Chi sta pagando il conto dei dazi americani? A quasi un anno dal Liberation Day (il 2 aprile 2025), giorno in cui Trump ha dato il via alla sua guerra commerciale imponendo tariffe elevate a larga parte del mondo – aggiustate poi da successivi accordi e ripensamenti -, il verdetto sembra chiaro: imprese e consumatori statunitensi. L’analisi arriva dalla Federal Reserve di New York, che la scorsa settimana ha pubblicato un paper secondo cui nel 2025 l’onere economico dei dazi introdotti dal capo della Casa Bianca è ricaduto per il 90% sugli americani.
L’aliquota tariffaria media sulle importazioni statunitensi, spiega il post intitolato ‘Who Is Paying for the 2025 U.S. Tariffs?‘ firmato dai ricercatori Mary Amiti, Chris Flanagan, Sebastian Heise e David E. Weinstein, nel 2025 è aumentata dal 2,6 al 13%, con un’impennata a metà maggio.
Un primo effetto di questa crescita, sottolineano gli autori, è che gli importatori hanno abbandonato le importazioni cinesi per evitare i dazi più elevati applicati a Pechino. Una dinamica che, insieme alle numerose esenzioni esistenti, spiega perché l’aliquota media del dazio sia inferiore all’aliquota tariffaria media. Ad esempio, spiega il paper, “sebbene gli Stati Uniti applichino un dazio del 35% sulle importazioni canadesi, l’83% di tali importazioni è esente da dazi statunitensi ai sensi dell’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada”.
Tutto dipende dagli esportatori
Il meccanismo d’altronde è lineare: il conto dell’aumento dei dazi può ricadere sugli esportatori esteri, se questi abbassano i prezzi delle proprie merci per non perdere competitività. O sugli importatori nazionali, se i primi non lo fanno. Esiste poi una via di mezzo, quando l’esportatore abbassa solo un po’ il prezzo, assorbendo in parte il maggiore dazio ma lasciando che il resto ricada sull’importatore (e a cascata sulle famiglie).
In poche parole, chi paga il conto dei dazi dipende da quello che decide di fare chi esporta. E l’analisi portata avanti dalla Fed di New York è chiara: gli importatori hanno abbassato i loro prezzi molto poco. Di conseguenza, nei primi 8 mesi del 2025 il 94% dell’incidenza tariffaria è stato sostenuto dagli Stati Uniti, con gli esportatori che hanno calato i prezzi solo dello 0,2% a fronte di un dazio del 10%. A novembre a parità di tariffa i prezzi delle esportazioni sono calati dell’1,4%, cosa che ha portato a una minor incidenza a carico delle aziende americane (86%).
Tradotto nel concreto, in base all’analisi della Fed di New York i prezzi delle importazioni statunitensi per i beni soggetti al dazio medio sono aumentati dell’11% in più rispetto a quelli per i beni non soggetti a dazi.
La Casa Bianca: “Gli autori del paper dovrebbero essere sanzionati”
il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett, ieri si è espresso duramente contro il paper (e chi lo ha scritto), definendolo alla Cnbc “un imbarazzo”.
“Credo sia il peggior paper che abbia mai visto nella storia del sistema della Federal Reserve”, ha aggiunto affermando che il documento “ha generato molte notizie altamente partigiane, basate su un’analisi che non sarebbe accettata nemmeno in un corso di economia del primo semestre”. Motivo per cui, ha sostenuto, “le persone associate a questo paper dovrebbero presumibilmente essere sanzionate“.
Trump d’altronde va ripetendo che il conto dei dazi lo stanno pagando i Paesi stranieri: “I dati mostrano che l’onere, o l’incidenza, dei dazi è ricaduto in modo schiacciante su produttori e intermediari esteri, incluse grandi corporation non statunitensi”, ha scritto lo scorso 30 gennaio in un editoriale sul Wall Street Journal.
Il Congressional Budget Office: “Aumentano prezzi per i consumatori e imprese”
Ma le conclusioni a cui è giunta la Fed di New York non sono isolate. Per citare un paio di lavori, lo scorso agosto Goldman Sachs ha pubblicato un’analisi analoga (secondo cui sono gli americani, e non gli esportatori stranieri, a sostenere la maggior parte dei costi, fino a due terzi, derivanti dai dazi trumpiani), attirandosi le critiche della Casa Bianca. Ancora, un rapporto del Congressional Budget Office (un’agenzia federale incaricata di fornire dati economici al Congresso) pubblicato sempre lo scorso fine settimana chiarisce: “Dazi più elevati aumentano direttamente il costo dei beni importati, facendo aumentare i prezzi per i consumatori e le imprese statunitensi“.
Nel breve termine, continua il Cbo, “le imprese statunitensi assorbiranno il 30% degli aumenti dei prezzi all’importazione riducendo i propri margini di profitto; il restante 70% sarà trasferito ai consumatori attraverso l’aumento dei prezzi“, mentre gli esportatori stranieri assorbiranno il 5% del maggior costo.
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