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Mascolinità tossica (e non), quando il genere diventa una “condanna”

Tutti gli uomini soffrono di mascolinità tossica? E in che misura?
Sono queste le domande che si sono posti i ricercatori della University of Auckland, in Nuova Zelanda, secondo i quali, un termine così spesso usato in modo vago e ideologico, può diventare un costrutto psicologico misurabile.

La ricerca, basata su un campione nazionale rappresentativo di 15.808 uomini eterosessuali, ha gettato nuova luce sulla prevalenza di tratti comportamentali dannosi. Ma, avvisano i ricercatori, attenzione a fare di tutta l’erba un fascio; perché il risultato principale della ricerca, infatti, si basa su un assunto tanto semplice quanto facile da distorcere e, cioè, che la maggioranza della popolazione maschile non rientra affatto nella categoria “tossica”.

Oltre gli slogan: gli otto indicatori della tossicità

Facciamo un passo indietro. Il concetto di “mascolinità tossica” è stato coniato negli anni ’80 per descrivere tratti abusivi della psiche maschile. Nell’era post-#MeToo – lo scandalo che nel 2017 ha mostrato abusi di potere, molestie e violenze sessuali da parte degli uomini del mondo dello spettacolo a danno delle colleghe -, il termine è stato esteso fino a includere una vasta gamma di comportamenti, dalla misoginia più profonda alla mancata partecipazione ai lavori domestici.

Per superare l’uso del termine come semplice segnale di “disapprovazione sociale” verso un genere della società, i ricercatori hanno identificato otto indicatori chiave per quantificare il fenomeno: quanto sia centrale l’identità di genere per l’individuo, il pregiudizio sessuale, un senso di sgradevolezza provato nei confronti dell’altro sesso, il narcisismo, il sessismo ostile, il sessismo “benevolo”, l’opposizione alla prevenzione della violenza domestica e l’orientamento alla dominanza sociale.

Tramite l’applicazione di una sofisticata tecnica statistica chiamata “Analisi del Profilo Latente (Lpa)” è stato possibile mappare come questi tratti si aggreghino concretamente nella popolazione, superando i limiti dei campioni non rappresentativi utilizzati in studi precedenti.

La mappa della mascolinità: i cinque volti degli uomini

Dall’analisi sono emersi cinque sottogruppi distinti, ognuno con caratteristiche uniche:

  • Atoxics (35,4%): rappresenta il gruppo più numeroso ed è caratterizzato da punteggi molto bassi in tutti gli indicatori di tossicità.
  • Lgbt-Tolerant Moderate (27,2%): uomini con punteggi moderati nella maggior parte delle categorie e con bassi livelli di pregiudizio sessuale verso le minoranze.
  • Anti-Lgbt Moderate (26,6%): simili al profilo precedente, ma con una marcata ostilità verso la comunità Lgbtq+.
  • Benevolent toxics (7,6%): caratterizzati da alti livelli di sessismo definito dai ricercatori come “benevolo” e che si basa su una visione paternalistica della donna rilegata al ruolo di “creatura da proteggere”, possibilmente che riscopra ruoli sociali ristretti.
  • Hostile toxics (3,2%): la minoranza più piccola, l’unica che incarna lo stereotipo più estremo di mascolinità tossica, con alti livelli di narcisismo, sessismo ostile, sgradevolezza e opposizione attiva alla prevenzione della violenza.

In sintesi: i risultati indicano che oltre la metà degli uomini non si può dire che soffra di mascolinità tossica e quasi il 90% non aderisce a modelli di comportamento violentemente misogini. Lo studio, guidato dalla psicologa Deborah Hill Cone e pubblicato su Psychology of Men & Masculinities, dimostra che l’identità di genere maschile può essere forte e centrale nella vita di un individuo senza per questo tradursi in atteggiamenti ostili o discriminatori.

Il mito del “Rich Tech Bro” contro la realtà della marginalizzazione

Uno dei dati più controrivoluzionari della ricerca riguarda l’identikit sociodemografico degli uomini più problematici. Contrariamente alla narrazione mediatica che associa la mascolinità tossica a giovani privilegiati e di successo (come influencer o membri di piccole e ristrette élite), i dati mostrano che gli uomini nel profilo “Hostile Toxic” sono prevalentemente più anziani, single, disoccupati, molto religiosi e appartenenti a minoranze etniche. Questi soggetti vivono spesso in condizioni di maggiore deprivazione economica e riportano livelli elevati di disregolazione emotiva. “Non sono uomini che guidano Lamborghini – ha spiegato Hill Cone -, ma uomini con poche risorse sociali ed economiche”. Al contrario, l’istruzione universitaria e la soddisfazione per il proprio corpo riducono significativamente le probabilità di appartenere a questo gruppo.

“Uomini veri” ma non tossici: l’identità non è una condanna

Un punto cruciale per la psicologia moderna è la distinzione tra l’importanza che un uomo attribuisce al proprio genere e la sua tossicità. Lo studio dimostra che la centralità dell’identità di genere, cioè quanto è importante per un individuo sentirsi “un uomo” come culturalmente inteso nelle società moderne, è solo un debole indicatore di comportamenti tossici.

Molti uomini nei profili non tossici o moderati hanno riportato livelli di identificazione con il proprio genere del tutto simili a quelli dei gruppi più problematici. Questo suggerisce che è possibile abbracciare una mascolinità positiva e tradizionale senza sfociare nella violenza o nel narcisismo.

I limiti metodologici dello studio

Nonostante il campione sia vasto e rappresentativo, è necessario evidenziare diverse limitazioni che invitano a una cauta interpretazione dei dati. In primo luogo, la ricerca è stata condotta esclusivamente in Nuova Zelanda, una nazione definita dai ricercatori come “Weird” (Western, Educated, Industrialized, Rich, and Democratic), il che limita la possibilità di generalizzare questi risultati a contesti di altre nazioni e, più in generale, non occidentali.

Inoltre, l’indagine si è concentrata esclusivamente su uomini eterosessuali, poiché alcuni indicatori utilizzati, come il sessismo ambivalente, sono radicati nelle dinamiche di coppia eterosessuali e potrebbero non riflettere accuratamente le esperienze di altri orientamenti sessuali.

Infine, lo studio è trasversale (cross-sectional), ovvero offre una “fotografia” ferma al biennio 2018-2019, quando sono stati rilevati i pareri dei partecipanti. Questo significa che non è ancora possibile stabilire se l’appartenenza a un profilo “tossico” o “atossico” sia stabile nel tempo o se, ad esempio, un giovane possa “uscire” da una categoria problematica maturando o cambiando condizioni di vita.

La ricerca conclude che, data l’eterogeneità dei profili maschili, le condanne universali alla mascolinità rischiano, però, di essere controproducenti e stigmatizzanti a prescindere dai limiti. Gli esperti suggeriscono interventi mirati: ad esempio, combattere il sessismo benevolo affrontando l’idealizzazione dei ruoli tradizionali. Per il profilo più ostile sono necessari, invece, supporti educativi e sociali focalizzati sulla gestione della rabbia e sull’inclusione economica. Comprendere che la mascolinità non è intrinsecamente tossica è il primo passo per aiutare gli uomini, specialmente i più giovani, a integrare modelli di identità più sani e resilienti.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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