“Gli Stati Uniti sono sempre figli dell’Europa”. Il segretario di Stato americano Marco Rubio intervenendo alla la 62ma Conferenza di Monaco sulla Sicurezza ha tenuto fede alle aspettative della vigilia, ovvero che sarebbe stato più soft con gli europei rispetto agli schiaffi (virtuali ma non per questo meno dolorosi) inflitti lo scorso anno dal vicepresidente JD Vance. Alle affermazioni del capo della diplomazia Usa è seguita un’ovazione, ma la realtà è che la frittata è ormai fatta. Gli europei hanno perso la fiducia, i rapporti transatlantici hanno subìto una frattura, come ha sottolineato venerdì in apertura di lavori da uno dei leader più vicini al presidente Donald Trump: il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
D’altronde, il discorso di Rubio è stato delicato nella forma ma duro nella sostanza, sostanzialmente ribadendo la volontà di rimanere alleati, ma alle loro condizioni. E anche se la premier italiana Giorgia Meloni, peraltro grande assente dell’evento, non concorda con Merz sul fatto che sia in atto una guerra culturale con gli americani, il sentimento di una distanza sempre maggiore con l’altra sponda dell’Oceano Atlantico è innegabile da parte europea. Così come la presa d’atto della nuova realtà: l’Unione ci ha messo un anno a metabolizzarlo ma ora sembra pensare che sia meglio organizzarsi per sé, pur cercando di mantenere i rapporti con l’alleato di sempre.
Un mondo ‘Under destruction’
Il titolo stesso della Conferenza è stato significativo: “Under destruction”. “In via di distruzione”. Ma cosa si sta sgretolando? Proprio l’ordine globale post Seconda Guerra mondiale: un rivolgimento che richiede al Vecchio Continente di ripensare a 360 gradi molti temi, dalla difesa – compreso il proprio ruolo della Nato – a “come affrontare la frammentazione geoeconomica“, di cui ha parlato nel suo intervento la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde.
In cima a tutto, i rapporti tra alleati – o ex tali – che mantengono profondi intrecci economici e commerciali prima ancora che culturali: legami che rendono ben complesso e autolesionistico un divorzio. Del quale peraltro, come sottolineato da analisti e leader politici europei in queste settimane, si avvantaggerebbe soprattutto la Cina, il grande competitor di entrambi.
“Il mondo è entrato in un periodo di politica distruttiva”, nel quale, anche nelle società occidentali, “le forze politiche che favoriscono la distruzione rispetto alle riforme stanno guadagnando slancio. I loro programmi dirompenti si basano su una diffusa disillusione nei confronti delle prestazioni delle istituzioni democratiche e su una pervasiva perdita di fiducia nella possibilità di riforme significative e correzioni di rotta politiche”, spiega il rapporto redatto preparatorio della Conferenza.
E se ‘politica distruttiva’ può essere inteso come superamento degli stalli e di meccanismi ormai superati, il documento smorza l’ottimismo: “Potremmo invece assistere a un mondo plasmato da accordi transazionali piuttosto che da una cooperazione basata sui principi, da interessi privati piuttosto che pubblici e da regioni plasmate da egemoni regionali piuttosto che da norme universali”. Insomma, “un mondo che privilegia i ricchi e i potenti, non coloro che hanno riposto le loro speranze in una politica distruttiva”.
Tono morbido, sostanza dura: cosa ha detto Rubio
Come detto, Rubio ha usato toni morbidi, in netto contrasto con la durezza di Vance, che lo scorso hanno ha accusato l’Europa di ignorare la volontà popolare ribaltando le elezioni, di minacciare la libertà religiosa e di parola e di stare perdendo la propria identità non fermando l’immigrazione illegale.
“Gli Stati Uniti e l’Europa sono uniti“, ha affermato invece il segretario di Stato sabato, aggiungendo che gli Usa vogliono “rivitalizzare la vecchia amicizia”. Ma, ha chiarito, “noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del declino controllato dell’Occidente“.
Di conseguenza, “non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo ormai compromesso, anziché fare i conti con ciò che è necessario per risolverlo“. E cosa è necessario? Centralità di un Occidente bianco e ancorato a valori tradizionali, linea dura sull’immigrazione, scetticismo climatico, reindustrializzazione, forza militare.
Rubio ha ribadito che le istituzioni internazionali hanno fallito, e che le politiche commerciali ed energetiche aperte “stanno impoverendo la nostra gente”, così come “le migrazioni di massa minacciano la coesione delle nostre società”. “Abbiamo commesso questi errori insieme e ora, insieme, abbiamo il dovere nei confronti del nostro popolo di affrontare la realtà e andare avanti”, ha esortato, specificando che “è nostra preferenza e speranza farlo insieme a voi, nostri amici qui in Europa”.
Alleanza con l’Europa, ma alle loro condizioni
“Il nostro destino è e sarà sempre intrecciato al vostro perché sappiamo che il destino dell’Europa non sarà mai irrilevante per la nostra sicurezza nazionale”, ha detto ancora, sottolineando che “siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e sacrifici che i nostri antenati hanno fatto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi”.
