(Adnkronos) – La notte che vale una stagione si tinge di biancoceleste. A Bergamo, in una semifinale di ritorno di Coppa Italia tesa, nervosa, giocata sul filo dell’equilibrio, è la Lazio di Claudio Lotito a strappare il biglietto per la finale. Dopo il 2-2 dell’andata e novanta minuti vissuti sul punto di rottura e chiusi 1-1 con due gol nel finale dei tempi regolamentari, servono i calci di rigore per decidere chi affronterà l’Inter all’Olimpico il 13 maggio. E lì, sotto gli occhi anche del presidente biancoceleste va in scena uno spettacolo destinato a restare a lungo nella memoria collettiva del calcio italiano. Il protagonista ha 21 anni, indossa i guanti e si chiama Edoardo Motta, ‘il pararigori’, con quattro penalty parati consecutivamente nella lotteria finale (ne aveva già parato uno a Orsolini del Bologna in campionato) a regalare la finale ai biancocelesti.
Eppure la sua serata non nasce sotto una buona stella. Per lunghi tratti Motta appare teso, impreciso nel gioco con i piedi, quasi tradito dall’emozione del palcoscenico. L’Atalanta pressa, spinge e mette la Lazio alle corde. Poi il gol di Romagnoli e il pareggio di Pasalic nel giro di pochi minuti, l’inerzia sembra tutta dalla parte dei nerazzurri. È in quel momento che il destino decide di bussare alla porta del giovane portiere. Al quinto minuto di recupero, quando Bergamo già sente profumo di finale, Scamacca svetta di testa in area e incrocia. È un colpo che sa di sentenza. Motta vola, allunga la mano destra e con la punta delle dita devia sul palo. È una parata che vale più di un gol, perché non salva solo il risultato: accende una miccia. Da lì in poi la partita cambia volto, e soprattutto lo cambia il suo protagonista. Nei supplementari Motta cresce e comunica sicurezza alla difesa. Ma è nella lotteria dei rigori che la sua notte diventa leggenda. Scamacca, Zappacosta, Pasalic, De Ketelaere: quattro rigori, quattro parate consecutive. Una sequenza irreale dopo l’iniziale gol di Raspadori, che spezza l’Atalanta e trascina la Lazio in finale. Non sono solo riflessi: è lettura, freddezza, controllo totale del momento. L’Olimpico lo attende, il suo nome comincia a correre veloce.
Ma chi è Edoardo Motta, il ragazzo – alto 1 metro e 94 – che in una notte ha fermato il tempo a Bergamo e si è preso la scena? Nato a Biella il 13 gennaio 2005, Motta è un portiere cresciuto lontano dai riflettori. I primi passi li muove nella scuola calcio ASD Soccer Spartera, prima di entrare giovanissimo nel settore giovanile della Juventus. A Torino passa anni di formazione, senza mai arrivare al grande salto in prima squadra. La sua carriera prende strada attraverso la gavetta. Alessandria, Monza, poi Reggiana ed è a Reggio Emilia che Motta diventa davvero grande. Prima il ruolo di secondo, poi la titolarità in Serie B, con una stagione di crescita importante che attira l’attenzione dei dirigenti della Lazio. A gennaio 2026 il club biancoceleste decide di puntare su di lui come vice di Ivan Provedel, investendo circa un milione di euro per strapparlo alla Reggiana in un’operazione che testimonia fiducia e visione.
Il contratto che lo lega alla Lazio racconta molto di questa fiducia: scadenza fissata al 30 giugno 2030. Un accordo lungo, pensato non per l’emergenza, ma per il futuro. All’inizio Motta arriva senza clamore, destinato a fare il secondo, a imparare, a crescere. Poi l’infortunio di Provedel cambia tutto. Tocca a lui, all’improvviso, difendere la porta in Serie A. E Motta risponde con personalità, senza proclami, costruendo partita dopo partita la sua credibilità. La notte di Bergamo, però, è quasi irreale, da sogno. È il momento in cui un percorso fatto di pazienza e sacrifici incontra la grande occasione. Alla fine del match, davanti alle telecamere, Motta fatica persino a parlare. È festeggiato da compagnio e tifosi, emozionato, quasi incredulo. Non è la posa dell’eroe navigato, ma l’autenticità di un ragazzo che si rende conto solo allora di ciò che ha fatto. Per la Lazio questa finale rappresenta la possibilità di riscattare una stagione complessa. Per Motta è qualcosa di più: è la linea di confine tra il “prima” e il “dopo”. Nulla sarà più come prima per quel portiere di Biella, arrivato in punta di piedi e diventato, in una notte, il simbolo di una squadra intera. Ora c’è da finire la stagione, con il campionato e soprattutto la finale di Coppa Italia che regalerà alla Lazio un posto in Europa, il posto che merita ‘MaraMotta’, come è già stato definito.
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