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Minori sui social? Dall’Australia alla Grecia (all’Italia), come cambia la soglia dell’età digitale

La Grecia ha deciso di trasformare in norma una soglia d’accesso ai social che, finora, era rimasta in larga parte nelle mani delle piattaforme. Dal 1° gennaio 2027, ha annunciato Kyriakos Mitsotakis, primo ministro ellenico, gli under 15 non potranno accedere ai social network. La legge sarà approvata entro l’estate e, nelle intenzioni del governo, dovrà segnare un cambio di passo: meno fiducia nelle soglie dichiarate in fase di registrazione, più responsabilità in capo ai servizi che ospitano milioni di utenti minorenni.

L’interesse del caso greco sta anche nel fatto che Atene non si presenta come un’eccezione. L’Australia ha già introdotto la soglia dei 16 anni, la Francia ha approvato un testo sugli under 15, la Spagna lavora su un divieto per i minori di 16 anni, mentre l’Unione europea ha ormai fatto entrare nei suoi documenti ufficiali l’idea di una “maggiore età digitale” per l’accesso ai social. L’Italia non ha ancora scelto la strada del divieto generale, ma il tema è già dentro il diritto vigente, nelle decisioni delle autorità indipendenti e nei lavori parlamentari.

Come cambia la soglia d’ingresso ai social

La Grecia ha scelto una formula semplice da enunciare e molto impegnativa da applicare: sotto i 15 anni niente social. Mitsotakis ha spiegato che il governo introdurrà il divieto dal 2027 e che Atene sta premendo perché il tema venga affrontato anche a livello europeo. Nel testo ufficiale c’è già il cuore politico del provvedimento: i social non vengono trattati come ambienti neutri, ma come prodotti progettati per trattenere l’attenzione, tanto che il premier parla di applicazioni “progettate per creare dipendenza”. Il punto, per il governo greco, non è solo che i minori passino troppo tempo online; è che una parte rilevante di quel tempo viene assorbita da servizi costruiti per massimizzare permanenza e interazione.

Atene, del resto, non arriva a questa scelta partendo da una pagina bianca. Nel 2025 aveva già lanciato Kids Wallet, uno strumento pubblico pensato per aiutare le famiglie a controllare l’uso dei servizi digitali da parte dei figli e a verificare l’età dei minori. Quel modello lasciava il baricentro nelle mani dei genitori, con lo Stato a fare da supporto. L’annuncio del divieto cambia il quadro: il parental control resta, ma non è più la risposta principale. Al suo posto compare una soglia legale, e con quella soglia cambia anche l’impostazione del problema. Non si chiede più soltanto alle famiglie di gestire l’accesso; si stabilisce che, sotto una certa età, quell’accesso non debba esserci.

La scelta greca pesa di più perché si inserisce in un quadro europeo che, sul tema, si è fatto più chiaro. Il Consiglio europeo ha richiamato, tra le misure per la protezione dei minori online, la promozione di una maggiore età digitale per l’accesso ai social media, nel rispetto della privacy degli utenti e delle competenze nazionali. Atene prova ora a tradurre quel principio in una misura concreta, con una soglia precisa e una data di entrata in vigore.

Il precedente più avanzato resta l’Australia. L’eSafety Commissioner spiega che dal 10 dicembre 2025 i servizi rientranti nel regime delle restrizioni d’età per l’accesso ai social media devono impedire agli under 16 di detenere account. La soglia è più alta di quella greca, ma il dato che interessa di più è un altro: il sistema australiano non scarica il peso sui genitori o sui ragazzi. L’obbligo ricade sulle piattaforme, che devono adottare misure adeguate per impedire la presenza di utenti sotto soglia. Se un minore entra, il problema non è tanto il comportamento del ragazzo quanto la capacità del servizio di applicare la regola che la legge gli impone.

