli Stati Uniti.

La ‘Dottrina Donroe’: l’emisfero occidentale è degli Usa

Ribattezzata ‘dottrina Donroe – un gioco di parole con il nome del presidente -‘ questa visione estende il principio di esclusività americana sull’emisfero occidentale alla Groenlandia: principio che, nelle parole dello stesso Trump, “non sarà più messo in discussione“.

In questo quadro, Paesi come Colombia, Cuba e Messico vengono stati esplicitamente evocati da Trump come potenziali futuri obiettivi di un’azione volta a ribaltare equilibri considerati sfavorevoli, rendendo la regione impermeabile all’influenza di potenze rivali (Cina, Russia).

La politica estera di Trump insomma è ormai apertamente un progetto neo-imperiale, orientato allo sfruttamento di territori e risorse di Stati più deboli a vantaggio esclusivo degli Stati Uniti. Una visione che non può dispiacere né alla Russia di Vladimir Putin né alla Cina di Xi Jinping, entrambe impegnate a costruire proprie sfere di influenza. E che può accelerare la competizione tra grandi potenze, a questo punto tutte legittimate a non rispettare, neanche formalmente, alcuna regola.

“Groenlandia con le buone o le cattive”

Per quanto riguarda la Groenlandia, Trump nell’intervista al New York Times ha chiarito che se la prenderà, “con le buone o con le cattive”. E se in questi giorni si è parlato di accordi, partenariati e altre forme di associazione come via per risolvere una questione che sta diventando sempre più spinosa, il capo della Casa Bianca ha spiegato che per lui avere la proprietà è “psicologicamente necessario per il successo”, perché “ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un documento”.

E l’Europa?

In tutto ciò l’Europa, ripetutamente insultata, messa da parte e ricattata dal presidente americano, si trova in una posizione molto scomoda. Che la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, le pretese sempre più stringenti sulla Groenlandia e il dichiarato ritorno al mondo come zone di influenza più che luogo di multilateralismo e cooperazione ordinato da regole, rendono impossibile ignorare.

Il blocco può solo accettare passivamente o reagire riaffermando se stessa e i valori su cui si fonda la propria identità, messi in pericolo e allo stesso tempo resi anacronistici dal nuovo ordine mondiale e dal venir meno della sintonia col proprio vecchi alleato.

Accettare significherebbe venire a patti con i propri principi fondativi, e dunque con la propria immagine e il proprio ruolo, contribuirebbe al definitivo abbandono delle norme internazionali, ed esporrebbe l’Unione a nuove pretese, pressioni, ricatti. Contrastare vorrebbe dire essere autonomi, in primis per la propria sicurezza – cosa che l’Europa non è. E soprattutto richiederebbe un’unità che non c’è, che è difficilissima da trovare e che lo stesso Trump intende minare proprio per disgregare l’Unione e avere a che fare con singoli Stati, deboli e malleabili.

Finora le risposte dell’Ue sono state blande, e la ragione è semplice: ha bisogno di Trump per arrivare a una pace decente (“giusta e duratura” è la definizione ufficiale) in Ucraina.

Il presidente francese Emmanuel Macron è l’unico che ci sia andato più pesante, parlando durante il suo discorso annuale di politica estera di “nuovo colonialismo” e invitando l’Europa a non accettarlo e ad investire ulteriormente nell’”autonomia strategica”.

Ma anche nella migliore delle ipotesi, per raggiungere una tale autonomia ci vogliono anni. E la Casa Bianca, come abbiamo visto, non aspetta. Intanto, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, in risposta alle posizioni dell’amministrazione americana sulla Groenlandia, ha ribadito che “la legge è più forte della forza“. Ma una semplice affermazione certamente non basta a far cambiare idea a Trump.

Politics

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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