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Denunciò botte e sequestro in cella: “Ora vivo nella paura, colpisce il silenzio delle istituzioni”

(Adnkronos) –
Sono passati circa sei mesi da quanto denunciò di essere stato picchiato, legato al letto con le lenzuola e tenuto per due giorni e mezzo sotto scacco da altri detenuti del carcere di Regina Coeli dopo essersi rifiutato di nascondere un cellulare e dopo una richiesta di denaro, fallita, nei confronti di sua madre: “Da allora, la mia vita è cambiata. Vivo in uno stato costante di allerta e di paura per possibili ritorsioni legate a quanto ho denunciato. Dormire serenamente è diventato difficile. Eppure, nonostante ciò, non ho ritrattato, non ho taciuto, non ho fatto un passo indietro” afferma l’ex detenuto in una lettera aperta, affidata all’Adnkronos, dalla quale traspare tutta la sua amarezza per il “silenzio istituzionale” calato sulla vicenda.  

E’ luglio scorso quando l’uomo – che preferisce rimanere anonimo – si trova nel penitenziario perché sottoposto a una misura cautelare; racconta alla polizia penitenziaria di essersi rifiutato di nascondere un telefonino, di essere stato preso a botte e di essere rimasto per due giorni in balia di altri detenuti fino al momento in cui, buttandosi dal letto a castello della cella, riesce a chiedere aiuto. Dopo la sua denuncia parte un’indagine della procura di Roma che accende un faro sul fenomeno dei telefonini e della droga all’interno delle carceri capitoline.  

Una problematica spesso salita alla ribalta delle cronache. “Da mesi l’opinione pubblica legge di violenze, traffici illeciti, uso di telefoni cellulari e armi all’interno delle carceri italiane. A volte se ne parla come di episodi isolati, altre come di emergenze croniche. Raramente, però, si ascolta la voce di chi queste realtà le ha subite mentre era affidato, senza difese, alla custodia dello Stato – osserva nella lettera aperta l’uomo che è assistito nell’ambito di questa vicenda dall’avvocato Marco Valerio Verni – Nel luglio scorso, mentre mi trovavo in custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli, ho vissuto in prima persona fatti gravi che ho ritenuto mio dovere denunciare all’autorità giudiziaria. Da quella denuncia è nato un procedimento penale tuttora in fase di indagine. Da allora, la mia vita è cambiata. Vivo in uno stato costante di allerta e di paura per possibili ritorsioni legate a quanto ho denunciato. Dormire serenamente è diventato difficile. Eppure, nonostante ciò, non ho ritrattato, non ho taciuto, non ho fatto un passo indietro”.  

“Grazie al sostegno del mio avvocato, qualcosa si è mosso. Un parlamentare ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, che ha risposto in termini generali, prendendo atto delle criticità del sistema penitenziario. Una risposta istituzionale, certo, ma che non ha prodotto — almeno finora — effetti concreti percepibili”, sottolinea ancora nella lettera aperta. “Ciò che più colpisce, tuttavia, è il silenzio – riferisce – Nessuno dei garanti competenti ha mai ritenuto di contattarmi per ascoltare direttamente quanto accaduto, per verificare le mie condizioni, o per offrire un supporto — anche solo umano o psicologico — a me o alla mia famiglia. Eppure, parliamo di fatti avvenuti mentre ero sotto la custodia dello Stato”. “Non scrivo per cercare visibilità, né per alimentare polemiche. Scrivo perché il silenzio istituzionale, dopo una denuncia così grave, non è neutro: è una scelta. E perché uno Stato credibile non può chiedere fiducia se non è disposto ad assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che accade nei luoghi dove la libertà è già stata sottratta – conclude l’ex detenuto – La mia determinazione non si è indebolita. Anzi. Ma se chi denuncia resta solo, il messaggio che passa è devastante: tacere conviene più che parlare. Ed è un messaggio che una democrazia non può permettersi di trasmettere. Confido che dare spazio a queste parole significhi contribuire a rompere quel silenzio”. 

L’avvocato Marco Valerio Verni spiega all’Adnkronos che “per quanto concerne lo stato del procedimento, siamo ancora in attesa dell’esito delle indagini. Il nostro impegno è affinché vengano individuate le responsabilità di tutti, nessuno escluso. Quanto denunciato dal mio assistito – osserva – è davvero grave e reclama una indagine approfondita e l’interessamento tanto politico quanto degli organi istituzionali competenti, da quelli di garanzia a quelli, appunto, giudiziari. Ma quel che costui ha denunciato non pare certo un caso isolato, anzi: ed è per questo che chi di dovere deve agire, ora ed in maniera decisa”.  

“Chi finisce in carcere, o perché in misura cautelare o perché a seguito di condanna, viene comunque posto sotto la custodia statale ed è doveroso dunque che esso venga tutelato nella sua incolumità, tanto fisica quanto psichica”, sottolinea il legale aggiungendo anche che “chi finisce in carcere non può e non deve comunicare clandestinamente all’esterno, potendo così, in ipotesi, continuare a delinquere. Né può farlo nel carcere stesso, trafficando droga o altro. Non è accettabile. I cittadini pagano le tasse e lo Stato deve fornire servizi efficienti – conclude l’avvocato Verni – Anche le motivazioni più valide per giustificare le inefficienze rischiano di trasformarsi in vuote scuse se, ad esse, ora per un motivo ora per un altro, non vi si pone effettivo ed efficace rimedio o lo si fa con enormi ritardi”. (di Sara Di Sciullo) 

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webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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