FIRENZE – Macchina fotografica, videocamera e anni trascorsi a pochi chilometri dalla linea del fronte. Vittorio Nicola Rangeloni è uno dei reporter italiani che più a lungo hanno seguito direttamente il conflitto nel Donbass, raccontandolo da una prospettiva molto diversa da quella proposta dalla maggior parte dei grandi media europei.
Nato nel 1991 e originario del Lecchese, Rangeloni arriva nel Donbass nel 2015 e da allora lega una parte importante della propria vita professionale ai territori orientali dell’Ucraina. Fotografa, filma, raccoglie testimonianze e pubblica reportage attraverso canali social, blog e testate online.
Il suo metodo dichiarato è semplice: essere sul posto
Rangeloni ha più volte spiegato di preferire il contatto diretto con civili e militari, attraversando villaggi e zone di guerra per raccontare ciò che vede personalmente, senza affidarsi esclusivamente alle ricostruzioni delle agenzie internazionali.
È proprio questa presenza continuativa sul terreno ad avergli dato una forte riconoscibilità.
Dal Donbass alla guerra del 2022
Già prima dell’invasione russa su vasta scala del febbraio 2022, Rangeloni raccontava da anni gli scontri tra le forze ucraine e i separatisti filorussi del Donbass.
Con l’allargamento della guerra, il suo lavoro è proseguito nelle aree controllate dalla Russia e dalle amministrazioni separatiste.
I suoi reportage mostrano città bombardate, civili, soldati, villaggi e conseguenze quotidiane del conflitto. È un tipo di racconto che ha trovato un pubblico soprattutto tra chi ritiene insufficiente o troppo uniforme la narrazione occidentale della guerra.
Una prospettiva dichiaratamente diversa
Rangeloni non nasconde di avere una lettura del conflitto fortemente critica nei confronti del governo ucraino e delle interpretazioni prevalenti in Europa.
Nel 2021 ha pubblicato il libro Donbass – Le mie cronache di guerra, nel quale raccoglie esperienze e testimonianze maturate negli anni trascorsi nella regione.
Nei suoi interventi pubblici ha spesso sostenuto che il conflitto non possa essere compreso partendo soltanto dal 24 febbraio 2022, ma debba essere letto a partire dagli eventi del 2014 e dalla lunga guerra combattuta nel Donbass.
È una posizione che gli ha consentito di costruire un pubblico fedele, ma che lo ha anche collocato al centro di forti controversie.
Il lavoro di Rangeloni è infatti oggetto di giudizi molto diversi. Reporters Without Borders lo ha definito vicino alla narrativa del Cremlino e ha contestato i suoi rapporti con le autorità filorusse dei territori occupati.
Anche alcuni siti italiani di fact-checking hanno criticato specifiche ricostruzioni diffuse da Rangeloni su eventi della guerra, sostenendo che alcune versioni non fossero supportate dalle evidenze disponibili.
Rangeloni, dal canto suo, respinge l’accusa di propaganda e rivendica la necessità di raccontare ciò che vede direttamente nelle aree in cui vive e lavora, sostenendo che molte testimonianze provenienti dal Donbass abbiano ricevuto in Occidente un’attenzione insufficiente.
Il valore della presenza sul campo
Al di là delle interpretazioni politiche, un elemento resta centrale: Rangeloni ha trascorso anni direttamente nei luoghi della guerra. La sua produzione comprende fotografie, video, interviste e reportage realizzati spesso in condizioni difficili, lontano dalle redazioni e vicino alle zone di combattimento.
In un conflitto nel quale la propaganda e la guerra dell’informazione hanno assunto un peso enorme, il materiale raccolto sul campo rappresenta comunque una fonte da osservare, verificare e confrontare con altre testimonianze. È questo il punto più interessante del suo lavoro giornalistico.
Non accettare automaticamente una narrazione, ma guardare, confrontare, verificare e distinguere i fatti dalle interpretazioni. Rangeloni racconta il conflitto da una prospettiva precisa e riconoscibile, molto vicina al mondo russo e alle popolazioni del Donbass con cui vive da anni. Proprio per questo i suoi reportage possono essere letti come una delle testimonianze provenienti da un lato del fronte, da mettere in relazione con altre fonti per ricostruire un quadro più completo.
Un reporter fuori dai circuiti tradizionali
La sua carriera si è sviluppata soprattutto fuori dalle grandi redazioni. Social network, piattaforme video, incontri pubblici e pubblicazioni indipendenti gli hanno consentito di raggiungere direttamente il pubblico e costruire un proprio canale informativo.
Un modello diverso dal giornalismo tradizionale e sempre più frequente nei conflitti contemporanei, dove reporter indipendenti e corrispondenti freelance spesso riescono a documentare realtà che i grandi media seguono solo in modo discontinuo.
Vittorio Nicola Rangeloni resta quindi una figura discussa, ma anche uno dei reporter italiani che più a lungo hanno vissuto e documentato direttamente il Donbass.
A lui va un augurio semplice ma sincero e un ringraziamento per il lavoro svolto sul campo, per le immagini raccolte e per aver scelto di restare vicino ai luoghi in cui la storia continua a consumarsi ogni giorno.



