Se mi ammalo, devo prendere l’antibiotico? È questa la domanda che si fanno milioni di italiani, soprattutto nel periodo delle festività, quando i famigerati “assembramenti” diventano all’ordine del giorno e i casi di infezione si moltiplicano. Solo nell’ultima settimana di dicembre, l’influenza ha colpito quasi un milione di italiani; da inizio stagione (ottobre 2025) all’inizio del nuovo anno il Ssn ha registrato circa 6,7 milioni di casi.
Eppure, il pericolo più grave nel lungo periodo non è la malattia in sé, ma la cura (sbagliata). “Spesso si prescrivono antibiotici con troppa superficialità”, esordisce Claudia Carenza, biotecnologa e scientist in Champions Oncology con dottorato in medicina sperimentale e biotecnologie mediche. Il suo appello fa eco alla denuncia fatta da Matteo Bassetti: “Il 90% degli antibiotici viene prescritto erroneamente: in alcuni casi è sbagliato il tipo di antibiotico, in altri è sbagliata la durata per cui viene somministrato o più in generale la posologia”, spiegava l’infettivologo durante l’evento ‘Salute e sanità, il doppio binario‘ organizzato ad aprile scorso dall’Adnkronos.
Intervistata da Demografica, Claudia Carenza ha spiegato cosa succede al nostro organismo quando entra in contatto con un virus influenzale, perché l’errata somministrazione di antibiotici è così pericolosa e in cosa consiste l’antibiotico-resistenza.
La vera funzione dell’antibiotico
Qual è la funzione dell’antibiotico e quando dovrebbe essere prescritto?
“Le molecole antibiotiche vengono utilizzate per uccidere i batteri. Quindi vanno prescritte esclusivamente quando c’è un’infezione batterica”, spiega Carenza che aggiunge: “Questi medicinali non vanno prescritti in maniera casuale e a prescindere dal tipo di infezione: bisogna distinguere tra infezione virale e infezione batterica, che hanno decorsi completamente diversi e conseguenze diverse”.
La prescrizione appropriata è importante proprio perché ci aiuta “a non andare incontro al grave e crescente fenomeno dell’antibiotico-resistenza”.
La differenza tra virus e batteri
La prima domanda da porsi, quindi, è: qual è la differenza tra un virus e un batterio?
“Un batterio è una cellula procariote che contiene al suo interno tutte le strutture che servono per vivere e riprodursi in maniera autonoma. Non ha bisogno di un organismo separato per la propria proliferazione. Un virus, invece, è un microrganismo molto semplice, formato da proteine che costituiscono l’involucro esterno e da materiale genetico all’interno. A differenza di un batterio, il virus non ha le strutture necessarie per sopravvivere al di fuori di un altro organismo. Perciò deve infettare una cellula per riprodursi e replicare il suo genoma”.
Il virus, una volta all’interno della cellula, sfrutta le strutture cellulari per moltiplicarsi e infettare altre cellule. “Solo così si assicura la sopravvivenza”, chiosa Carenza.
La reazione del nostro organismo all’influenza
Quando entriamo in contatto con un virus influenzale, cosa fa il nostro sistema immunitario?
“In assenza di patologie e disfunzioni, agisce immediatamente. La prima barriera di difesa è costituita dalle nostre mucose e dagli epiteli— la pelle è la nostra prima arma di difesa, così come gli epiteli che rivestono il tratto respiratorio e quello gastro-intestinale. Questi intrappolano fisicamente virus e batteri appena entrano. Nel tratto respiratorio, la produzione di secrezioni (detti comunemente muchi) intrappolano virus e batteri. Le cellule degli epiteli producono poi tutta una serie di molecole naturali con azione battericida”.
Se queste difese non sono sufficienti, “entra in atto quella che si chiama immunità innata, e poi l’immunità adattativa o acquisita. Sono le due ‘braccia’ del nostro sistema immunitario. L’immunità innata è formata da cellule come i macrofagi, le cellule dendritiche e le cellule natural killer. È detta innata perché è la forma di difesa più primitiva ed è aspecifica, ovvero si attiva a prescindere dal tipo di virus o batterio che colpisce il nostro organismo ed è sempre pronta ad intervenire. Che sia un virus intestinale o influenzale, un rhinovirus, uno streptococco o uno pneumococco, questi livelli di difesa operano in maniera sinergica, si aiutano a vicenda per sconfiggere il patogeno che sta attaccando l’organismo”.
Quando un’infezione virale può degenerare in un’infezione batterica?
“Non è il virus che porta l’infezione batterica. Virus e batteri sono indipendenti”. Per questo, prescrivere un antibiotico senza un’infezione batterica è sbagliato e (come vedremo) molto pericoloso per noi e per gli altri. “Se un organismo viene infettato dal virus influenzale e sviluppa una sintomatologia che non accenna a guarire – spiega Carenza – può succedere che i batteri naturalmente presenti nel nostro cavo orale, che costituiscono il microbiota, inizino a proliferare e generino un’infezione batterica”.
Quindi, sono i nostri stessi batteri a causare il problema, ma in condizioni particolari. “Il nostro sistema immunitario, in condizioni normali, tiene a bada la proliferazione di questi batteri. Se il sistema immunitario è fortemente impegnato a combattere l’infezione virale, può perdere il controllo sui questi batteri “buoni” che naturalmente abitano il nostro cavo orale. A questo punto, i batteri iniziano a proliferare.”
Non è una conseguenza automatica: “Dipende dalla durata dell’infezione virale e dallo stato del sistema immunitario (ad esempio se il soggetto è immunodepresso). Le influenze che durano più tempo hanno maggiore probabilità di portare a coinfezione batterica. Nel caso di un raffreddore di 3-5 giorni, è meno probabile, ma comunque possibile”.
