La guerra si fa con le armi e con i soldi. Se con le prime Usa e Israele stanno bombardando l’Iran, con le seconde la Cina sta “punendo” i Paesi del Golfo, alleati degli americani e nemici di Teheran. Mentre continua l’operazione Epic Fury, le società finanziarie cinesi stanno riducendo l’esposizione al debito del Medio Oriente e congelando i prestiti ai Paesi dell’area.
La stretta parte dalle autorità di vigilanza di Pechino che stanno aumentando i controlli sui prestiti ai Paesi dell’area. Le potenziali ripercussioni economiche sono enormi, dal momento che la Cina è fra i maggiori finanziatori dei Paesi del Golfo.
Così Pechino toglie linfa vitale all’economia del Golfo
Un’inchiesta di Bloomberg, ripresa anche dal Business Times, rivela decisioni inusuali per il mercato mediorientale. Una grande banca cinese (di cui non viene rivelato il nome) ha compiuto il raro passo di limitare l’utilizzo effettivo di un prestito bilaterale già concesso a un’entità finanziaria del governo di Abu Dhabi. In pratica, la linea di credito esiste sulla carta, ma il debitore emiratino non può attingervi liberamente.
Parallelamente, un istituto di credito cinese di medie dimensioni sta cercando compratori per scaricare sul mercato quote di prestiti sindacati verso debitori del Medio Oriente (ovvero di importi molto elevati, che vengono erogati da un consorzio di banche e non da un singolo istituto). In pratica, la banca ritiene che quel prestito è diventato troppo rischioso e cerca altri investitori finanziari (altre banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione) disposti a comprare la sua “quota” del debito.
Tra le operazioni messe sul piatto spicca un maxi-finanziamento da 4 miliardi di dollari erogato nel 2025 al fondo sovrano emiratino Adq. Ai trader di un’istituzione cinese è stato ordinato di sospendere, da lunedì 2 marzo, le operazioni su emittenti del Medio Oriente.
Il disimpegno coinvolge l’intero panorama degli investimenti. Sempre secondo le ricostruzioni di Bloomberg, il braccio di asset management di un colosso assicurativo cinese sta riducendo le proprie posizioni in bond sovrani e para-sovrani del Golfo, compresi i titoli del gigante petrolifero Saudi Aramco.
Questa contrazione della domanda asiatica si traduce inevitabilmente in rendimenti più alti richiesti agli emittenti. La conferma arriva dall’Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), che ha sospeso i piani per emettere il suo primo bond denominato in yuan, un’operazione che sarebbe potuta valere fino a 14 miliardi di yuan, circa 2 miliardi di dollari.
Fonti del settore bancario di Hong Kong riportano inoltre che diversi investitori cinesi hanno messo in pausa le trattative per l’acquisto di asset infrastrutturali ed energetici nella regione. Sarebbe intervenuta persino l’Autorità monetaria di Hong Kong, che avrebbe chiesto ad almeno due banche locali di riesaminare la loro esposizione a prestiti e obbligazioni relative ai Paesi del Medio Oriente. Una posizione analoga è stata assunta dalla National Financial Regulatory Administration cinese, che ha chiesto alle banche di esaminare le proprie attività di finanziamento verso i Paesi del Golfo e di riferire i risultati già entro la fine di questa settimana.
Il ruolo della Cina per l’economia dei Paesi del Golfo
Negli ultimi anni, le banche asiatiche, con quelle cinesi in prima fila, si erano imposte come i principali finanziatori delle monarchie del Golfo.
Solo nel 2025 i prestiti degli istituti di credito cinesi alla regione avevano toccato la cifra record di 15,7 miliardi di dollari, quasi il triplo rispetto all’anno precedente. Questo fiume di liquidità era diretto soprattutto verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, ed era essenziale per alimentare i piani di diversificazione economica come la Vision 2030 saudita e le imponenti operazioni dei fondi sovrani come Adq e il Pif.
L’escalation militare tra Usa, Israele e Iran, culminata in attacchi missilistici e blocchi nello stretto di Hormuz, ha improvvisamente incrinato questo asse. Quella che fino a pochi mesi fa era un’espansione aggressiva si è trasformata in una rigida gestione del rischio, portando a un rapido congelamento delle linee di credito.
Le ricadute finanziarie sui Paesi del Golfo
Secondo alcuni analisti, le motivazioni di questo congelamento sarebbero prettamente prudenziali; secondo altri, invece, sarebbero di natura geopolitica (ovvero finalizzate a indebolire gli alleati di Usa e Israele nella regione del Medio Oriente).
Se le cause sono incerte, le potenziali ricadute sui Paesi del Golfo sono molto chiare.
Per le monarchie dell’area, infatti, il cambio di rotta di Pechino rappresenta un difficile banco di prova. Finanziarsi diventerà più ostico e oneroso, con spread più ampi sulle nuove emissioni e condizioni contrattuali più rigide. Le ambizioni della Saudi Vision 2030 e dei megaprogetti emiratini rischiano di subire ritardi significativi senza l’iniezione costante di capitali asiatici.
Anche il percorso di dedollarizzazione subisce un arresto importante: la sospensione del bond in yuan da parte di Adnoc dimostra che, in tempi di crisi bellica, l’uso della valuta cinese si rivela fragile. I Paesi del Golfo dovranno ricalibrare le proprie fonti, attingendo maggiormente ai mercati di capitale interni e bussando nuovamente alle porte delle banche europee e statunitensi.
La Cina, d’altro canto, rischia di cedere terreno prezioso in un quadrante strategico, lasciando spazio vitale ai creditori occidentali. Tuttavia, gli interessi incrociati rimangono attivi. Fred Hu, investitore di Primavera Capital, ritiene improbabile che i legami finanziari vengano recisi nel lungo termine. Secondo Hu, non siamo di fronte a un divorzio definitivo, ma ad una importante interruzione dei rapporti finanziari finora molto fecondi. La crisi iraniana ricorda a Riyad e Abu Dhabi che anche un partner strategico come Pechino chiude i rubinetti quando i rischi sfuggono al controllo. O quando Pechino decide di non sostenere più le economie nemiche.
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