L’esperienza australiana serve anche a capire che fissare un’età minima è solo il primo passaggio. Le autorità di Canberra hanno costruito linee guida, obblighi e sistemi di vigilanza per rendere effettiva una norma che, senza controlli, resterebbe poco più di una dichiarazione d’intenti. È qui che il tema si complica per tutti i Paesi che stanno seguendo la stessa strada. Verificare l’età non significa soltanto chiedere una data di nascita al momento dell’iscrizione; significa decidere quali prove sono ammesse, quante informazioni possono essere raccolte, quale ruolo debbano avere documenti, intermediari terzi o soluzioni tecniche di attestazione. L’Australia ha già costretto piattaforme e regolatori a misurarsi con queste domande in termini pratici.

La Francia si muove su un terreno vicino a quello greco, ma con una scrittura legislativa più analitica. Il 26 gennaio 2026 l’Assemblée nationale ha adottato un testo che vieta ai minori di 15 anni l’accesso ai servizi di social network online. La formulazione è diretta, ma il testo delimita con attenzione il perimetro, escludendo, fra gli altri, enciclopedie online, repertori educativi o scientifici e piattaforme di sviluppo e condivisione di software libero. Il legislatore francese prova così a evitare una confusione spesso ricorrente nel dibattito pubblico: non tutto ciò che è digitale viene trattato allo stesso modo. Il bersaglio del provvedimento è un insieme di servizi fondati sull’interazione sociale continua, sugli algoritmi di raccomandazione e su dinamiche di engagement particolarmente forti.

La Spagna ha scelto di collocarsi un gradino più in alto, puntando ai 16 anni. Il 3 febbraio 2026 Pedro Sánchez ha annunciato che il governo intende vietare l’accesso alle piattaforme digitali ai minori di 16 anni e imporre sistemi efficaci di verifica dell’età, “non semplici caselle da spuntare”. La linea spagnola mette insieme due questioni che altrove vengono spesso separate: la soglia anagrafica e l’infrastruttura tecnica necessaria a farla rispettare. In altre parole, il dibattito non viene lasciato a metà strada. Se si decide che sotto una certa età non si entra, bisogna anche chiarire come il sistema dovrà accorgersene.

Questi casi non coincidono del tutto, ma hanno ormai un tratto comune ben riconoscibile. Australia e Spagna si orientano sui 16 anni, Grecia e Francia sui 15. Alcuni sistemi sono già operativi, altri sono ancora in costruzione. Cambiano le soglie, cambiano gli strumenti, cambia il rapporto tra governi nazionali e regolazione sovranazionale. Quello che non cambia è la direzione del movimento: l’età non viene più considerata una semplice informazione dichiarata al momento dell’iscrizione, ma un requisito da verificare e, in certi casi, da trasformare in condizione giuridica di accesso.

Come si sta muovendo l’Italia sul fronte minori e social

In Italia il quadro è diverso, ma il tema è già pienamente aperto. Il primo punto da tenere fermo è quello del consenso digitale. Il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che, per l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione, il minore che ha compiuto 14 anni può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati personali; sotto questa soglia serve il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. È una regola che non equivale a un via libera illimitato ai social, ma indica dove il nostro ordinamento colloca oggi una prima soglia di autonomia digitale. Ed è una soglia più bassa rispetto ai 15 anni evocati da Grecia e Francia e ai 16 anni scelti dall’Australia e proposti dalla Spagna.

Il secondo elemento riguarda la verifica dell’età. L’Agcom ha già introdotto obblighi di verifica dell’età per i siti e le piattaforme che diffondono contenuti pornografici. L’Autorità ha chiarito che dal 12 novembre 2025 tali obblighi sono entrati in vigore per gli operatori stabiliti in Italia e che, dal 1° febbraio 2026, si applicano anche ai siti e alle piattaforme stabiliti in altri Paesi dell’Unione ma accessibili in Italia. Nei documenti pubblici Agcom spiega anche che l’autodichiarazione non è un metodo sufficiente e richiama criteri di efficacia, sicurezza, minimizzazione dei dati e indipendenza del soggetto che fornisce il sistema di verifica. Il perimetro non è quello dei social network, ma il dato resta importante: una parte dell’infrastruttura tecnica e regolatoria che tutti evocano quando parlano di controllo dell’età online in Italia esiste già.

