(Adnkronos) –
Non solo il programma nucleare. I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono falliti a Islamabad perché Teheran rifiuta di accettare le dure “linee rosse” poste da Washington. Oltre all’arricchimento dell’uranio, gli Usa chiedono lo smantellamento degli impianti nucleari, il recupero di 440 kg di uranio arricchito al 60% e la fine del sostegno ai proxy regionali. Donald Trump risponde annunciando il blocco navale dello Stretto di Hormuz.
“L’Iran non è disponibile a rinunciare alle sue ambizioni nucleari, che è l’unica cosa che conta”, la sintesi del presidente americano dopo la fumata nera nelle trattative andate in scena a Islamabad. In realtà, a quanto pare, il quadro è più complesso. Il programma nucleare della Repubblica islamica non è l’unico nodo da sciogliere per gli Stati Uniti, che non fermano ai 440 chili di uranio arricchito al 60%. Il materiale, con ulteriori step relativamente semplici, può arrivare ad una soglia di arricchimento del 90%: a quel punto, sarebbe utilizzabile per produrre almeno 11 bombe atomiche.
La delegazione a stelle e strisce, riferisce la fonte dell’amministrazione alla Cnn, nei negoziati ha tracciato una serie di “linee rosse”.
1. Effettivamente, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran di porre fine al programma di arricchimento dell’uranio, confermando l’importanza del tema indicato da Trump come priorità assoluta.
2. La delegazione guidata dal vicepresidente JD Vance ha chiesto lo smantellamento di tutte le strutture principali del programma nucleare, già colpite – almeno in parte – dai raid americani e israeliani effettuati a giugno dello scorso anno.
3. Gli Usa esigono il recupero dei 440 chili di uranio arricchito, che al momento sarebbero conservati in una struttura sotterranea, probabilmente nell’ambito del sito di Isfahan.
4. L’Iran dovrebbe impegnarsi per un quadro generale di “pace, sicurezza e de-escalation” che includa anche gli alleati regionali. Quindi, Teheran dovrebbe porre fine al sostegno – finanziario e logistico – ai proxy attivi in Medio Oriente: Hamas, Hezbollah e Houthi.
5. Trump chiede l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, con totale libertà di navigazione senza l’imposizione di pedaggi per le navi che utilizzano il passaggio fondamentale per il commercio del 20% del petrolio mondiale. Intanto, da oggi lunedì 13 aprile scatta il blocco navale dello Stretto annunciato dal presidente degli Stati Uniti: stop a tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani.
I cinque punti costituiscono i pilastri di quella che Vance ha definito “la migliore e definitiva offerta sul tavolo”. La fumata nera produce, come conseguenza immediata, lo stallo totale nello Stretto di Hormuz. L’Iran non intende rinunciare alla gestione del braccio di mare, mentre Trump vara il blocco per impedire il passaggio di navi disposte a pagare un pedaggio. Con lo Stretto ‘vuoto e immobile’, gli Stati Uniti dovrebbero attuare un’operazione per sminare il tratto di mare. La marina americana dovrebbe scendere in campo con la collaborazione di altri paesi, in particolare il Regno Unito, secondo le prime informazioni diffuse da Trump.
Teheran, nel day after, contesta le affermazioni di Trump e boccia la versione secondo cui i colloqui di Islamabad sarebbero falliti fondamentalmente per il rifiuto iraniano di rinunciare al suo programma nucleare. “È falso. La posizione dell’Iran è chiara. L’Iran non cerca di acquisire armi nucleari, ma ha il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici. Questo diritto è innegabile e deve essere riconosciuto”, afferma una fonte della Repubblica islamica, secondo quanto riferisce il Times of Israel.
“La delegazione americana non è riuscita a ottenere la fiducia della delegazione iraniana durante questo ciclo di negoziati”, dice il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Più dettagliata la dichiarazione del portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei. Iran e Stati Uniti hanno “raggiunto un’intesa su diverse questioni” e permangono “divergenze di opinione su 2-3 temi importanti. Questi negoziati si sono svolti dopo 40 giorni di guerra imposta e in un clima di sfiducia e sospetto. È naturale che non ci si aspettasse, fin dall’inizio, di raggiungere un accordo in un solo incontro. Nessuno se lo aspettava”, afferma. Secondo Baqaei il successo dei colloqui dipendeva dalla “serietà e dalla buona fede della controparte” e dal riconoscimento dei legittimi diritti e interessi dell’Iran. Il portavoce del Ministero degli Esteri evidenzia la complessità delle questioni: “A questi negoziati sono state aggiunte nuove questioni, come quella dello Stretto di Hormuz, ognuna delle quali presenta le proprie complessità”.
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