Secondo gli osservatori, Rubio ha fatto riferimento a valori di terra e sangue cari al popolo Maga, e ha spinto soprattutto su interessi comuni piuttosto che sulla visione condivisa di democrazia e stato di diritto che ha unito le due sponde negli ultimi 80 anni.
Allo stesso tempo, il capo della diplomazia Usa non si è scusato per la Groenlandia, vero pivot nelle relazioni Ue-Usa, che anzi non è stata nemmeno menzionata, al pari di Cina e Russia. E poi ci sono i fatti: ieri e oggi Rubio è in viaggio tra Ungheria e Slovacchia, Paesi nazionalisti e filo-russi, sempre più eccentrici rispetto al progetto europeo.
Un segnale del fatto che al di là del tono usato, la sostanza non cambia. E la sostanza è che gli Usa vogliono mantenere l’alleanza con l’Europa, ma alle loro condizioni. Altrimenti proseguiranno per conto proprio.
Ombrello nucleare europeo
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è espressa in modo molto istituzionale, dicendosi “molto rassicurata dal discorso del segretario di Stato” e definendolo un “buon amico” e un “forte alleato”.
Ma i leader del blocco hanno anche ribadito che il Continente è orgoglioso delle proprie tradizioni e hanno riaffermato la fiducia nel rispetto delle regole. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue Kaja Kallas, ad esempio, ha evidenziato: “Contrariamente a quanto qualcuno sostiene, l’Europa ‘woke e decadente’ non è sull’orlo dell’estinzione”. E se nessuno vuole davvero rompere con gli Usa, dai quali ancora l’Europa dipende per la propria sicurezza, allo stesso tempo l’Unione ha iniziato e muoversi verso l’autonomia nella propria difesa. Un traguardo per il quale ci vorranno anni, nonostante la spesa europea in tale settore sia aumentata di quasi l’80% dal 2021, come ha sottolineato von der Leyen a Monaco.
Intanto, Francia, Germania e Svezia hanno avviato colloqui preliminari per un ombrello nucleare francese, mentre il premier britannico Keir Starmer ha espresso la propria disponibilità a contribuire (Francia e Regno Unito sono gli unici due Paesi europei a disporre di armi nucleari). E la Polonia ha fatto sapere di ritenere di dover sviluppare armi nucleari per fronteggiare una Russia “aggressiva e imperialista”.
Rubio: “Dobbiamo solo parlare di come sarà il futuro” insieme
“Siamo profondamente legati all’Europa, e i nostri futuri sono sempre stati legati e continueranno a esserlo. Dobbiamo solo parlare di come sarà quel futuro“, ha detto ancora Rubio. Tuttavia, non c’è consenso su come la relazione possa progredire, tanto più che nel Vecchio Continente ci si aspetta che ci saranno ulteriori frizioni.
E su come affrontarle si stanno delineando tre scuole di pensiero. La prima – incarnata dal segretario generale della Nato Mark Rutte e da Meloni – ritiene che le pressioni americane sulla spesa per la difesa fossero necessarie e che l’alleanza sia recuperabile. La seconda – espressa da Merz – sostiene che l’Europa debba essere in grado di fare da sola, pur senza rompere con Washington. La terza, più assertiva, è quella del presidente francese Emmanuel Macron, che punta su un’autonomia strategica piena, nella convinzione che ormai non ci si possa più fidare. Il filo comune è però la necessità di potersi difendere da soli.
Macron lo ha detto chiaramente la scorsa settimana e lo ha ribadito intervenendo a Monaco: “L’Europa deve diventare una potenza geopolitica“, perché sulla Groenlandia non è finita qua. “Dobbiamo accelerare (…): difesa, tecnologie e riduzione del rischio da parte di tutte le grandi potenze“, ha esortato.
Anche per la premier lettone Evika Siliņa “non si potrà tornare alla normalità”, come ha dichiarato a Politico sottolineando che vanno stabilite delle regole su “come l’Europa tratterà gli Stati Uniti e gli Stati Uniti tratteranno l’Europa”. Mentre il Il presidente finlandese Alexander Stubb, che spesso gioca a golf con Trump e non gli è certo ostile, ha rifiutato il pensiero Maga, che “significa anti-Ue, anti-ordine liberale, anti-clima”.
E se per Merz l’alleanza del dopoguerra è ormai tramontata, nemmeno gli Stati Uniti possono farcela da soli, dunque occorre “ricostruire la fiducia“. Ma la frattura – la frittata – si è consumata anche tra i cittadini, tra i quali tale fiducia sembra persa: un sondaggio YouGov di venerdì tra i sei maggiori Paesi Nato ha evidenziato che gli Usa non sono più visti come alleati affidabili, nemmeno tra chi è politicamente più vicino: solo il 17% dei sostenitori del partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland, sostenuto dagli Stati Uniti, li considera ancora un amico.
Parlare di “come sarà il futuro Usa-Ue insieme” non sarà così scontato.
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