Il salto dai siti pornografici ai social, però, non è affatto automatico. Nel primo caso il criterio è la maggiore età e il tipo di contenuto rende il confine più lineare. Nel secondo caso si entra in uno spazio molto più vasto, frequentato da scuole, media, istituzioni, partiti, aziende, associazioni e singoli cittadini. Limitare l’accesso dei minori ai social significa allora intervenire non soltanto su un consumo individuale, ma su una forma molto ampia di presenza pubblica online. È il motivo per cui il tema, in Italia come altrove, non può essere trattato come una semplice estensione tecnica di sistemi già usati altrove. Cambia l’oggetto, cambia la funzione sociale dei servizi, cambia il bilanciamento tra controllo, privacy e libertà di accesso.

Il Parlamento si è comunque già avvicinato a questo terreno. Nel fascicolo del disegno di legge n. 1136 del Senato, dedicato alla verifica dell’età degli utenti dei servizi di comunicazione elettronica e alla tutela dei minori, compaiono disposizioni sull’obbligo di verifica dell’età e sulle relative modalità tecniche. Nel nuovo testo discusso in Commissione è presente anche una formulazione molto chiara: l’attivazione di account sui social network online e sulle piattaforme di condivisione video è consentita ai minori solo dopo il compimento dei 15 anni di età. Il riferimento ai 15 anni, quindi, non è esterno al dibattito italiano. È già entrato nei testi parlamentari, dentro una discussione che prova a mettere insieme tutela dei minori, controllo dell’età e responsabilità dei fornitori di servizi.

Su questo percorso, però, non si è ancora arrivati a una decisione finale. Il 30 marzo 2026 il Garante privacy ha precisato che il nuovo testo del relatore del 24 settembre 2025 aveva recepito le indicazioni formulate dall’Autorità sui profili sottoposti alla sua attenzione, ma che l’esame del provvedimento in Commissione risultava fermo dal 21 ottobre 2025 per ragioni non note al Garante. È un chiarimento utile per collocare correttamente l’Italia nel confronto internazionale. Non siamo davanti a un Paese che ha già approvato una legge come l’Australia, né a un governo che ha fissato una data certa come la Grecia. Ma non si è nemmeno all’anno zero: la materia è già stata scritta, discussa, corretta e istruita.

La cornice europea rende il quadro ancora più denso. La Commissione ha presentato nel luglio 2025 linee guida sulla protezione dei minori online e un prototipo di app per la verifica dell’età nell’ambito del Digital Services Act. Il 26 marzo 2026 ha inoltre adottato due misure per rafforzare l’applicazione delle norme del DSA sulla tutela dei minori. L’idea di fondo è costruire strumenti che consentano di dimostrare il superamento di una certa soglia anagrafica limitando la quantità di dati condivisi. È un aspetto decisivo, perché la vera difficoltà di questa stagione normativa non sta soltanto nello scegliere un numero, 15 o 16, ma nel renderlo praticabile senza aprire un fronte ancora più delicato sulla raccolta e sul trattamento dei dati personali dei minori.

Su tutto questo pesa anche il quadro sanitario e sociale che negli ultimi anni ha dato forza politica al tema. L’Istituto superiore di sanità segnala che l’uso problematico dei social media è un fenomeno rilevante tra gli adolescenti: i dati nazionali HBSC 2022 indicano che il 13,5% ne fa un uso problematico. A questo si aggiunge la diffusione ormai capillare delle piattaforme nella vita quotidiana dei ragazzi: secondo il Moige, il 94% frequenta regolarmente i social network, con WhatsApp all’87%, TikTok al 58%, Instagram al 57% e YouTube al 55%. È su questo sfondo che il confronto si è spostato dagli appelli generici a strumenti più vincolanti, dalle raccomandazioni alle soglie d’età, dai consigli alle famiglie agli obblighi imposti alle piattaforme.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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