L’antibiotico-resistenza: come si genera e perché è un pericolo
Cosa succede quando si prescrive un antibiotico sbagliato o senza che ce ne sia bisogno?
“Il problema nasce quando gli antibiotici vengono prescritti senza fare un batteriogramma—cioè senza identificare il batterio specifico prima. Se non prescrivi una molecola specifica per quel batterio, magari quella molecola non sarà sufficiente a ucciderlo. Invece di debellarlo, consenti al batterio di sopravvivere, proliferare e accumulare mutazioni”. È questo il punto fondamentale della vicenda: “Le mutazioni batteriche non seguono una logica, sono del tutto casuali, e con la crescita esponenziale dei batteri possono accumularsi. In questo processo, è possibile che un batterio acquisisca una mutazione vantaggiosa e che diventi totalmente refrattario alla molecola dell’antibiotico”. Il vecchio adagio per cui “se non uccida, fortifica” è quanto mai vero in questa circostanza.
“Proprio quel batterio, che ha acquisito il vantaggio – spiega Carenza – sarà quello che sopravvivrà e costituirà la popolazione di batteri che potrà diffondersi e infettare altri organismi”.
Quali sono gli errori più comuni?
“Il primo errore è non completare il ciclo di antibiotico. Molti pazienti interrompono la somministrazione quando spariscono i sintomi: in questo modo il rischio di lasciare vivi dei batteri, che proliferando vadano incontro a mutazioni, è altissimo”. Nell’incontro di aprile, Matteo Bassetti aveva evidenziato una prassi molto comune del nostro Ssn: “La metà dei pazienti esce dal pronto soccorso dopo aver ricevuto una fiala di ceftriaxone, che costa settanta centesimi, anche se non hanno un problema infettivo”.
Seppure per vie diverse, anche prescrivere una molecola non adatta per lo specifico batterio che ha infettato l’organismo aumenta esponenzialmente il rischio di sopravvivenza di questi organismi, che hanno modo di mutare e trovare una nuova ‘variante’ dominante”.
In questo modo, la molecola dell’antibiotico diventa in tutto o in parte inefficace. Questo non sarebbe un problema se solo l’essere umano potesse produrre nuovi antibiotici alla stessa velocità con cui i batteri proliferano. Il che, chiaramente, non corrisponde alla realtà.
Cosa significa antibiotico-resistenza in parole semplici?
“Quando gli antibiotici vengono prescritti senza criterio, specie negli ospedali dove le concentrazioni di batteri sono molto elevate e si vuole evitare qualsiasi rischio, può accadere che i batteri diventino resistenti a quella molecola antibiotica. In pratica, l’antibiotico non riesce più a uccidere quei batteri”.
Il processo è legato a due fattori critici: la conclusione del ciclo antibiotico e la scelta della molecola giusta.
Come l’antibiotico-resistenza si diffonde tra la popolazione
Perché l’errore di uno diventa un rischio per tutti? Come si trasmette la variante resistente da una persona all’altra?
“Banalmente, con le goccioline di flügge, le goccioline di saliva microscopiche, come qualsiasi infezione. La trasmissione batterica può avvenire per via respiratoria, orale, tramite alimenti, stringendo la mano della persona infetta e portandola poi sulle proprie mucose, o per via parenterale (somministrazione di un farmaco per una via diversa da quella gastrointestinale, ndr.)”. In pratica, con tutte quelle modalità che abbiamo imparato molto bene con la pandemia.
C’è infine, un altro modo con cui si diffonde l’antibiotico-resistenza, forse il più preoccupante perché prescinde dal contatto diretto con chi ha sviluppato la ‘nuova’ variante: il sistema fognario.
“Dopo che assumiamo gli antibiotici, espelliamo le molecole attraverso il sudore, le urine e le feci. Queste molecole vanno poi a confluire negli impianti fognari di depurazione e contaminano le acque reflue. È un circolo vizioso: quegli antibiotici possono indurre una resistenza anche nei batteri ambientali, che poi entrano nelle nostre case a nostra totale insaputa”. Per questo, prescrivere e assumere gli antibiotici responsabilmente è un dovere verso sé stessi e verso gli altri.
Il ruolo della febbre (e cosa c’entra con gli antibiotici)
Un’ultima riflessione importante riguarda il sintomo più citato e più temuto dell’influenza stagionale: la febbre. La notizia è che l’aumento della temperatura non è un nemico, ma un nostro alleato. Anche in questo caso, tuttavia, si tende a prescrivere farmaci con estrema facilità, senza lasciare che la malattia faccia il proprio corso: “Come esseri umani, la nostra temperatura basale è di 36-37°. Il punto è che questa temperatura non è ideale solo per noi, ma anche per virus e batteri – spiega la biotecnologa Carenza.
Qui subentra la febbre, che è un meccanismo di difesa: “Quando c’è un’infezione, virale o batterica, il nostro organismo fa aumentare la temperatura corporea proprio per ostacolare la proliferazione dei batteri. Per questo, la febbre andrebbe utilizzata come strumento per aiutare il sistema immunitario a sconfiggere le infezioni batteriche. E per questo abbassarla immediatamente non fa altro che prolungare la malattia”.
In definitiva, anche il paracetamolo e gli antinfiammatori vanno usati in maniera coscienziosa: “Tranne in casi particolari dove anche un lieve aumento della temperatura può portare a complicazioni – conclude Carenza – l’ideale sarebbe aspettare che la febbre salga almeno a 38.5° prima di assumere medicinali che abbassino la temperatura”.
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