Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Polonia: sono loro i ‘Big 6’ europei, i pionieri l’avamposto del rilancio dell’affannata economia continentale. Il nuovo gruppo si è riunito ieri per la prima volta in una in videoconferenza promossa dai ministri delle Finanze di Germania e Francia invitando gli omologhi degli altri governi, ma è previsto un successivo incontro di persona, forse a margine dell’Eurogruppo.
Un’Europa a due velocità
I Big 6 cercando dunque di aprire a una rinnovata e più stretta cooperazione, dando corpo a una delle strategie da cui da tempo si parla nell’Unione per poter andare avanti: chi c’è, procede, gli altri seguono con i propri tempi (se seguono), Insomma, un’Europa a due velocità che sembra una soluzione nel momento in cui le divisioni e gli interessi nazionali, ma a monte le lentezze fisiologiche del complesso percorso decisionale, rischiano di paralizzare lo sviluppo del blocco, fermo da anni e indietro rispetto a temi chiave come la competitività, la tecnologia, la sicurezza, l’autonomia strategica.
L’idea di un’Europa a due velocità non è nuova, basti pensare all’euro, adottato da 21 Paesi su 27 (con la Bulgaria entrata nell’eurozona lo scorso primo gennaio). Ma ora viene tentata come via per rispondere alle sfide geopolitiche in corso, rappresentate dalla caduta dell’ordine internazionale post Seconda Guerra Mondiale, dalla novità della non affidabilità – se non ostilità – dell’alleato americano, dalla minaccia russa, dalla concorrenza della Cina (e degli Usa).
Un’iniziativa da cui non è estraneo il solito Donald Trump, che ha dato un po’ una scossa all’Europa, prendendola in giro per i tempi con cui si muove, certamente non adatti al periodo storico attuale in cui tutto corre molto velocemente. Anche grazie allo stesso presidente degli Stati Uniti, che ha impresso una potente accelerata a dinamiche che erano già in atto ma con maggiore gradualità.
Sovranità europea
I Big 6 dunque vogliono rispondere a questa necessità: velocizzare. Ma in quali ambiti esattamente? Quattro i temi in agenda ieri, contenuti in una lettera inviata dal ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ai suoi omologhi lunedì per invitarli alla videoconferenza: rafforzare l’Unione del risparmio e degli investimenti – ovvero l’unione dei mercati dei capitali, già sostenuta dal Rapporto Letta -, consolidare il ruolo internazionale dell’euro – come moneta affidabile basata sulla prevedibilità e sullo stato di diritto -, coordinare efficacemente gli investimenti in difesa – “trasformandola in un motore di crescita” – e assicurare l’approvvigionamento delle materie prime critiche – attraverso acquisti coordinati, riserve di emergenza e partnership commerciali in tutto il mondo.
Dunque competitività, difesa, sicurezza, autonomia. In una parola “sovranità europea“, come ha sottolineato Klingbeil nella lettera ai suoi colleghi, facendo esplicito riferimento alle “incertezze globali”. Nel documento, il politico tedesco lo ha detto chiaramente: business as usual non è più possibile. “Per sopravvivere in una situazione geopolitica sempre più imprevedibile, l’Europa deve diventare più forte e resiliente“, ha avvisato.
E lo ha rimarcato dopo la videochiamata: “Come sei grandi economie europee, ora vogliamo essere i motori“. “Stiamo dando impulso; altri possono unirsi. Ciò che conta è rafforzare la nostra competitività e la nostra capacità di difesa”, ha concluso.
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