Il Parlamento europeo ha respinto la mozione di censura contro la Commissione guidata da Ursula von der Leyen con 390 voti contrari, 165 favorevoli e 10 astensioni. Numeri che tengono l’esecutivo al riparo da qualsiasi rischio immediato, ma che non archiviano il conflitto politico che ha portato al voto.
La censura, presentata dal gruppo dei Patrioti per l’Europa, nasce dalla firma dell’accordo commerciale Ue-Mercosur e dal metodo seguito dalla Commissione per arrivarci. È su questo terreno che il voto assume rilievo: non come minaccia istituzionale, ma come indicatore delle fratture che attraversano l’Eurocamera sul rapporto tra politica commerciale, competenze dell’esecutivo e controllo parlamentare.
Quando la sfiducia non diventa crisi
La procedura di censura contro la Commissione europea resta uno degli strumenti più radicali a disposizione del Parlamento. Per avviarla è sufficiente la firma di un decimo degli eurodeputati (72 su 720) ma il passaggio decisivo è il voto in plenaria, che avviene per appello nominale e richiede una maggioranza difficilmente raggiungibile. La mozione presentata dai Patrioti per l’Europa non ha mai avvicinato quella soglia, confermando una dinamica già vista nei precedenti tentativi di censura contro la Commissione von der Leyen nel corso del suo secondo mandato.
Il voto del 22 gennaio è stato preceduto da un dibattito in plenaria svoltosi lunedì 19 gennaio, alla presenza del commissario per il Commercio e le relazioni interistituzionali Maroš Šefčovič, chiamato a rappresentare la Commissione. L’assenza della presidente, impegnata al World Economic Forum di Davos, è stata letta dai promotori della mozione come un segnale politico, ma non ha modificato l’orientamento dei gruppi maggioritari. Popolari, Socialisti e Democratici, Liberali e Verdi hanno votato compattamente contro la censura, pur mantenendo posizioni critiche sull’accordo commerciale al centro del contendere.
La fotografia dell’emiciclo durante il dibattito ha restituito un clima di scarsa tensione istituzionale. Pochi leader di gruppo presenti, interventi concentrati soprattutto sulle competenze dell’Unione in materia commerciale e sull’equilibrio tra Consiglio, Commissione e Parlamento. Un segnale che il voto non era percepito come una reale minaccia alla sopravvivenza dell’esecutivo, ma come un atto politico destinato a marcare un campo e a dare visibilità a un’opposizione interna all’Eurocamera, collocata prevalentemente sull’asse delle destre sovraniste.
L’accordo Ue-Mercosur come detonatore politico
Il fulcro della mozione di censura è stato l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, approvato dagli Stati membri il 9 gennaio e firmato il 17 gennaio in Paraguay. L’intesa comprende un Accordo di partenariato e un Accordo commerciale ad interim, con un doppio binario di ratifica: il primo soggetto ai parlamenti nazionali dei Ventisette, il secondo riconducibile alle competenze esclusive dell’Unione e quindi destinato al solo passaggio in Consiglio e Parlamento europeo.
Secondo i promotori della censura, la Commissione avrebbe forzato i tempi e aggirato il confronto politico, procedendo alla firma nonostante le forti riserve espresse da settori agricoli e da una parte significativa dell’Eurocamera. Nel testo della mozione si contesta all’esecutivo di non aver tenuto conto delle preoccupazioni di agricoltori e cittadini, e di aver oltrepassato i limiti delle proprie competenze istituzionali. Una linea che ha trovato sponda nelle proteste di associazioni agricole presenti a Strasburgo nei giorni del voto, ma che non è riuscita a trasformarsi in consenso parlamentare trasversale.
L’accordo Ue-Mercosur resta uno dei dossier più divisivi della politica commerciale europea. Da un lato, la Commissione lo presenta come un pilastro della strategia di apertura dei mercati e di rafforzamento delle relazioni con l’America Latina; dall’altro, una parte degli eurodeputati e diversi governi nazionali sollevano obiezioni su concorrenza agricola, standard ambientali e tutela delle produzioni europee. Il voto di censura non ha sanato queste fratture, che continuano a correre parallele alla tenuta istituzionale della Commissione.
Un segnale in questa direzione è arrivato dal Parlamento europeo che ha deciso di chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione europea una valutazione sulla compatibilità dell’accordo Ue-Mercosur con i Trattati. Una mossa che non blocca l’intesa, ma ne complica il percorso e rafforza il ruolo dell’Eurocamera come attore di controllo giuridico e politico sulle scelte dell’esecutivo.
La firma di Bardella e il perimetro dei Patrioti per l’Europa
La mozione di censura porta la firma di Jordan Bardella, esponente di primo piano del Rassemblement National francese e figura centrale del gruppo Patrioti per l’Europa. La formazione riunisce partiti come la Lega italiana, Fidesz del premier ungherese Viktor Orbán e lo stesso RN, guidato da Bardella e Marine Le Pen. Un’area politica che utilizza il terreno della politica commerciale per mettere in discussione l’assetto delle istituzioni europee e il ruolo della Commissione.
Il voto del 22 gennaio conferma però i limiti numerici di questo fronte. Oltre ai Patrioti, solo una parte di altri gruppi di estrema destra ha sostenuto la censura, mentre molte forze critiche sull’accordo Mercosur hanno scelto di non spingersi fino alla richiesta di dimissioni della Commissione. Una distinzione che pesa, perché segnala come l’opposizione all’intesa commerciale non si traduca automaticamente in una sfiducia all’esecutivo nel suo complesso.
Dal punto di vista politico, la mozione ha funzionato come strumento di visibilità e di mobilitazione, più che come reale tentativo di rovesciamento. È il quarto voto di censura contro la Commissione von der Leyen in sette mesi, dopo quelli presentati e respinti nel luglio e nell’ottobre 2025. In tutti i casi, il divario rispetto alla soglia richiesta è rimasto ampio, rafforzando l’idea di una Commissione che mantiene il sostegno della maggioranza parlamentare, pur navigando in acque agitate su singoli dossier.
Il comportamento dell’Eurocamera mostra una distinzione netta tra critica politica e atto istituzionale estremo. Anche tra gli eurodeputati che hanno espresso riserve sull’accordo Ue-Mercosur, pochi hanno ritenuto giustificato l’uso della censura come strumento di pressione. Un dato che ridimensiona l’impatto della mozione e restituisce l’immagine di un Parlamento attento a preservare l’equilibrio tra controllo e stabilità.
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