Negli Stati Uniti un testo di Platone è stato rimosso, in parte, dal programma di un corso universitario pubblico perché considerato problematico in quanto “passibile di interpretazioni non binarie”. Nel mirino sarebbe finito il Simposio, uno dei testi fondativi della filosofia occidentale.
L’episodio si è verificato in Texas e ha coinvolto un corso introduttivo di filosofia. La misura adottata è limitata, ma il suo significato va oltre il perimetro dell’aula. Un testo scritto nel IV secolo a.C. è stato trattato come un potenziale fattore di rischio amministrativo. Non per ciò che afferma, ma per ciò che potrebbe evocare nel contesto politico e normativo attuale. È questo passaggio (dal testo al problema gestionale) ad aver trasformato il Simposio in un caso pubblico.
Dal testo classico al caso amministrativo
Il caso nasce all’interno di una università pubblica del Texas, dove un docente di filosofia si è visto chiedere di rimuovere dal programma di un corso introduttivo alcune parti del Simposio. La richiesta di modificare il syllabus non nasce da un confronto scientifico né da una valutazione sul valore del testo. Nessun comitato accademico ha messo in discussione la centralità del Simposio nella storia del pensiero. L’intervento arriva da un altro livello: quello della governance universitaria, chiamata a garantire che l’offerta formativa rispetti regolamenti interni introdotti in risposta a nuove disposizioni statali.
In questo quadro, il dialogo platonico viene valutato non per ciò che insegna, ma per ciò che potrebbe essere interpretato come insegnamento improprio. La distanza storica non costituisce una tutela. Al contrario, viene neutralizzata. Il testo viene trattato come se intervenisse nel dibattito contemporaneo, sottoposto alle stesse griglie di controllo applicate a corsi su temi sociali attuali.
Il passaggio è rilevante perché segna uno slittamento del criterio di selezione dei contenuti. La rilevanza culturale e didattica cede il passo alla compatibilità regolatoria. Il testo non viene formalmente vietato, ma perde legittimità in determinati contesti. È una forma di controllo indiretta, che non passa attraverso atti pubblici, ma attraverso scelte amministrative capaci di incidere in modo strutturale sulla didattica.
La cornice legislativa americana
Il caso del Simposio si inserisce in un contesto legislativo preciso. Negli ultimi anni, diversi Stati americani hanno approvato leggi che incidono direttamente sull’organizzazione delle università pubbliche, in particolare sui programmi e sulle strutture legate a diversity, equity and inclusion. In Texas, il Senate Bill 17, entrato in vigore nel 2023, ha vietato l’uso di fondi pubblici per uffici e iniziative DEI negli atenei statali, imponendo una riorganizzazione profonda delle attività considerate riconducibili a quei temi.
La norma non menziona testi specifici né introduce liste di opere ammesse o vietate. Il suo effetto è indiretto ma incisivo. Sposta la responsabilità sulle amministrazioni universitarie, chiamate a dimostrare la conformità dell’offerta formativa ai nuovi criteri. In assenza di indicazioni puntuali, il margine di interpretazione si allarga e la prudenza diventa la linea guida dominante. Ogni corso viene valutato anche in base alla sua esposizione potenziale a contestazioni politiche o amministrative.
In questo scenario, le università pubbliche operano in un equilibrio fragile tra autonomia accademica e dipendenza finanziaria. La pressione non si esercita attraverso divieti espliciti, ma attraverso il controllo delle risorse e la possibilità di interventi ispettivi. È in questo spazio che maturano scelte preventive come quella che ha coinvolto il Simposio. La legislazione non censura Platone, ma costruisce un contesto in cui anche un classico può essere trattato come un problema gestionale.
Il mito di Aristofane e la riduzione del discorso filosofico
Scritto da Platone nel IV secolo a.C., il Simposio è un dialogo ambientato durante un banchetto. I partecipanti, tra cui poeti, politici e filosofi, tengono a turno un discorso sull’Eros, il dio dell’amore. Non si tratta di un trattato morale né di un manifesto politico, ma di una riflessione polifonica: Platone mette in scena idee diverse, spesso in tensione tra loro, senza imporre una lettura univoca. Ed è proprio uno di questi discorsi – quello del commediografo Aristofane – ad aver attirato oggi le maggiori critiche.
Nel suo intervento, Aristofane racconta un mito: in origine, gli esseri umani erano creature doppie, complete, appartenenti a tre tipi – maschili, femminili e androgini. Per punirne la tracotanza, Zeus li divise in due. Da allora, ogni essere umano cerca la propria metà perduta.
Il punto cruciale è che l’orientamento amoroso dipende da ciò che si era prima della divisione: chi proviene da un essere maschio-maschio ama gli uomini, chi proviene da femmina-femmina ama le donne, chi proviene dall’androgino ama il sesso opposto.
L’amore, dunque, non è deviazione né scelta ideologica, ma nostalgia dell’unità originaria.
Letto nel suo contesto, il mito non parla di identità di genere in senso moderno. È mitologia filosofica, non teoria sociale. Eppure, alcuni lettori contemporanei vi proiettano categorie attuali: non-binarismo, orientamento sessuale, gender identity. Qui emerge il nodo centrale della controversia: il rischio dell’anacronismo. Giudicare un testo antico come se fosse un intervento nel dibattito politico odierno significa snaturarne la funzione. Platone non “promuove” modelli: descrive, attraverso il mito, la complessità dell’esperienza umana.
Autonomia accademica sotto pressione
La reazione di numerosi studiosi non si è fatta attendere. Il punto non è difendere Platone in quanto tale, ma difendere la possibilità stessa di insegnare la storia del pensiero senza filtri ideologici contemporanei. Se un dialogo classico viene considerato pericoloso perché contiene idee che non coincidono con sensibilità politiche attuali, allora l’intero canone occidentale diventa instabile: da Ovidio ad Aristotele, da Dante a Shakespeare.
Il rischio non è solo la censura, ma una forma più sottile di autoselezione culturale, in cui ciò che è complesso, ambiguo o disturbante viene progressivamente espulso.
C’è infine un’ironia profonda in questa vicenda. Platone è il filosofo che più di ogni altro ha messo in guardia contro le letture superficiali, contro la confusione tra apparenza e verità, contro l’uso strumentale dei discorsi. Che oggi venga ridotto a slogan – “testo problematico”, “contenuto sensibile” -dice molto meno di Platone e molto di noi.
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